Bolivia II – Toro Toro e La Paz

Ridendo e scherzando ho piantato la tenda e son rimasta a Samaipata per ben 12 giorni. Sentivo che era la cosa giusta da fare. L’ostello-camping  in cui alloggiavamo, il “Jaguar Azul”, è stata sicuramente una delle ragioni per cui ho prolungato la mia permanenza. C’era un gran via vai di gente interessante, un bar con ottima musica, tanto verde ed un tempo meraviglioso, nonostante la stagione delle piogge. Samaipata è un villaggio boliviano come tanti, ma per qualche inspiegabile ragione un gran numero di stranieri (in particolare francesi e tedeschi), vi si è riunito nel corso dell’ultimo decennio, facendone la sua nuova casa.

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Samaipata in the distance

Samaipata ha un’anima hippie e questo è innegabile. La gente che ci vive parla di una particolare energia che avvolge il villaggio e i suoi dintorni. Personalmente Samaipata mi ha infuso una grande tranquillità e voglia di prendere una pausa ulteriore dai lunghi viaggi in bus e dai continui spostamenti per raggiungere la prossima meta. E’ stato un po come tornare a casa. Grazie al clima semi tropicale, con temperature che si aggirano intorno ai 20 gradi tutto l’anno, la vegetazione lussureggiante, e le numerose possibilità di trekking nei suoi dintorni non stento a credere che questo luogo attragga un gran numero di persone tra turisti e espatriati.

A Samaipata abbiamo avuto il tempo di studiare e rivoluzionare completamente il nostro programma di viaggio: inizialmente si era pensato di raggiungere la remota città di Trinidad a bordo di una nave-mercantile, seguendo per quattro giorni (ma forse anche di più) il corso del Rio Marmorè. Da Trinidad avremo poi preso un bus per arrivare nella ancor più remota città di Rurrenabaque, nella giungla boliviana. Questo programma ci è stato caldamente sconsigliato poiché Marzo è ahimè ancora stagione delle piogge, e per un bus tra Trinidad e Rurrenabaque avremo dovuto possibilmente attendere giorni se non settimane. Abbiamo quindi deciso di proseguire per la città di Cochabamba, tappa necessaria, per poter raggiungere e visitare il parco nazionale Toro Toro.

E così dopo undici traumatiche ore di bus, su una strada era in parte comparabile ad un fiume di fango, per coprire la bellezza di soli 350 chilometri arriviamo a Cochabamba. La città di Cochabamba è tanto cara quanto cosmopolita, è un luogo dove i giovani boliviani (quelli con i soldi) vanno a studiare, e come ogni grande città finora visitata in Sudamerica non ha grandi attrattive: è fumosa, trafficata, c’e’ un sacco di gente in ogni dove. Per fortuna a Cochabamba passiamo solo un giorno che spendiamo girando i vari ospedali della città in cerca di un vaccino contro la febbre gialla, che apprendo in Samaipata, è richiesto per uscire dal paese. Purtroppo non abbiamo fortuna, e ripartiamo alla volta del villaggio di Toro Toro.

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il villaggio di Toro Toro dall’alto

 

“Turu Turu Pampa” è il nome orginale quechua di questa remota area della Bolivia, il nome fu poi storpiato dai conquistadores spagnoli in “Toro Toro”. Turu Turu significa fango. Di fango ce n’è effettivamente in quantità indiustriali. E di fango ce n’era senza ombra di dubbio anche milioni di anni fa, durante l’era del cretaceo quando, questa vallata rappresentava una vera e proria “autostrada” per i grandi mammiferi. Ed è proprio la grandissima quantità di orme di dinosauri e ritrovamenti fossili che ha reso famoso in primo luogo quest’area e ha fatto sì che nel 1996 si istituisse il parco nazionale Toro Toro. Purtroppo mancano fondi per preservare gli incredibili ritrovamenti e continuare nella scoperta del tesoro che si cela sotto il fango si Toro Toro. Fin’ora i tentativi di preservare questo vero e proprio libro aperto sul passato sono stati pochi e inefficienti. Le orme esposte alle intemperie, agli animali al pascolo e ai saccheggiatori.

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Una delle centinata orme di dinosauro

Ma le orme di dinosauro non sono le uniche attrattive di questo parco nazionale: l’area del parco è la prova esistente di come la forza dell’acqua in milioni di anni abbia potuto plasmare la vallata formando un gigantesco canyon, caverne e sculture di roccia.

 

Toro Toro non è (ancora per poco) una meta estremamente turistica, conseguentemente i prezzi per l’alloggio e per una guida nel parco nazionale sono ancora contenuti. Ma nel villaggio gli ostelli stanno spuntando come funghi e, mi racconta una guida che negli ultimi 10 anni il turismo è esploso.

Il primo giorno esploriamo i dintorni del paese seguendo un sentiero che costeggia il canyon. Il secondo giorno prendiamo una guida, che ci porta a visitare la Ciudad de Itas (la città di pietre) incredibili formazioni rocciose dove anticamente, i ladri di bestiame nascondevano il loro bottino. Nel pomeriggio c’è in programma di visitare la caverna di Umajalanta, niente di troppo impegnativo, immagino scioccamente.

