Bolivia

Viaggiando nel nord dell’Argentina, ad un certo punto non ben identificato tra Salta e Jujuy cominci a vedere che qualcosa sta cambiando. La prossimità con la Bolivia si fa via via più evidente, lo si nota nei volti delle persone, nel loro modo di vestire, e di parlare, nel panorama generale.

Dopo più di due settimane passate facendo l’autostop sotto il sole cocente sulle polverose strade tra la Rioja, Tucuman, Salta e Jujuy arriviamo a fare il nostro ultimo autostop argentino, dal piccolo paesello di Humahuaca alla cittadina di frontiera de La Quiaca.

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Cimentandomi nell’antica arte dell’autostoppismo

Il nostro ultimo ( o forse no?) passaggio in autostop avviene su un tir che trasporta latte in polvere. Al volante c’è Juan, un camionista di Salta, che ci accoglie con un sorriso e una guancia strapiena di foglie di coca.

Juan mastica coca da quando aveva sei anni, e ci spiega tutte le proprietà dell’ “angelo verde”

Presa dalla curiosità chiedo se posso provare: prendo un piccolo mucchietto e lo adagio tra la guancia destra e l’arcata dentale e li lo lascio per le successive due ore gustandone il sugo dolce-amaro

Chiediamo a Juan se arrivato alla Quiaca porterà qualche autostoppista indietro fino a Salta, lui ci dice che nessun camionista porta “mochilleros” provenienti dalla Bolivia perché spesso trasportano droghe.

Arrivati alla Quiaca salutiamo Juan e facciamo un “blitz” alla frontiera, giusto per dare un’occhiata. Sui blog di viaggio si leggono storie orribili riguardo l’attraversamento di questa frontiera. A me sembra più che tranquilla. Voglio dire c’è un gran via vai di gente, carretti bambini cani e altri animali, che sembrano passare indisturbati tra Bolivia e Argentina e vice versa ma tutto sommato niente di preoccupante. Il mattino dopo di buon ora arriviamo alla frontiera e “stamp” “stamp”! Due timbri sul passaporto e via. L’attraversamento di frontiera più rapido mai effettuato.

Arriviamo a una specie di stazione di bus, dove davanti ad una fila di “micros”, minivan da 7-8 posti provenienti da un altro secolo, altrettante signorine cantilenano a volumi indescrivibli la destinazione dei veicoli: “Tupiza Tupiza Tuuuuuupiiiiizaaaaaa! Uyuniiiiiiiii!”

Qui incontriamo la prima sostanziale differenza tra la Bolivia e l’Argentina e il Cile: C’è un sacco più di gente e caos e soprattutto rumore intorno a te. La strada è un mercato vivente, brulicante di gente, animali e cose. Se nel nord dell’Argentina si avvistavano solo sporadicamente, adesso le “cholitas” la fanno da padrone. Le Cholitas sono basicamente donne vestite con l’abito tipico boliviano ( stile che pensavo appartenere solo alle donne peruviane).

L’abito è composto da sandaletti neri (con o senza calze) una gonna a pieghe sopra il ginocchio, che non ho ancora capito come, rende il didietro molto formoso (quasi quadrato), golfino di lana, grembiulino a quadri (opzionale), e ovviamente l’immancabile cappello a tesa larga a coronamento di due lunghe trecce nere, adornate da elastici a dir poco ridondanti.

Ah mi stavo quasi per dimenticare l’elemento più essenziale della cholita: la mantella colorata.

Questo versatile drappo di lana a fantasie tipiche quechua, è usato nei modi più disparati.

A volte vedi queste vecchiette ricurve ed estremamente minute, con l’equivalente della loro massa corporea caricata sulla schiena avvolto perfettamente nella suddetta mantella. Impossibile scorgere il contenuto, o capire come riescono a caricarselo sulle spalle in solitaria.

A volte invece, quello che credi essere un sacco di patate penzolante, si rivela invece essere un bambino ( lo si capisce solo perché una piccola porzione di testa o una manina spunta fuori dal questo bozzolo colorato). Per giorni mi sono domandata come queste donne si carichino i bambini sulla schiena in quel modo. E poi l’ho visto succedere. E’ difficile spiegare a parole un’azione tanto visuale. Il bambino giace in terra sulla coperta, la madre è riversa sul bambino, lo avvolge in qualche modo e poi succede qualcosa simile ad una mossa di kung fu, il bambino-bozzolo vola nell’aria per qualche secondo, sopra la testa della madre e poi….e poi è magicamente lì al suo posto, penzolante e precario ma allo stesso tempo sicuro.

