Patagonia Parte II – La Carretera Austral

“Quien se apura en la Patagonia pierde su tiempo”

Questo proverbio, racchiude la vera essenza della regione in cui ho trascorso l’ultimo mese. Potremmo tradurlo malamente in fiorentinaccio con “chi c’ha furia in Patagonia, un va da nessuna parte” e questo perché la Patagonia è un luogo realmente remoto. In Patagonia non ci sono orari. Non c’e’ la sicurezza che qualcosa succeda, perché sono le avverse condizioni metereologiche a farla da padrone.

Ma partiamo dall’inizio: L’attraversamento della frontiera tra Argentina e Cile. Un’avventura inattesa.

Cominciamo a fare l’autostop dal Chaltén, per arrivare alle sponde del Lago Desierto, da dove comincerà il lungo cammino verso la frontiera. Siamo caricati in macchina da una coppia argentina insieme ad altri due viaggiatori. L’automobile sovraccaricata di zaini e persone stenta a percorrere i 37 chilometri di strada sterrata, ma finalmente arriviamo a destinazione. Lago Desierto, sponda Sud. Un cammino di 12 chilometri ci separa dalla sponda Nord. Un cammino che non è segnalato in alcun modo. Per fortuna uno degli autostoppisti, un ragazzo svizzero di nome David possiede una simpatica app chiamata maps.me contenente il misterioso sentiero nascosto. Decidiamo di incamminarci tutti insieme. Il sentiero è ripido, ed è molto facile non vedere il sentiero e cosi ci perdiamo svariate volte prima di arrivare alla gendarmeria argentina. Piove come il dio la manda. Fa freddo, siamo stanchi e affamati. I gendarmi ci salutano freddamente, stampano i nostri passaporti e ci dicono che possiamo accampare nello spazio di fronte agli uffici.E cosi facciamo fino al mattino dopo quando la pioggia, fine ma persistente ci sveglia.

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Accampamento di fortuna sotto la pioggia. Gendarmeria argentina. Lago Desierto.

Ci separano ancora 22 chilometri dal confine con il Cile. In mezzo terra di nessuno. Ne Cile ne Argentina. Ci separano innumerevoli attraversamenti di fiumi in piena, svariate perdite di sentiero, e tante altre avventure.

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Bienvenidos a Chile!

Alle ore 19.30 del giorno dopo i”carabineros de Chile” stampano i nostri passaporti, siamo stanchi ma estremamente soddisfatta di avercela fatta, siamo arrivati in tempo per prendere la barca che sarebbe passata il mattino successivo. Eh si perché un’altra barriera naurale ci separa dalla “terraferma cilena”. Il Lago O’Higgins. Un lago di dimensioni cosiderevoli la cui particolare conformazione, ahimè, fa si che il vento provenienti da svariate montagne e ghiacciai sovrastanti si incanali sulla sua superfice creando dei veri e propri muri di acqua. Ci stanziamo per la notte a “Candellario Mancilla”, basicamente un istmo di terra dimenticato da Dio e spazzato dai venti patagonici dove la famiglia Mancilla, appunto, ha scovato un fruttuoso business: accogliere nella loro umile fattoria i viaggiatori provenienti dal confine Argentino. I Mancilla offrono un posto alla loro tavola, o una stanza nella loro accogliente casa o semplicemente un posto dove mettere la tenda nel loro campo. Piantiamo le tende e mangiamo un bel po delle nostre scorte di cibo. La mattina dopo, di buon ora smontiamo le tende, armi e bagagli e ci dirigiamo verso il moletto di legno. Dopo circa un’ora, uno dei Mancilla ci raggiunge e ci dice di aver parlato con il porto e che questa mattina la barca purtroppo non passerà, forse nel pomeriggio, forse domani. E cosi è stato per cinque giorni consecutivi. Ogni giorno la stessa storia: ci svegliavamo presto impacchettavamo la tenda e quant’altro, e aspettavamo news sulla barca. Ogni giorno ricevevamo la stessa risposta “Manana”

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La fattoria dei Mancilla. Ci sono posti peggiori in cui essere bloccati per giorni.

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Il molo dell’attesa

Ogni giorno qualche nuovo sventurato arrivava alla fattoria. Siamo arrivati ad essere un gruppo di ben venti persone, tra ciclisti e “mochilleros”, tutti aspettando sull’isola (cosi abbiamo rinominato questo istmo di terra quando è arrivata la notizia che la pioggia aveva distrutto il sentiero e non vi era più modo di tornare indietro), senza elettricità, senza comunicare con il mondo esterno e….senza cibo. La verità è che sarei potuta rimanere in quel luogo remoto per molti più giorni se solo avessi avuto più cibo. Al terzo giorno avevamo finito le nostre provviste, i Mancilla ci hanno venduto pane e patate per un pò, ma dipendendo anch’essi dalla barca che li approvvigiona settimanalmente, non hanno potuto venderci più  niente.  Il quarto giorno è stato duro, s’è patito chi più chi meno la fame e ci siamo aiutati a vicenda. C’e’ chi si è dato da fare ed ha pescato delle trote dal lago, (il pesce più buono che abbia mai mangiato) c’è chi come me, dopo gli iniziali pensieri sul cannibalismo, si è buttato sulla raccolta di bacche è ne ha creato una marmellata (senza zucchero perché lo zucchero ovviamente era finito!).

E cosi arriviamo al quinto giorno. Esasperati dalla mancanza di cibo, dalla lunga attesa, in questo fatidico giorno neanche smontiamo le tende, perché la verità e che questa barca ormai non credevamo sarebbe mai passata. Ed invece eccola li scintillante all’orizzonte, veloce e decisa verso di noi. Impacchettiamo tutto alla velocità della luce e ci scapicolliamo come dei pazzi verso pontile di legno.

