Colombia – El Norte

Il viaggio notturno in bus da Medellin a Santa Marta è quasi piacevole, a parte l’aria condizionata a palla senza sosta! Quando scendiamo al terminal dei bus di Santa Marta alle nove di mattina, siamo subito avvolti da un’afa soffocante. Un caldo che supera di gran lunga quello di Medellin e che pare dire “Li hai voluti i Caraibi? Ora suda!”

Santa Marta, affacciata sul Mar del Caribe, è la città più antica della Colombia: fondata nel 1525, agli albori della colonizzazione spagnola fu per decenni il principale porto colombiano e roccaforte contro i pirati che ai tempi infestavano i Caraibi, prima di perdere il suo primato a favore di Cartagena de Indias.

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El Malecòn de Santa Marta

Oggi Santa Marta è un punto strategico per l’esplorazione dell’estremo nord colombiano; per avere un assaggio del “Caribe” senza dover prendere una barca o un aereo per raggiungere isole remote. A breve distanza da Santa Marta si celano infatti delle bellissime spiagge visitabili anche in un solo giorno. Decidiamo così di scappare dal caldo-umido della città, dirigendoci verso Bahia Concha, una baia meravigliosa, con acqua cristallina, barche di pescatori e non troppa gente. Ma la sorpresa più grande è la quantità e la varietà di pesci e coralli che si celano a poche decine di metri dalla spiaggia principale, le acque tiepide della baia sono perfette per fare snorkeling selvaggio e non sembra che nessuno ne sia minimamente al corrente!

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Bahia Concha

All’ostello in Santa Marta ci liberiamo temporaneamente del peso superfluo nei nostri zaini, in particolare di tutti i vestiti invernali in nostro possesso, prima di lanciarci nell’esplorazione della costa caraibica colombiana. Il piano è raggiungere Punta Gallinas, la parte più a nord del continente Sudamericano.

Ed eccoci qui su un bus alla volta di “El Zaino”, l’entrata principale del Parco Nazionale Tayrona, la nostra prima tappa. Vogliamo rimanere nel parco il più a lungo possibile, per sfruttare al massimo il costoso biglietto d’entrata, per questo ci carichiamo sulle spalle undici litri di acqua e scorte cibo per quattro giorni. Il parco è infatti famoso tanto per la sua bellezza quanto per i suoi prezzi esorbitanti. Certo, non ci sono strade e tutto all’interno del parco è trasportato o a mano o a dorso di mulo, è normale che i prezzi siano gonfiati. In verità c’è una vera e propria speculazione da parte dei privati che abitano nel parco e ne gestiscono ristoranti e alloggi che, consci di poter chiedere qualsiasi prezzo di fronte ad un turista assetato o affamato, arrivano a farti pagare tre euro per mezzo litro d’acqua (che nel caldo tropicale trangugi tranquillamente in mezz’ora). Per una notte in amaca nell’affollatissimo e maltenuto campeggio a Cabo San Juan, la spiaggia più rinomata del parco il prezzo si aggira intorno ai dieci euro a notte.

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Cammino verso la Playa Arrecifes

Dopo tre ore di cammino, madidi di sudore arriviamo ad Arrecifes, una vasta spiaggia meno rinomata ma di grande bellezza.

Il Parco Tayrona è un luogo geogrficamente speciale: è proprio qui che la cordillera delle Ande, la gigantesca spina dorsale del Sudamerica, termina scenicamente nel Mar dei Caraibi, per questo in molte spiagge del parco, l’acqua è estremamente profonda, le correnti forti  e vige il divieto di balneazione. Arrecifes è una di queste. A poche decine di metri dalla spiaggia, in uno dei “rustici” campeggi (per non dire un troiaio assoluto), piantiamo la tenda per lo stesso prezzo che normalmente pagheremmo per un GLAMping. C’è da adattarsi, ma ci consoliamo con il fatto che non è affollato e le spiagge balneabili sono tutte ad una mezz’oretta di cammino. Finiamo per passare nel parco quattro rilassanti giorni, apprendendo e perfezionando la difficile arte della raccolta e apertura delle noci di cocco, abbondante ed essenziale fonte di acqua potabile durante la nostra permanenza nel parco. Senza le noci di cocco non saremmo mai potuti rimanere cosi al lungo al Tayrona senza spendere un centesimo!

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Stremati ma felici dopo una sessione di raccolta

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Una delle splendide spiagge del Tayrona

Dopo aver vissuto un pò alla maniera di Tom Hanks nel film “Cast Away”, ritorniamo seppur un pò più selvatici, alla civilizzazione nella nostra seconda tappa, il villaggio di Palomino, affacciato su una enorme spiaggia tappezzata di palmeti. Alloggiamo nell’ostello “Aluna” dove la proprietaria, una simpatica signora sulla cinquantina, dispensa preziosissimi consigli su come raggiungere, spendendo meno soldi possibile, Cabo della Vela e la ancor più remota Punta Gallinas. Esistono costosi viaggi organizzati ovviamente, ma come avrete capito i tours non ci piacciono neanche un pò, e come sempre optiamo per l’opzione indipendente.

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Palomino Beach

All’alba partiamo alla volta di Cabo della Vela. Dopo aver cambiato svariati mezzi di trasporto e molte sudatissime ore dopo, raggiungiamo questa pittoresca baia nel deserto della Guajira.

