Bolivia III – Dalle Ande alla giungla

Da la Paz decidiamo di intraprendere il trekking del Choro, sulle orme di un vecchio cammino Inca tutt’ora in uso dai locali e che, in tre giorni e 70 chilometri, ci porterà fino alla cittadina di Coroico, avvicinandoci alla nostra meta finale: Rurrenabaque.

E così in una fredda mattina, arriviamo a “La Cumbre”, punto di partenza per i pochi escursionisti del Choro (eravamo sei in totale quel giorno, ma nei due giorni precedenti nessuno si era cimentato nell’impresa) Alla Cumbre troviamo invece decine di persone pronte a lanciarsi nel gettonatissimo mountain biking della Death road, la strada più pericolosa al mondo.

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Pronti per il trekking alla Cumbre

Iniziamo il cammino a quota 4700 metri per cominciare una traumatica salita fino ai 4900. Il freddo è inaccettabile e siamo avvolti da una fitta coltre di nebbia.

Arrivati su questo inospitale cucuzzolo iniziamo la discesa. Eh si perché il cammino del Choro è tutto una grande lenta discesa, dalle Ande alla giungla appunto. Si parte dai 4900 metri di altitudine per arrivare ai 1600 metri finali.

Il primo giorno è il più terribile: in 20 chilometri effettueremo una discesa di quasi 2000 metri.

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la vista della vallata sottostante

Dopo la prima iniziale discesa su un terreno molto accidentato, arriviamo in una vallata dove ci fermiamo per una pausa. Incontriamo tre donne che vengono dalla direzione opposta. Stanno andando a piedi a La Paz perché una delle tre, la più anziana, si è fatta male ad una caviglia ed ha bisogno di un dottore. La signora indossa una semplice fasciatura e i classici sandaletti da cholita e non esita a caricarsi in ogni caso sulle spalle un bel carico, avvolticciolato nella tipica coperta. Regaliamo alla signora un paio di ibuprofeni per affrontare l’immane pettata che la attende per arrivare fino alla Cumbre, le auguriamo buona fortuna e proseguiamo.

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Le signore proseguono

Inaspettatamente lungo il cammino nella scenica vallata incontriamo piccoli villaggi e casette di mattoni di fango sparse in qua e in là. Ovviamente non mancano i lama.

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Llamas!

La prima giornata di cammino si conclude con un’aspra discesa su un sentiero ciottolato. Le pietre sono aguzze e scivolose per via della costante pioggia che ci ha accompagnato per tutto il giorno. Finalmente arriviamo al primo accampamento ufficiale: una signora e sua figlia, una bambina di circa 5 anni che vivono in isolamento più totale, a due giorni di cammino da una città. Il prossimo anno la bambina andrà a scuola, ci racconta la madre, e dovrà affrontare due ore e mezza di cammino all’andata e due al ritorno, ogni giorno. La bambina è visibilmente annoiata da questo isolamento e dalla mancanza di contatto con bambini della sua età trova conforto nella compagnia degli animali e dei rari gringos di passaggio.

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Le nostre ospiti

Distrutti dalla stanchezza, piantiamo la tenda in fretta e furia, sono le 18.30 del pomeriggio, la pioggia e la nebbia non ci hanno mai abbandonato. Mangiamo famelici e ci buttiamo dentro la tenda alle ore 20.00.

Dopo dodici ore di sonno la situazione fisica e psicologica è decisamente migliore. Riesco a sentire i miei piedi, che devo a malincuore reinserire nei calzini fradici e nelle scarpe altrettanto zuppe. Una gioia.

Il secondo giorno è relativamente più facile, le discese si alternano a piccole salite, un pallido sole fa capolino e cominciamo a vedere la vegetazione infittirsi e farsi sempre più simile ad una giungla. Nel pomeriggio comincia a fare caldo, decisamente troppo caldo ed umido. Accampiamo in un altro luogo isolato gestito da un’anziana signora, che all’apparenza vive sola. Al mattino ripartiamo di buon’ora, ma il clima si fa presto insopportabile. Ci sono 25 gradi e credetemi fare trekking con questa temperatura non è per niente piacevole. Il sudore è copioso, e dopo tre giorni senza una doccia il “body odor” comincia ad essere intenso. Infatti credo di non aver mai puzzato cosi nella mia vita, neanche dopo una settimana senza doccia in Patagonia.