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Esempio di cholita con bambino penzolante appresso

Arrivati a Tupiza, cominciamo a fare un pellegrinaggio di tutti i tour operators della città per decidere di quale morte morire. E sì perché dopo un lungo brainstorming, in cui abbiamo incluso la possibilità di noleggiare una bici per poter esplorare il Salar (deserto di sale) di Uyuni, abbiamo deciso invece di affidarci ad un tour di quattro giorni, che partendo da Tupiza esplorasse le remote zone del sud ovest del paese fino ad arrivare, al terzo giorno, al suddetto “salar”. Chiariamoci, io odio solo l’idea (sinonimo?) di un tour. La parola stessa mi fa accapponare la pelle. Questo sarebbe stato il mio primo tour a cui, seppur a malincuore mi sarei dovuta sottoporre.

Ed eccoci qua, “day one”, otto di mattina: una polverosa jeep ci passa a prendere. A bordo ci sono Marco, il guidatore, e Maria la cuoca, entrambi di Tupiza.

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El Sillar

Il primo giorno passa abbastanza veloce, nonostante le ben 12 ore totali trascorse nel veicolo, intervallate da brevi e frettolose pause per fare fotografie, il panorama è  effettivamente mozzafiato. Pranziamo in un villaggio di casette di fango letteralmente in mezzo al nulla. Dei bambini ci guardano a bocca aperta, indicando i nostri piercing, chiedendo cosa siano….difficile da spiegare, ma ci provo.

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Bambini nel villaggio di San Antonio de los Lipez

I villaggi che attraversiamo durante il tour sono qualcosa di incredibile. E’ pazzesco pensare che un avamposto umano possa essere tanto remoto. Siamo a quasi 4000 metri, e’ estate. fa un freddo becco e c’e’ un vento disumano. Le case sono fatte di mattoni di fango e il tetto di paglia o lamiera (con sassi sopra per assicurarlo dal vento). Dando una breve occhiata dentro queste capanne mi sorprendo di come l’interno quanto l’esterno diano un senso di freddo e vuoto. Non c’è un filo d’erba per non parlare di alberi o arbusti. E’ praticamente impossibile crescere qualsiasi cosa. Ci sono solo lama. Tanti lama. Lama a perdita d’occhio, ogni gregge con i suoi fili di lana di differenti colori, appuntati alle orecchie.

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Lamas!

E cosi dopo essere rimasti impantanati un paio di volte e aver bucato una ruota, verso le sette di sera arriviamo a destinazione. Un rustico capanno composto da uno stanzone dove mangiare e uno dove dormire. Mi sorprendo della totale assenza di sintomi del mal di montagna nonostante i 4300 metri di altitudine.

La sveglia per il “day two” è alle sei del mattino.

Cominciamo a salire di quota per arrivare al “deserto di Dalì” un deserto appunto, costellato di curiose formazioni rocciose. Arrivati in questo deserto comincio a sentire una strana sensazione: sento come se le mie ossa fossero all’improvvisto passate sotto un rullo compressore, una nausea fortissima e un senso di spossatezza indescrivibile. Scopro a sorpresa, di non essere affatto immune al “mal d’altura”, cosi comincia una sofferenza mai provata, qualcosa di simile a quello che immaginavo potesse provare un tossico in crisi d’astinenza da eroina.

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Io  che comincio ad accusarla in mezzo al deserto di Dalì

Passo la pausa pranzo distesa sul retro della jeep: sudo, ho i brividi, mi giro e mi rigiro, cercando di trovare una posizione in cui il mio scheletro non sembri sul puto di esplodere. Sballottata a destra e a manca sulla jeep, invece di scendere di quota, saliamo fino ai 5000 metri, per arrivare a visitare dei geysers.