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Eccoci qui, muniti di elmetti e sorridenti nella beata ignoranza di ciò che ci attendeva

Ma il giretto nella caverna si rivela essere una vera e propria spedizione speleologica (non per principianti e claustrofobici come me) con cuniculi in qui devi letteralmente strisciare a terra, passaggi a picco nel vuoto o quando va bene in un fiume sotterraneo in cui è necessario l’uso di corde, nel buio più totale, muniti soltanto di un elmetto e una torcia che illumina a malapena l’oscurità che ci circonda. Insomma cose che in Europa  non ti farebbero mai fare senza un minimo di esperienza. Ma vabbè l’avventura d’altra parte ci piace assai. Nella via di uscita dalla caverna, sopraffatta dalla fatica cado e apro in due il mio unico fedele paio di scarpe che mi avevano eccellentemente servito negli ultimi 4 mesi. Per fortuna lo zapatero di turno ripara questo disastro per soli 5 bolivianos (70 centesimi).

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zapatero a lavoro!

Il terzo giorno decidiamo di scalare il monte che sovrasta il viaggio di Toro Toro per cercare una migliore vista del villaggio delle incredibili formazioni rocciose simili a denti aguzzi sullo sfondo. Infine il quarto giorno decidiamo di metterci nelle mani di un’altra guida per esplorare il canyon di Toro Toro. Nuovamente quella che era cominciata come una tranquilla scampagnata finisce per diventare canyoning estremo, con tanto di scalata su pareti di roccia, rovinose cadute nel fiume e rocce delle dimensioni di un comodino che si distaccano dalla parete del canyon e si schiantano rumorosamente a terra a pochi metri da noi. Insomma un’ulteriore inaspettata avventura.

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Il Canyon (prima della discesa)

L’ultimo giorno è di riposo e visita all’ospedale locale alla ricerca, nuovamente senza successo, di un vaccino. Nell’ospedale di Toro Toro (come in tutti gli ospdali boliviani) convivono la medicina moderna con quella chiamata “medicina tradicional”: il curandero, il signore dalle fattezze più indigene che abbiamo fin’ora mai visto, con indosso un colorato gilet siede nel suo studio, i cui scaffali ricolmi di erbe di vario genere emanano un forte e non ben identificato odore.

Torniamo a Cochabamba, solo per una notte prima di prendere l’ennesimo bus per la città de La Paz. Il viaggio di otto ore è per la prima volta interamente su una strada asfaltata, che lusso, che goduria!

A poche decine di chilometri, il gigantesco monte Illimani (6462 metri) ruba la scena a tutto il paesaggio circonstante.

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La Paz, una città che avevo pensato inizialmente di evitare, si rivela una piacevole sorpresa. La città più popolosa della Bolvia conta in realtà solo un milione di abitanti, ma la sua conformazione la fa sembrare senza fine: la città nasce in una stretta valle e si estende negli anni fino ad arroccarsi sulle aspre colline circostanti in maniera irregolare e caotica. Oggigiorno La Paz forma un tutt’uno con El Alto, città fondata dalla minoranza indigena degli Aymara. Fino a qualche anno fa la vita di chi viveva nella zona alta della città era un vero inferno: nelle ore di punta ci volevano fino a due ore di bus per sfidare il traffico folle e raggiungere le zone centrali della città. Oggi bastano tre Bolivianos (40 centesimi) e pochi minuti grazie al teleferico, un sistema di “ovovia” all’avanguardia con varie linee di differenti colori (ad oggi ne esistono tre, ma altrettante sono in costruzione) proprio come le linee della metro.

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il teleferico rosso e l’immensità della paz

E’ sorprendente come a La Paz convivano il moderno e l’antico: il teleferico, i grattaceli, la zona delle banche e degli uffici, una vasta scelta di ristoranti per tutti i gusti e tutte le tasche affiancati da realtà come il mercado de las brujas (il mercato delle streghe), una piccola zona nel quartiere centrale pullulante di negozi di esoterismo, magia e medicina tradizionale. I feti di lama mummificati la fanno da padrone, da bruciare insieme ad altri oggetti di dubbia provenienza per portare “buena suerte”. Ogni volta che si costruisce una casa in Bolivia, un feto di lama è posto nelle fondamenta per portare appunto felicità e fortuna ai suoi abitanti. E poi ci sono semi ed erbe di vario genere, corna di capretto e boccette dal contenuto ignoto per curare tutti i mali, dai calcoli renali all’impotenza e ovviamente eliminare il malocchio una volta per tutte. Un luogo a dir poco interessante ma anche un pò rivoltante.

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A la Paz si trova anche il carcere di San Pedro, il primo e unico carcere autogestito del mondo. Qui circa 3000 detenuti vivono con le loro famiglie in totale autonomia. Una vera e propria città dentro la città. Non ci sono guardie ne grate all’interno, e gli occupanti devono lavorare per pagare l’affitto delle loro celle. Esistono celle in cui vivono decine di persone ammassate (le più economiche) e celle molto più care, veri e propri appartamenti con tutte le comodità e i lussi immaginabili. All’interno di questa prigione viene prodotta e trafficata la cocaina più pura della Bolivia. Avrei voluto vedere con i miei occhi questa assurda realtà e fino a qualche anno fa era possibile trovare qualche “guida” per un giro in questa prigione, purtroppo qualche tour è finito in una sparatoria e oggi l’accesso ai turisti è proibito. Se volete sapere di più su questa prigione vi consiglio caldamente la lettura del libro “the marcing powder” di Rusty Young che narra la storia vera di un inglese pazzo che si è affittato una cella nel carcere di San Pedro e ne ha viste delle belle!

Ed eccoci qui alla fine di un nuovo capitolo. Nel prossimo ed ultimo capitolo boliviano si parlerà del lungo e periglioso viaggio dalle Ande alla giungla.

Stay tuned!

 

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