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…la vegetazione si fa via via più fitta…

L’ultimo giorno di cammino attraverso la fitta vegetazione, è duro e sembra non finire mai. Finalmente verso le 16.30 del pomeriggio arriviamo al villaggio de El Chairo dove, dopo una breve attesa e infruttuosa contrattazione del prezzo riusciamo a prendere un combi fino alla città di Coroico che si trova arroccata scenicamente una collina aguzza di fronte a noi.

A Coroico spendiamo due notti giusto per riprenderci dalle fatiche del Choro e per preprarci psicologicamente a proseguire il viaggio verso Rurrenabaque, remoto punto di accesso alla giungla boliviana.

La strada della morte, nome dovuto al gran numero di incidenti e decessi dei suoi coraggiosi usuari (circa 200-300 l’anno) è una strada che univa anticamente La Paz a Caranavi. Oggigiorno il tratto tra La Paz e Coroico è stato chiuso e sostituito da una strada asfaltata, gli unici ad utilizzarlo ancora sono i sovrammenzionati turisti che pagano fior fior di quattrini per lanciarsi a grande velocità giù per questa strada in cerca di una dose di adrenalina.

Dopo pochi minuti a bordo del bus verso Rurrenabaque, apprendo però che la strada della morte è ancora in utilizzo nel tratto tra Coroico e Caranavi. Mi rendo dolorosamente conto di ciò perché la guida è improvvisamente a sinistra e perché sulla sinistra appunto (e la sorte mi ha assegnato il posto finestrino LATO SINISTRO) si trova uno strapiombo di svariate centinaia di metri.

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La strada della morte

Si guida a sinistra perché i veicoli che vengono dalla direzione opposta sono principalmente camion-merci ed essendo più pesanti hanno diritto a stare nella parte destra, la parte più sicura di questa fangosa strada ad una corsia. Di camion merci ne incontriamo a bizzeffe, e spediamo una terrificante mezz’ora tentando di fare retromarcia sull’orlo del precipizio per far passare questi bolidi.

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Solo rivedere queste foto mi fa risalire una certa nausea

Dopo Caranavi, grazie ad un tranquillante e ad un miglioramento delle condizioni del manto stradale, riesco persino a chiudere occhio, e finalmente dopo 12 ore di bus, all’alba arriviamo a Rurrenabaque.

Ci prendiamo due giorni nella cittadina, per riposare e scegliere con cura l’agenzia da cui farci portare nei meandri della giungla boliviana. Scegliamo, su suggerimento di cari amici che vi hanno fatto volontariato, Madidi Travel, che ci guiderà nella riserva Serere per tre giorni e due notti.

Rosa Maria Ruiz, fondatrice di Eco Bolivia, è una pioniera nella lotta alla conservazione e protezione del tesoro naturalistico della giungla boliviana rappresenta, ha aperto la riserva Serere nel 1995 ed ha avuto una vita a dir poco avventurosa. Ha lottato strenuamente contro i bracconieri, che le hanno distrutto la casa, ed ha quasi perso la vita a causa di un attacco di un Caimano mentre faceva il bagno in uno dei laghi della riserva.

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Viaggio verso Serere

Tre ore a bordo di un “longboat” lungo il corso del mastodontico Rio Marmorè ci separano dalla civilizzazione. Arrivati metto piede sulla “terraferma” e sprofondo nel fango fino al ginocchio. Bene.

Nei fangosi 45 minuti di cammino che ci separano dal luogo dove passeremo i prossimi giorni, sono subito avvolta da uno sciame, quasi una nebbia, di zanzare, accompagnato da uno strato di sudore appiccicaticcio dovuto al caldo-umido soffocante. Questo sarà ahimè lo status quo dei giorni a venire, lo stato normale delle cose. La guida ci lascia davanti ad una capanna che sarà il nostro alloggio. Il tetto di foglie di palma e le pareti semplici zanzariere su quattro lati, cosi da poter godere della giungla e dei suoi suoni in ogni momento.

