Centro America – Nicaragua y Honduras

Atterriamo all’areoporto di Managua, stranamente riposati dopo ore e ore di volo e tre cambi di aereo, abituati come siamo ad estenuanti viaggi a bordo di miserabili bus.
Il lusso dell’aereo è qualcosa che ci era mancato e il viaggio passa veloce.
All’aereoporto di Managua, Nicaragua, evitiamo accuratamente le orde di tassisti che ci sconsigliano caldamente di prendere i bus pubblici altrimenti verremo rapiti, stuprati, portati al bancomati più vicino e derubati di tutto ciò che possediamo persino i vestiti, e ci avviamo fiduciosi alla fermata del bus giusto di fronte all’aereoporto. Mesi e mesi di viaggio nonostante la nostra iniziale drammatica esperienza a Buenos Aires, ci hanno insegnato che il terrorismo psicologico è spesso solo un pretesto per farti pagare di più per un tour, a farti scegliere un noioso shuttle (bus che va diretto da A a B costa quattro volte tanto un bus pubblico ed è strapieno di gringos) invece di un bus pubblico. Insomma abbiamo imparato ad ignorare questa gente e rigare dritto, e riconfermare sempre con due o tre persone almeno, il prezzo reale del bus, perchè in centro America cercano sempre di darti il “gringo price” farti pagare il doppio se non il triplo anche se viaggi in un bus pubblico.

Ora apriamo una parentesi su questi bus pubblici che, detti così sembrano quasi una cosa idillica: i “bus de apoyo” o soprannominati dagli ignari gringos i “chicken bus” (perche apoyo suona un po come pollo quindi facciamo che si chiamano “chicken” e via) sono una vera esperienza inclusa nel pacchetto di ogni vero viaggio in centro america. Ora immaginate lo school bus giallo classico, quello che si vede nella sigla dei Simpson o in qualsiasi film americano, nella scena dove i figli rientrano da scuola. Ecco proprio quello. Ora immaginatelo più scassato e pieno ma quando dico pieno immaginatevi zeppo di persone sopra ad altre persone, un mucchio di gente in piedi, i sedili da tre posti (posti misurati sulle dimensione di un fondoschiena di un ragazzetto di dieci anni) che magicamente diventano da quattro posti occupati da giganteschi fondoschiena latinoamericani, praticamente la quarta persona sta sospesa come per magia tra la fila di destra e quella di sinistra. Nel frattempo le cappelliere sono strapiene di roba animali vivi animali morti, pacchi che alla prima curva a gomito, cadono in testa alla gente con gran fracasso. Ecco questo è il chicken bus.

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Non puoi dire di aver viaggiato in centro america se non hai mai preso un chicken bus.

E cosi dall’aereoporto di Managua alla nostra prima tappa, Granada, abbiamo modo di scoprire con orrore ma anche con un pò di ammirazione, come funzionano i trasporti in centro America.

Granada è una tranquilla cittadina coloniale (niente a che vedere con la Granada di Spagna ovviamente) molto turistica e specialmente rinomata tra i turisti americani, molti dei quali ne hanno fatto la loro seconda casa. L’attrazione principale a Granada è il tour de Las Isletas, un viaggetto in barca che ti porta alla scoperta di parte del Lago Cocibolca, il lago più grande del Centro America sulla quale Granada sorge, e delle sue miriadi di isolotti su cui facoltosi Nicaraguensi e Americani hanno costruito le loro mega ville. Alcune degli isolotti sono più selvatici e ospitano gigantesche colonie di scimmie. Da Granada è possibile esplorare la vicina “Laguna de Apoyo” e scalare i vicini vulcani attivi, tra cui il Volcan Mombacho.

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Spider Monkey!