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Indigena Wayu sulla spiaggia di Cabo della Vela

In questo arido deserto, simile in tutto e per tutto ad una savana africana, vivono genti di eccezionale fascino, gli Wayu. Questo popolo è una delle pochissime comunità indigene in Sudamerica a non essere mai stata conquistata dagli spagnoli. Ebbene si, l’isolamento e le aspre condizioni di questa regione desertica a cavallo tra Colombia e Venezuela, hanno protetto questa tribù e, anche se la guerra tra le due repubbliche per i territori di frontiera ha ristretto molto il territorio originariamente appartenente agli Wayu, questi, hanno sempre mantenuto la loro autonomia, oggi riconosciuta a livello costituzionale da entrambi gli stati. Come funzioni la vita in queste tribù è per me un vero mistero. In un luogo dove non si è vista una goccia pioggia per quattro anni consecutivi, l’approvvigionamento di acqua e cibo sono un problema serio. Le capanne di lamiera e legno nelle quali vivono non hanno serbatoi per la rara acqua piovana, la maggior parte non possiede un mezzo di trasporto, alcuni attraversano il deserto in bicicletta alle prime luci dell’alba per riportare indietro bottiglioni di acqua potabile, la cui fonte più vicina si trova a decine e decine di chilometri di distanza. Gli Wayu vivono principalmente di allevamento di capre e pesca, le donne si dedicano all’artigianato, in particolare alla creazione delle tipiche “mochillas”, delle borse di tela colorata con vari disegni geometrici tipici.

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Capanne in un villaggio Wayu

Cabo della Vela, una baia che fino a qualche anno fa era praticamente disabitata, è oggi un luogo dove turisti e viaggiatori di tutto il mondo vengono a rilassarsi nelle calme e poco profonde acque della baia ed è il luogo perfetto per praticare kitesurf grazie al vento che spazza costantemente questa baia.

Da Cabo della Vela ci aspettano svariate e alquanto scomode ore sballottati in una jeep (quanto ho imparato a temere i viaggi in jeep durante questi mesi!) addentrandoci ancora più in profondità dentro questo assurdo deserto senza fine. Sotto il sole cocente, orde di bambini e donne Wayu attendono pazientemente l’arrivo delle jeep per riscuotere il pedaggio dagli autisti, una tassa per passare sulle loro terre? un’elemosina? E’ difficile rimanere impassibili di fronte a tanta povertà ma anche tanta dignità, pedaggio o non pedaggio non ci viene mai negato un sorriso e uno sguardo curioso attraverso il finestrino. Il nostro autista cerca di accontentare tutti ripartendo acqua o qualche pesos ad ogni pedaggio o promettendo di fermarsi al prossimo passaggio.

Finalmente arriviamo in questo avamposto nel deserto, nel vero e proprio centro del nulla. Eppure anche li, sparpagliate tra cactus e alberelli stecchiti, vediamo numerose case Wayu. Un’altra ora di jeep prima di arrivare alla famigerata “Punta Gallinas”, un piccolo istmo di terra che segna l’estremo nord del continente sudamericano. Guardando il mare e ripercorrendo mentalmente tutta la strada che mi sono lasciata alle spalle, per la prima volta riesco a visualizzare chiaramente le enormi distanze percorse, rivivendo per un breve attimo tutto il viaggio.

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Non molto lontanto da Punta Gallinas c’è una enorme duna di sabbia dorata che si fonde in un mare turchese: Playa Taroa.

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Playa Taroa, dove il deserto si unisce al mare

Passiamo la notte nel deserto, al calare del sole, il caldo soffocante dà finalmente tregua e le stelle appaiono nel cielo, più vivide che mai. Per la prima volta nella vita dormo su un’amaca e, cullata dal vento del deserto passo una delle migliori notti di sonno nel mio viaggio in Sudamerica!

La nostra avventura in questo incredibile angolo di mondo volge al termine, e dopo aver percorso il viaggio a ritroso fino a Santa Marta, ci dirigiamo verso la nostra tappa finale: Cartagena de Indias.

Come spesso accade quando visitiamo grandi città e ci portiamo dietro alti livelli di aspettativa, Cartagena si rivela una delusione. Il centro città con i suoi curatissimi palazzi coloniali, è costellato di gioiellerie (Cartagena a quanto pare è famosa per gli smeraldi), negozi di lusso e “hotel boutique”(Dio solo sa quanto odi questa parola!). Ma non è la collaterale presenza di facoltosi turisti americani ed inglesi, di addii al celibato e di matrimoni faraonici ad infastidirmi, ma ahimè la costante, prepotente e aggressiva presenza di venditori ambulanti che mi ha portato a paragonare Cartagena a una Cusco in versione tropicale. Pensavo non ci potesse essere qualcosa peggiore di Cusco fino a che non sono approdata a Cartagena: dai sigari cubani falsi, all’happy hour in un bar dove non metterei mai piede neanche se mi pagassero, dalla droga ai gelati, dai tour a Playa Blanca ai braccialetti, non c’è un attimo di pace per le strade del centro di Cartagena. Il centro storico mi ha fatto pensare a come potrà diventare tra non molto Barcellona se i prezzi degli affitti continueranno a salire e se si continuerà a sponsorizzare un tipo di turismo “sbagliato”. Nessuno e dico nessuno può più permettersi un affitto nel centro storico di Cartagena, ormai composto solo da hotel e seconde case di stranieri e colombiani abbienti.

Getsemanì in compenso è un quartiere più popolare, con prezzi ancora accessibili e una bella vita notturna che si svolge per le piazze e per le vie, tra musici ballerini e acrobati di strada.

Dopo otto mesi esatti di viaggio, il ventiquattro Luglio impacchetto per l’ennesima volta il caro, vecchio e malandato zaino, questa volta non per prendere un bus ma per riprovare finalmente la dolce ebbrezza di viaggiare nel comfort di un aereo, esperienza che mi era decisamente mancata!

Take off verso nuove avventure in Centro America!

 

 

 

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