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Lagune, montagne e fenicotteri rosa

Marco e Maria minimizzano, dicendo che passerà. Io mi sento morire. Dopo aver passato il pomeriggio semicollassata, vengo svegliata e mi viene data una pastiglietta bianca e rossa. La prendo. Non ho idea di cosa sia, ma tanto, peggio di cosi non posso stare. Dopo circa un’ora comincio a non sentirmi più in pericolo di morte. Dormiamo a 4600 metri come da programma. La mattina dopo sto leggermente meglio, aiutata anche dal fatto che cominciamo a scendere di quota. C’è però un cambio di programma. Non possiamo accedere al Salar da Sud poiché, a causa delle abbondanti piogge della notte passata, il salar è inondato. Cosi dopo un’altra giornata passata in jeep, attraverso svariate lagune e paesaggi incredibili, arriviamo a Colchani (a pochi chilometri da Uyuni) e al mattino seguente, alle ore 5 e 30 risaliamo sulla stramaledetta jeep e molto lentamente entriamo al salar. C’è effettivamente acqua dappertutto.

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Il salar di Uyuni nella sua immensità

Marco ferma la jeep in un punto X e ci dice che possiamo scendere ma che dobbiamo toglierci le scarpe. Lo guardo come se fosse un pazzo furioso. Sorridendo ci spiega che il sale distruggerà a gomma delle scarpe e saremmo buttarle via. Scettica, mi tolgo le scarpe e infilo i piedi nell’acqua gelata. Resisto per pochi minuti, abbastanza per vedere un’alba nuvolosa ergersi su questo immenso specchio d’acqua. Facciamo colazione in una struttura di sale poco distante, per reimmergersi poco dopo nelle acqua del salar, con una temperatura un poco più mite.

Devo dire che è un esperienza decisamente rilassante sguazzare nel salar e ammirando l’immensità del cielo mischiarsi con la terra, finisci per sentirti un po’ Gesù.

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Quando il Salar è inondato è difficle fare foto in prospettiva, ma ti puoi sempre sbizzarire in mille modi

E così si conclude il mio tour. Le sofferenze passate sono valse la pena di vedere zone estremamente remote e affascinanti della Bolivia? Non ne sono ancora sicura….sarà il tempo a dirlo.

Lasciamo in fretta e furia, l’infernale città-ghetto per turisti di Uyuni. Ci separano solo 200 chilometri dalla città di Potosì, ma con grande stupore apprendo che la durata totale del viaggio sarà di ben 5 ore.  Welcome to Bolivia.

Apro una piccola ma doverosa parentesi sui bus in Bolivia, premettendo che essendomi mossa in Cile ed in Argentina prevalentemente in autostop, non ho un metro di giudizio appropriato.

In Bolivia generalmente i bus non partono finchè  non sono pieni. E con pieni intendo cosi ricolmi che il povero motore dei primi del dopoguerra non ce la può fare. Posti in piedi. Non esistono fermate precise, il bus si ferma un pò dove capita. I viaggi sono lunghi e perigliosi, in media (ad essere fortunati) impieghi tre ore per percorrere 100 chilometri. Le strade sono tortuose e il 90 percento delle volte puoi essere cosi fortunato da ammirare un precipizio mortale alla tua destra o sinistra. Schivando e clacsonando ai vari animali sciolti in mezzo di strada, passano le ore, e tu inevitabilmente devi fare pipì. E così qualcuno prega l’autista di fermarsi per favore o gliela fa a bordo, il bus si ferma in mezzo al nulla e c’è un piglia piglia generale per scendere ed evacuare i propri bisogni in velocità. Il guidatore da poi un paio di colpi di clacson ( quanto gli piace suonare il clacson da queste parti) e chi c’è c’è chi un c’è un c’è, il bus riparte inesorabile. La gente la fa un pò dove capita, le cholitas, molto sportivamente si calano semplicemente le braghe davanti ad un intero autobus e si accucciano a terra, le grazie riparate dalla loro gonne a piega multiuso. Io non ce la faccio, ho bisogno di privacy e tranquillità è cosi che ho rischiato di rimaner a piedi già un paio di volte.

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Vacche al pascolo in mezzo di strada

Potosì è una gran bella cittadina. Pare la più alta in sud america. In effetti è sita giusto sui 4000 e qualcosa metri, il che da adito ad una ricaduta inaspettata del mio mal d’altura. Per lo meno questa volta non devo soffrire a bordo di una jeep ma in una fredda stanza di albergo.

