Cile…di tutto un pò

Con un pò di amarezza abbandoniamo la Carretera Austral per dirigerci sull’isola di Chiloè. Da una parte c’e’ anche la speranza di rivedere il sole dopo quasi 10 giorni di pioggia ininterrotta.

Chiloè è un luogo molto particolare. Un’isola costellata di piccoli villaggi, principlamente dediti alla pesca. Quest’ isola si è autosostentata per decenni.  Oggigiorno la popolazione è formata da un mix di autoctoni, indigeni e gente di Santiago (un sacco di gente) che ha deciso di scappare  dalla vita nella caotica metropoli per rifugiarsi in questo tranquillo angolo di paradiso.

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Il porticciolo di Dalcahue

 

Da qualche anno ormai si specula sulla costruzione di un ponte che unirebbe l’isola alla terraferma. Se per gli emigrati da Santiago questo significherebbe la rovina di Chiloè e della sua autenticità, agli isolani doc non dispiacerebbe affatto. Sull’isola mancano infatti strutture ospedaliere e purtroppo mi viene raccontato che in alcuni casi ci è scappato il morto.

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C’è polemica!

Ponte o non ponte le cose stanno decisamente cambiando a Chiloè. Il 2016 in particolare non e’ stato un anno fortunato per l’isola:

Nel Marzo 2016 a causa del surriscaldamento degli oceani un’alga rossa contenente una neurotossina  mortale ha proliferato per centinaia di chilometri sulle cose della Patagonia e di Chiloè. L’alga ha avvelenato il pesce mettendo in ginocchio i pescatori dell’isola. A peggiorare la situazione ci si è messa di mezzo l’industria dell’allevamento del salmone che (secondo alcuni con il consenso del governo cileno) ha riversato nell’oceano tonnellate e tonnellate di salmoni marci infestati dall’alga innescando una vera e propria catastrofe naturale. Molti isolani che avevano abbandonato la pesca autosostenibile a favore dell’industria dell’allevamento del salmone, si sono ritrovati senza un lavoro. Una crisi senza precedenti.

A peggiorare la situazione il 25 Dicembre si è ripetuto un evento che aveva raso praticamente al suolo l’isola già negli anni ’60. Un terremoto devastante dalla magnitudo 8,3. Subito dopo scatta l’allarme tsunami, l’isola viene quasi completamente evacuata. Il 26 Dicembre, mi raccontano, non è rimasto un singolo turista sull’isola. Capite bene che per una comunità che vive praticamente solo di pesca e del turismo questo significa un’ulteriore catastrofe.

Effettivamente non troviamo molti turisti sull’isola. Non vediamo altri “mochilleros”. Abbiamo fatto l’autostop in lungo e in largo sull’isola con un tempo medio di attesa 5 minuti.

Sull’isola ho finalmente provato le mie prime empanadas cilene, che differiscono da quelle argentine per essere molto più grandi (ed economiche) e molto più fritte.

Diciamoci la verità la cucina cilena è generale decisamente pesantuccia. Il piatto principale è come in argentina la carne alla brace, con particolare preferenza al cordero (l’agnello). Nei supermercati cileni (quelli belli grandi) nel reparto freezer trovi un agnello intero appeso, già pulito e pronto per essere messo “al palo”. Poi c’e’ una quantità di roba fritta e rifritta come le sopaipillas, le papas rellenas e le empanadas in tutte le salse. Si consumano enormi quantità i bibite gassate, gassose e succhi di frutta. La frutta e la verdura sono costose e difficili da reperire e sì, la vita del vegetariano è dura. C’è una somma ignoranza alimentare e il cileno medio è decisamente…. grasso! Leggendo alcune statistiche scopro che ben il sessantacinque percento della popolazione cilena è in sovrappeso. Un dato allarmante aggravato dal fatto che la percentuale è alta anche tra i più piccoli (quasi un terzo è in sovrappeso). Il governo cileno ha recentemente trovato una “geniale” soluzione al problema: degli appiccichini neri che avvertono il consumatore che le loro patatine fritte sono alte in sodio e grassi saturati.

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Le famose etichette risolutive

E la volete sapere una cosa? Ogni singolo cibo confezionato in vendita nei supermercati cileni ha almeno uno di questi dannati adesivi neri a parte, la rara frutta e verdura. Se il governo crede che i cileni cambieranno le loro pessime abitudini alimentari grazie a questi adesivi….beh auguroni!