Ad un tiro di schioppo da Granada si cela uno dei gioielli del Nicaragua: L’isola di Ometepe. Quest’isola incastonata nel lago Cocibolca è formata da due vulcani uniti da un istmo di terra.
Al porto di San Jorge ci viene chiesto se vogliamo prendere “el barco” o “el ferry”, “el barco” costando meno ed essendo il primo a salpare, suona come l’opzione più plausibile. Mai decisione fu tanto funesta! La barca che ci si presenta davanti ha le dimensioni e le fattezze di una scialuppa di salvataggio reduce da una tempesta con tanto di ripetute collisioni su scogli affilati. Insomma sembra più un colabrodo che una barca, e le condizioni del lago non sembrano migliori, ci sono delle onde e siamo ancora nel porto. Ma è una volta che usciamo dal porto che il vero “divertimento” comincia. Ogni volta che una onda di due metri si avventa contro il nostro malandato panfilo, il telone che dovrebbe sostituire degli ormai assenti vetri, si solleva e la cabina passeggeri viene inondata di acqua salata e la barca si inclina di 180 gradi con temibili scricchioli. Questo viaggio in barca entra diretto nella top tre dei peggiori viaggi in barca mai avuti nella vita, superato solo dal memoriabile viaggio del terrore tra la Isola di Ko Lanta e la terraferma tailandese. Il senso di prossimità alla morte mi accompagna per quella indimenticabile lunghissima ora a bordo del catorcio a motore. Finalmente approdiamo al porto di Moyogalpa e mi ritrovo a baciare il molo con la risoluzione di non lasciare mai più l’isola pur di non rifare un viaggio del genere.

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La “barca” che ci ha portato ad Ometepe

Ad Ometepe è possibile affittare bici o scooter e girellare per l’isola, scoprendone gli angoli più remoti e segreti. E’ possibile nuotare nel lago e scalare i due vulcani il Volcan Maderas o il più impegnativo Volcan Conception. Noi, avendo preso una pausa dal trekking per un pò, optiamo per girare parzialmente l’isola in bici, cosa che ci permette di accedere ad alcune spiagge veramente belle e ad alcuni panorami mozzafiato.

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Volcan Consepciòn

Dopo quattro giorni riesco ad auto-convincermi a riprendere un mezzo di locomozione per uscire dall’isola. Questa volta opto per il poco più costoso ferry ed il viaggio è decisamente più gradevole, quasi piacevole infatti.

Continuiamo il nostro tragitto verso nord con una tappa nella cittadina di Leòn (decisamente meno turistica di Granada) da cui è possibile accedere alla spaziosa spiaggia de “Las Penitas” sull’oceano pacifico, paradiso dei surfisti.

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Piazza principale di Leon

 

 

Passiamo appositamente per Esteli, famosa per le sue numerose fabbriche di sigari nicaraguensi, dove tentiamo disperatamente di effettuare una visita ad una di queste tabaccherie (senza passare dai classici tour che ti fanno pagare prezzi ridicoli quando i tour di queste fabbriche sono GRATIS), solo per scoprire che bisogna avere un appuntamento previo con i proprietari delle fabbriche. Troppo complicato….abbandoniamo.

Prima di attraversare il confine con l’Honduras effettuiamo un’ultima tappa a Somoto per visitare il suo omonimo canyon. Come al solito aggiriamo le pressanti offerte di tour, risoluti a fare da soli in nome dell’avventura, riuscendo persino a convincere due ragazzi baschi incontrati sul bus a seguirci.

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Il Canyon

 

 

Il canyon in questione, formatosi tra i cinque e i tredici milioni di anni fa rappresenta una delle formazioni rocciose più antiche del centro America ed è realmente impressionante. Un mix di trekking, nuoto e torrentismo ci porta nelle viscere di questo canyon, dove è possibile fare tuffi da un’altezza di 20 metri o optare per un’altezza un pò più tranquilla ma pur sempre vertiginosa. Seguendo il flusso del fiume usciamo dal canyon svariati chilometri più a valle.

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L’uscita del canyon

 

Ora Somoto si trova quasi equidistante tra due passi di frontiera con l’Honduras. Io letteralmente tiro la moneta in questo caso su dove andare, perchè entrambi sono vicini sicuri e ugualmente accessibili e nessuno con cui parlo mi sconsiglia uno dei due.

Opto per il confine chiamato “Las Manos”. Decisione sbagliata ovviamente. Pochi minuti dopo che un imbronciato addetto all’immigrazione honduregna stampa i nostri passaporti saliamo su un bus direzione Tegucigalpa solo per venire a conoscenza di faraonici lavori in corso sulla Carretera Panamericana, l’arteria che connette tutto il centro america fino al Messico ed oltre. I tempi di percorrenza stimati per raggiungere Tegucigalpa a soli 125 chilometri dalla frontiera sono di ben NOVE ORE. Agghiacciati dalla orrenda prospettiva di spendere 9 ore in coda sotto il sole cocente, pigiati dentro un chicken bus, cominciamo a camminare a ritroso verso la frontiera con il Nicaragua pensando di tornare indietro e raggiungere l’altra frontiera. Ma poi pensiamo che c’è da pagare la tassa di uscita dall’Honduras,  ripagare le salate tasse di entrata e uscita dal Nicaragua (circa 15 dollari), il rientro in Honduras, la maiala di su ma’, più il bus per raggiungere quest’altra frontiera etcetc.