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L’alloggio nella giungla

E’ difficile spiegare a parole la colonna sonora della giungla, è come un continuo perenne ronzio ritmico di insetti, intervallato da decine di strani richiami di uccelli e scimmie. Ma il suono se si vuole più peculiare e anche un pò spaventoso è il richiamo delle scimmie urlatrici paragonabile al vento che infuria durante una tormenta. Passo le prime due ore nella giungla al riparo dentro la embrionica capanna-zanzariera, semplicemente osservando e ascoltando attentamente la giungla. E’ una cosa mai vista prima. Inenarrabile.

Nel cammino che separa la nostra capanna dalla grande capanna principale, punto di ritrovo, sento un gran movimento nel fogliame sovrastante e mi accorgo che branchi di curose scimmie cappucino e scimmie scoiattolo ci stanno seguendo e scrutando dall’alto. E’ come uno zoo alla rovescia. Sei tu. umano la rarità! Sei tu lo strano visitatore che suscita lo stupore e sgomento fra gli abitanti della giungla!

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Monkey!

La nostra guida Emil, che fino all’adolescenza ha vissuto nella sua tribù nella giungla, ci porta a fare una prima escursione, spiegandoci le proprietà medicinali di varie piante e alberi, insegnandoci a riconoscere e a tenerci alla larga dagli alberi dove le “hormigas de fuego” hanno fatto il nido, spiegandoci che anticamente i nemici venivano legati a questi alberi e, dopo aver percosso il tronco con un bastone, le piccole formichette rosse uscivano dal loro nido e attaccavano, entrando nella bocca e nel naso del povero sventurato e nutrendosi lentamente dei suoi fluidi corporali. Una morte lenta e decisamente non piacevole.

Ci sono altre formiche non proprio amichevoli nella giungla, ma queste a differenza delle formiche di fuoco sono grandi e nere e ben riconoscibili. Sono le formiche-proiettile, la cui puntura sprigiona una neurotossina e regala le più spiacevoli 24 ore di dolore della tua vita. È infatti una delle punture d’insetto più dolorose in assoluto.

Ma vi sono anche formiche che aiutano gli abitanti della giungla, come le formiche soldato, che poste sopra un taglio o una ferita e decapitate al momento giusto chiudono le loro piccole chele e sono usate come punti di sutura (lo diceva anche Mel Gibson nel film Apocalypto!)

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La povera formica decapitata sutura la felpa di Gavin

Quando cala la notte e ritorno alla capanna, la trovo invasa da scarafaggi di ogni dimensione e colore. Sono dappertutto sul mio zaino sulle mie cose nelle scarpe, sono molto vicino ad avere un attacco isterico. E per coronare il tutto, lungo il cammino verso la capanna-ritrovo, uno scarafaggio volante grande come la testa di un bambino decide di atterrare a un metro dalla mia faccia. Durante la passeggiata notturna abbiamo modo di osservare pipistrelli, ragni e rane

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Ragnetto

Il secondo giorno andiamo a pesca nel lago su cui si affaccia la riserva popolato da numerosi caimani e alligatori che di tanto in tanto fanno capolino sulla superficie a pelo d’acqua. E’ la prima volta che vado a pesca ma riesco seppur con dispiacere, a catturare un pesce gatto.

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spidermonkey

L’ultimo giorno la giungla ci regala la possibilità di ammirare un bradipo in (lento) movimento. Dopo pranzo è già tempo di andare e devo dire che dopo tre giorni con indosso gli stessi vestiti appiccicosi di sudore, con il corpo coperto di punture di zanzare (perché non importa se indossi i pantaloni lunghi o ti spruzzi DEET in ogni dove, queste zanzare ti pungono stesso) e quel costante e noioso ronzio nelle orecchie sono dispiaciuta ma anche un po’ sollevata nel lasciare la giungla.

E siccome tre giorni in questo luogo bello ma onestamente inospitale non erano abbastanza hardcore, decidiamo dopo un’ora di cammino e tre ore di barca per tornare a Rurrenabaque, di intraprendere direttamente il periglioso viaggio di ritorno a La Paz, così tanto per non farci mancare niente.

Passiamo 15 spiacevolissime ore a bordo di un bus infestato da scarafaggi e zecche. I nostri sedili, esattamente perpendicolari alla ruota posteriore del bus, ci regalano una notte insonne sciaguattati in qua e in là. Infine l’ascensione, in poche ore, da zero metri sopra il livello del mare ai 4000 metri de La Paz aggiungono alle ultime ore di viaggio gli indimenticabili sintomi del mal di montagna.