Continuando il viaggio verso nord accettiamo il passaggio da una versione cilena di Snoop Dog e il suo socio in affari haitiano, una coppia decisamente strana….non si capisce esattamente che business vogliano aprire a Chiloè. Snoop si dimentica che siamo diretti a Puerto Montt, manca le due uscite per la città e ci lascia in mezzo alla dannata autostrada. Per fortuna c’è sempre un’anima buona disposta a raccattarci dalla strada.

Puerto Montt è una città, la prima vera città in cui ci troviamo dopo settimane di mistico isolamento tra la Patagonia e Chiloè. E’ un vero e proprio shock vedere traffico, gente, palazzi enormi e sentire casino dopo tanto tempo. Oltretutto Puerto Montt è una città notevolmente brutta. Una subitanea nostalgia mi invade. Dove sono finiti i lussureggianti boschi patagonici? Dov’è il silenzio?

Passiamo da Puerto Varas, una cittadina decisamente più ridente, prima di addentrarci nelle verdeggianti regioni dei laghi e dei fiumi ( un tempo regione unica, oggi decima e quattordicesima regione) caratterizzate appunto da laghi scintillanti, pascoli e tanti tanti vulcan alcuni attivi altri no. Uno dei più pittoreschi dei vulcani è il vulcano Osorno, del quale tentiamo l’ascesa alla sommità arrivandoci molto vicino.

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Pascoli a perdita d’occhio e il maestoso volcano Osorno in lontananza

L’autostop continua, fluido. Con la differenza rispetto alla Patagonia che non incontriamo un singolo altro “backpacker”. Ci addentriamo nella regione al massimo facendo l’autostop su stradine secondarie sterrate. Tempi di attesa ai minimi storici. Una vera pacchia.

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Vista dalla sommità del vulcano Osorno

Qui la gente, principalmente autoctoni e qualche turista di Santiago, esprime molta curiosità nei confronti dei pochi viaggiatori zaino in spalla che incontra, e nei campeggi spesso ci accade di essere letteralmente bombardati di domande ed essere invitati a bere con numerose famiglie cilene. Mi piace.

Certo è anche vero che la famigliola tipo in vacanza ( in media una decina di persone) una volta montate diciotto tende, tirato fuori dalla macchina una quantità incredibile di cibo e alcool, tira fuori altoparlanti dolby surround e comincia a suonare reggaeton a palla fino alle quattro del mattino. E’ una gara a chi mette il reggaeton a volume più alto. Ancora mi chiedo come siamo potuti passare dagli Inti-Illimani a questa spazzatura? Qualcuno me lo può spiegare? Dov’è finita la musica popolare cilena? Mah..

Abbondanza di vulcani significa una miriade di bagni termali. E cosi ci concediamo un piccolo lusso ( e un’occasione per una doccia a gratis) nelle meravigliose e celeberrime Termas Geometricas. Guardate cosa sono e rosicatene.

E cosi ridendo e scherzando, e attraversando a piedi il parco Nacional Villarica, arriviamo a Pucòn, ultima tappa nel sud del Chile.

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l’attivissimo vulcano Villarica

Da Pucòn accettiamo un passaggio da un simpatico hippie di nome Dallas che con la sua Mercedes del 1981, dopo un lungo viaggio di quasi 12 ore, e vari rattoppi della macchina “on the go”ci fa arrivare sani e salvi a Santiago de Chile. Durante il viaggio notiamo la gravità di un’emergenza di cui avevamo sentito parlare al notiziario: una serie di incendi scatenati per causa dolosa, che tra il Gennaio e il Febbraio 2017 hanno bruciato quasi 600.000 ettari di foresta nelle regioni centrali. Il governo Cileno ha ricevuto svariati aiuti internazionali per poter arginare questa distruzione a cui il paese non aveva mai fatto fronte prima d’ora.

Effettivamente durante 700 chilometri percorsi tra Pucòn e Santiago siamo praticamente sempre stati circondati da una cortina di fumo e da un acre odore di bruciato. Spesso in lontananza ma a volte anche a bordo strada abbiamo potuto vedere gli incendi con i nostri occhi.

A Santiago siamo accolti e ospitati a casa di amici e per la prima volta dopo settimane ci tratteniamo nello stesso luogo per più dei soliti due-tre giorni, crogiolandoci nel lusso di dormire in un letto vero!