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Classico selfie di frontiera, ancora ignari dell’errore che abbiamo commesso

Insomma alla fine dopo un lungo dibattere optiamo per rimontare sul bus e affrontare le infinite ore di bus. Questo viaggio attraverso centro e sud america mi ha insegnato a praticare una “piccola morte” ogni volta che affronto un lungo viaggio in bus, l’abbandono del corpo e l’annullamento completo dei suoi istinti primari e l’astrazione della mente in luoghi altri, ispirandomi un pò al protagonista-prigioniero del vagabondo delle stelle, romanzo di Jack London, ovviamente tutto è molto più prosaico nel mio caso, ma funziona alla grande. Durante il viaggio il bus si rompe e dopo un tentativo di autostop senza successo siamo pigiati su un secondo bus, ancora più scomodo e ancora più pieno del precedente. Non so come supero questo eterno viaggio di nove ore e arrivo mentalmente sana e salva a Tegucigalpa, a notte inoltrata. Tegucigalpa non era minimamente nei nostri piani, anche perchè qualsiasi guida turistica ti dice che ti spareranno o ti rapiranno e che è la città più pericolosa del centro-sud America. Arriviamo preparati al peggio, veniamo invece accolti ed aiutati dalla gente, che ci consigliano dove passare la notte e che bus prendere l’indomani. A posteriori avrei voluto passare più tempo a Tegu, visitare il centro e farmi una bella camminata per le sue strade, ma l’indomani siamo decisi a raggiungere la nostra meta iniziale, la laguna di Yojoa.

In centro america la gente mente spudoratamente (o semplicemente parla ma non sa) riguardo ai tempi di percorrenza in bus da A a B. Abbiamo addirittura creato un algoritmo per estrapolare il vero tempo di viaggio da quello che la gente ti dice al salire sul bus o al venderti il biglietto. Ad esempio da Tegucigalpa a San Pedro Sula ci vogliono 4 ore, dice il bigliettaio. Dividi il tempo totale per due 4/2=2 e aggiungilo al tempo stimato di viaggio 4+2=6. Lo so, sembra una bazzecola ma credetemi, l’algoritmo non ha ancora mai fallito!

Buttiamo nel cestino il nostro itinerario iniziale e decidiamo di continuare il nostro viaggio diretti a La Ceiba, da cui ci imbarcheremo per una rilassante settimana nell’isola caraibica di Roatan, decisi a non voler vedere l’ombra di un bus per l’intera permanenza!

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Roatan è famosa per le sue accessibili spiagge da cartolina, e gli sport acquatici, in particolare lo scuba diving. Approfitto dei prezzi decisamente più abbordabili di quelli che avevo trovato in Australia per prendere il mio primo certificato di scuba.

Sull’isola vivono un mix di espatriati, honduregni e garifuna, una etnia discendente dagli schiavi africani e aborigeni delle isole caraibiche. Sull’isola si parla principalmente inglese, con forte accento caraibico (esattamente come immagino parlino i giamaicani per intendersi).

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Chillin’ like a villain

 

Dopo un mai abbastanza lungo “beach break”, tra noci di cocco, rum e tramonti su spiagge da sogno, è tempo di tornare alla realtà del “viajero”, è ora di metterci in marcia per Copàn, nostra ultima tappa in Honduras.

Copàn è un importante sito archeologico Maya, patrimonio UNESCO, e uno dei pochissimi siti dove sono stati rinvenuti scritture oltre che ad importanti resti archeologici, principalmente manufatti di giada. Passiamo due giorni visitando le rovine prima di proseguire per il Guatemala.

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“El juego de la pelota” veniva praticato in questi spazi. Uno sport-rituale millenario, di cui un pò come di tutta la cultura Maya, poco si sa. La palla fatta di caucciù poteva arrivare a pesare fino a 5 chili ed infliggere ferite non indifferenti. Secondo alcuni, le partite si concludevano con la decapitazione sacrificale dei giocatori.

 

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