E’ estate e il freddo è indescrivibile. Domando curiosa alla proprietaria dell’albergo com’è d’inverno, lei mi spiega che quando da il cencio nelle stanze praticamente dopo 3 minuti di puoi pattinare sopra. Annuisco rassegando dal freddo.

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Potosì sotto la pioggia

Dalla imponente montagna ( detta non a caso “la montagna che mangia gli uomini”) che si staglia su Potosì si estraggono argento dai tempi dei conquistadores spagnoli. La città si è pero arricchita con il sangue di milioni di lavoratori. Solo durante la colonizzazione spagnola si stima che circa otto milioni di schiavi Inca sono morti in queste miniere. Le condizioni di lavoro non sono però cambiate molto rispetto a qualche secolo fa e si stima che ad oggi lavorino ancora nelle miniere circa un migliaio di bambini. I turni di lavoro possono durare fino a 24 ore consecutive, durante le quali i minatori sono esposti a polveri che a lungo andare provocano disturbi polmonari mortali. La gente in Bolivia è molto cattolica e la fede in Dio è forte, ma quando i lavoratori entrano in miniere abbandonano questa fede “terrena” per convertirsi temporaneamente nella venerazione del “Tio”, del diavolo, perché la montagna e le viscere della terra sono dominate da Lui. Se siete interessati al tema ho un affascinante e scioccante film documentario da consigliare, chiamato “El Minero del Diablo”.

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Ogni miniera ha il suo altare del “El Tio” dove i lavoratori prima del loro turno vanno a pregare e offrire foglie di coca e alcool.

Dopo qualche giorno trascorso a Potosì, affrontiamo un altro lungo viaggio in autobus per raggiungere la città di Sucre, capitale culturale del paese. Sucre è una città che attrae, e non ho ancora capito perché, un numero incredibile di stranieri. Sarà perché è una città sicura, a misura di europeo, sarà perché è sede di numerose (ed economiche) scuole di spagnolo, sarà che è un pò un crocevia di gente che va e viene da Uyuni e la Paz. Sarà quel che sarà, ma a Sucre ci siamo rimasti dieci giorni. Mentre Gavin faceva un corso accelerato di spagnolo, io mi sono comprata un charango e ho cominciato a prendere alcune lezioni, giusto per non stare con le mani in mano. Il charango è uno strumento tipico del Sud America, discendente della Vihuela spagnoloa, il suono è simile ad un mandolino, per intendersi.

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Felice dopo l’acquisto

Da Sucre ci dirigiamo verso il villaggio di Samaipata e, per evitare 13 ore di pulman consecutive su strada sterrata, decidiamo di spezzare il viaggio in tre giorni passando per Villa Serrano e Vallegrande, seguendo le orme del Che Guevara che si nascose sulle montagne di queste zone, prima di essere catturato dall’esercito boliviano e assassinato nel villaggio de la Higuera.

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Panorami Boliviani

E adesso per la prima volta scrivo in tempo reale rispetto alla mia posizione. 

Sono a Samaipata, ormai da cinque giorni. L’ambiente hippie e rilassato di questo paesello mi ha letteralmente risucchiata. Siamo in campeggio, di nuovo, e apparte il clima tropicale e le zanzare, qui è meraviglioso! 

 

 

 

 

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One thought on “Bolivia

  1. michele bcn says:

    Finalmente c’è la possibilità di commentare!
    Seguo con un sorriso sempre le vostre avventure e le sai descrivere molto bene. Questo tipo di viaggio non è sicuramente da tutti. Il più delle volte sono situazioni quasi estreme, che come dici tu, valgono la pena? Immagino proprio di si, magari non nel momento preciso ma nei giorni dopo quando arrivi a quel nuevo paesello che ti risucchia e ti fa star bene. Sono i pro e i contro di un viaggio cosi!
    Un saluto e un congrats a Gavin che dopo 10 anni in Spagna ha deciso di studiare lo spagnolo mentre viaggia (Laura si sarà stancata di fare da translator simultaneo o no?!) hahah
    Alla prossima guapos!

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