Purtroppo Santiago è bruttina e fa veramente troppo caldo. Decidiamo quindi di raggiungere la costiera Valparaiso per trovare un pò di ristoro dal caldo. Valparaiso con le sue casette colorate arroccate sulle colline, il mare, le poesie di Pablo Neruda pitturate sui muri e tanta incredibile “street art” ha tutto il potenziale per essere il luogo più hippy e bohemien del Cile. Purtroppo però la quantità di spazzatura e di sudiciumaio che la invade la rovina parecchio.

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Street art psichedelica in “Valpo”

Lascio Valparadiso con l’amaro in bocca solo per rendermi conto che quello dei rifiuti non è un problema circoscritto solo alla suddetta città. Facendo una breve ricerca apprendo che in effetti il Cile si aggiudica il secondo posto ( dopo la Turchia) in termini di quantità di spazzatura prodotta, più di un chilo pro-capite al giorno.  Percorrendo quasi 500 chilometri lungo la costa tra Valparadiso e la Serena posso constatare con i miei occhi l’entità del problema: c’è letteralmente spazzatura dappertutto, la parola “rifiuti speciali” non esiste, per non parlare del riciclo. Mi viene spiegato dai locali che in questa area costiera il problema è particolarmente grave a causa del turismo. Durante i mesi estivi le piccole località marittime si ritrovano a ricevere migliaia di turisti, principalmente provenienti dalla regione di Santiago, e tutta la conseguente montagna di spazzatura prodotta.

Dalla Serena ci dirigiamo nuovamente verso l’entroterra per esplorare la Valle de Elqui, zona famosa per un particolare tipo d’uva, utilizzata per la produzione della bevanda superalcolica nazionale: Il Pisco.

Il Pisco sta al Cile come il Fernet sta all’Argentina. il comune denominatore è però sempre lo stesso: la Coca Cola. Il “Piscola”( Pisco + Cola) è il mix alcolico preferito dai Cileni se ne beve veramente a litri e non stento a crederlo: una bottiglia di Pisco vale quanto una decente bottiglia di vino (l’equivalente di 5 euro).

La vallata ha un’atmosfera magica: una striscia di verde incastonata tra brulle montagne rossastre, un panorama quasi marziano.

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Valle de Elqui

La vallata è il punto di inizio per un altro avventuroso “border crossing” attraverso il Passo Agua Negra, il confine andino tra Cile e Argentina più alto, ben 4800 metri. Accettiamo un passaggio da dei minatori (che lavorano a 5000 metri di altura, chapeau!) che ci lasciano giusto alla gendarmeria cilena, la quale ci informa che non sarà possibile stampare i nostri passaporti, fino a quando non troveremo una macchina che ci porti dall’altra parte. E così comincia la sorprendentemente lunga attesa (quasi sei ore) su un cucuzzolo di una montagna spazzato dal vento. Traffico ce n’è eccome, ma sono tutte macchine argentine stracariche di bambini e bagagli. Eh sì, perchè dovete sapere che agli argentini, grazie ai loro prezzi inaccessibili, (specialmente di vestiti e prodotti di elettronica), conviene andare in vacanza in Cile e, con l’occasione, fare anche shopping sfrenato. Mai visto macchine tanto stracariche di roba.

Dopo sei lunghe ore passate mendicando un passaggio ad ogni singolo veicolo, una simpaticissima coppia di ragazzi argentini (che grazie a Dio non aveva pargoli appresso) ha pietà di noi e ci fa salire.

Cominciamo l’ascesa verso quota 4800 in un paesaggio spettacolare

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l’inizio dell’ascesa

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on the Road

E cosi quindici ore dopo la nostra partenza dalla Valle De Elqui arriviamo finalmente, stremati e coperti di polvere al controllo di frontiera argentino, dove siamo sottoposti ad una vera e propria perquisizione (gli argentini devono pagare una tassa molto salata su tutto quello che comprano in Cile). Abbiamo dovuto svuotare la macchina, hanno guardato in ogni singola borsa o pertugio della macchina, hanno persino controllato i cellulari dei ragazzi per vedere se fossero nuovi o no. Io sono rimasta in disparte a bocca aperta, pensando a 1984 e alla psico polizia, troppo stremata per fare domande o obiezioni, sono però riuscita con successo a far entrare illegalmente due kiwi cileni.

Basta, con questo concludo questo sconclusionato e allucinato capitolo-collage

Nel prossimo capitolo parlerò del mio ritorno in Argentina e dell’esplorazione delle regioni del Nord.

Hasta la vista!

 

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