Per farla breve la suddetta esperienza vince il primo premio come il più orribile viaggio in bus in Sudamerica, e si spera mantenga il suo primato per sempre!

Il ritorno al gelo della Paz, nonostante l’altitudine, è un vero toccasana. Niente zanzare. Niente cucarachas. NIENTE. Mi ci vogliono tre giorni per riprendermi dal viaggio ma finalmente riusciamo a lasciare La Paz per dirigerci verso il lago Titikaka, il lago navigabile più alto del mondo.

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on the way to Lake Titikaka

Ora dovete sapere che le due attrazioni principali per i turisti-lampo in Bolivia sono il Salar di Uyuni e la Isla del Sol sul lago Titikaka. Mi ricordo di questo fatto appena il bus ci lascia nella cittadina di Copacabana, punto di imbarco per la Isla Del Sol. Non vedevo code per l’imbarco tanto lunghe dai tempi dei voli Ryanair per Barcellona, en serio! File di gringos con i loro selfie sticks, le loro giacchette gore-tex e i loro maglioncini di alpaca appena acquistati.

Fuck this shit, penso io. E lo penso ancora di più quando mi informano che, a causa conflitti interni tra isolani ( che si azzuffano tra di loro per avere più turismo) la parte nord dell’isola è chiusa ai turisti. Questo distrugge il mio piano perfetto  che prevedeva raggiungere la parte nord, la più remota dell’isola e accampare il più lontano possibile da ogni forma di vita. Decidiamo di imbarcare comunque. Approdiamo al porto di Yumani e questa è la scena che mi si presenta davanti:

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Siamo subito circondati da bambini che cercano di venderci una stanza per la notte o farci pagare per una foto del loro lama. Ignoriamo e cominciamo a salire le ripide scale che portano dal porto al villaggio di Yumani. Chiedo di un camping o qualcosa di simile, ma tutti sono molto restii a darci qualsiasi informazione in merito.

Ora tutto questo suona molto brutto lo so, pero in verità vi dico che se riuscite ad andare oltre questa coltre di turismo ultra-commerciale, l’isola è di una bellezza mozzafiato, e può offrirti un luogo di totale isolamento e silenzio

Troviamo un posto semi-isolato in cui piantare la tenda e lasciare le nostre cose. Il panorama è spettacolare.

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Decidiamo di andare in esplorazione dell’isola. Nel villaggio di Yumani non mancano ostelli, ristoranti dovre i sovrammenzionati turisti in gore-tex prendono il sole e bevono birra. Per qualche ragione c’è una collinetta dove almeno 40 persone stanno guardando il tramonto. Continuiamo a camminare e troviamo il posto perfetto dove guardare il sole adagiarsi nel lago. Il silenzio è indescrivibile, i colori del lago e delle gigantesche montagne sullo sfondo sono ipnotici. Torniamo alla nostra tenda prima che faccia buio, e cuciniamo la cena con il nostro fornellino da campeggio. Al calare della notte il gelo comincia a farsi sentire e ci ritiriamo nella tenda abbandonando la coltre di stelle sopra le nostre teste.

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Isla de la Luna e le Ande sullo sfondo

 

 

Fortunatamente al mattino il sole fa capolino presto scaldando la tenda. Cerchiamo di raggiungere una spiaggia nel centro dell’isola. Dopo circa 45 minuti di cammino eccoci qua. La nostra spiaggia privata. Fare il bagno nel lago Titikaka è un pò come fare il bagno nel Gange, è rischioso ma è un must!

L’acqua del lago è gelata ma il sole dei 4000 metri è incredibilmente caldo e intenso e ci asciughiamo in pochi minuti.

E così, siamo inaspettatamente riusciti ad evitare le folle sulla Isla Del Sol ed a poter apprezzare la sua natura, i suoi silenzi e la sua energia.

Verso le cinque del pomeriggio riapprodiamo a Copacabana per dirigerci verso il confine con il Perù. Riusciamo ad attraversare il confine giusto in tempo prima della chiusura della frontiera. Bus pieni zeppi di turisti che attraversano la frontiera di Kasani, intasano il piccolo ufficio dove una minuta signora peruviana dispensa stampini sui passaporti.

Eccoci qua. Dopo ben due mesi in Bolivia, un pò a malincuore, lasciamo questo incredibile paese, alla volta del Perù.

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