Il viaggio sulla piccola barchetta da venti posti, ci fa capire perché nei giorni precedenti il porto era stato chiuso. Ci sono onde di due metri praticamente per due terzi del viaggio e una costante sensazione di “moriremo tutti” nella mia mente. Quando finalmente arriviamo a Villa O’Higgins il villaggetto dove comincia la Carretera Austral ed entriamo nel primo minimarket sembriamo dei selvaggi che hanno speso anni arenati su un’isola deserta, in stile cast away per intendersi (del resto avevamo anche un Wilson)

Ed è proprio da Villa O’Higgins che comincia la risalita al nord lungo questa leggendaria strada. La Carretera Austral, o “ruta 7” è una strada lunga 1200 chilometri circa, che il governo cileno costruì inizialmente a scopi militari per connettere l’estremo sud del paese, altrimenti raggiungibile solo attraverso sporadici e pericolosi viaggi via nave attraverso fiordi ventosi. La strada inizia ad essere costruita da nord, nella città di Puerto Montt e viene terminata nel 2000 a Villa O’Higgins (ovvero nel nulla) terminata si fa per dire, perché questa strada è un continuo “work in progress”, grazie all’incredibilmente piovoso tempo patagonico vi sono continue frane, crolli, inondazioni e chi più ne ha più e metta, ed è per questo che gran parte della carretera è ancora strada sterrata.

E cosi, dopo un paio di giorni di festeggiamenti e bivacchi in un ostello a Villa O’Higgins, e tentativi infruttuosi di fare l’autostop (saranno passate due macchine in tre ore) decidiamo di prendere l’autobus e fermarci brevemente a Caleta Tortel, un villaggetto di casette di legno che affaccia su un bellissimo fiordo.

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A Caleta Tortel non esistono strade ma caratteristiche passerelle di legno di cipresso.

Decidiamo di spendere il Natale poco più a nord, nel villaggio di Cochrane, che offre la possibilità di interessanti escursioni nel vicino parco nazionale Tamango.

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Natale in famiglia

Dopo aver passato il Natale con i miei compagni di avventure, i “sobrevividos di Candellario Mancilla” ci salutiamo e ci avviamo fuori dal paesello per effettuare un tentativo di autostop. Questa è l’unica volta in cui attenderò ben SEI ore prima che una camionetta scassata si fermi e mi faccia salire sul retro, dove in mezzo a copertoni e spazzatura, ritroviamo quattro dei famosi “sobrevividos” Con i bagagli e quant’altro siamo decisamente tanti, ma non è un problema.

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Pranziamo e ci godiamo il panorama della Carrettera Austral, che vi giuro non mi sono mai stancata di ammirare attonita durante questi 2000 Chilometri. Notiamo che i ragazzi nell’abitacolo stanno allegramente fumando erba, la loro guida sta peggiorando proporzionalmente con il peggioramento delle condizioni della strada. e poi succede l’ovvio: con un tonfo la camionetta perde due ruote e non sappiamo ancora come non si rovescia. Nessuno si fa male

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cose molto belle

. I ragazzi cileni se la ridono un sacco prima di fermare una macchina e tornare a Cochrane in cerca di un meccanico, abbandonandoci letteralmente in mezzo al nulla. Cominciamo a camminare verso la destinazione a circa un centinaio di chilometri da dove ci troviamo. Dopo innumerevoli passaggi e attese ricche di suspance riusciamo finalmente, verso l’ora del tramonto, ad arrivare a Puerto Rio Tranquilo, dove il giorno dopo, visitiamo la cattedrale di marmo, opera del vento e dell’acqua del lago General Carrera (secondo lago più grande del Sudamerica dopo il Titicaca) che ha scavato per millenni fino a creare delle grotte di marmo appunto dalla conformazione e colorazione sorprendenti.

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Un altro giorno di tentativo di autostop e per la seconda e ultima volta, data la concorrenza spietata (e chi non rispetta le regole del chi primo arriva primo prende il passaggio offerto), decidiamo di prendere un autobus fino alla nostra prossima destinazione: Villa Cerro Castillo.

Dormo tutto il viaggio e mi risveglio con uno spesso strato di polvere sui miei indumenti e nel mio sistema respiratorio. Non ho una foto dell’autobus ma ve lo lascio all’immaginazione.

Villa Cerro Castillo è un paesello ai piedi del Cerro Castillo appunto, un’imponente montagna ed è la base i uno dei miei trekking fino ad ora preferiti. Un trekking di 40 e più chilometri. Al centro informazioni nel paese non sanno niente e hanno una mappa sola e non te la possono dare. ( Sarà un po cosi in tutti i centri informazioni visitati durante il nostro viaggio in Cile) Per fortuna il proprietario del campeggio è un po’ più informato e ci spiega che il trekking dura normalmente quattro giorni ma che si può fare in tre. Il proprietario ci avvisa inoltre che è molto facile perdersi perché il sentiero non è segnato bene, dice addirittura qualcuno si è perso lungo il cammino ed è morto. Sti cazzi.

Partiamo dalla Villa alle sei e mezza del mattino per evitare di pagare il dazio che un contadino a quanto pare esige perché il parco nazionale e il trekking passa dalla sua proprietà. (ciò succede spesso nei parchi nazionali perché in Patagonia, ovunque vai ci sono recinzioni e la terra è sempre di qualcuno anche se sembra completamente abbandonata.)

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Il cartello malandato

Confermiamo subito ciò che ci aveva detto il proprietario dell’ostello: il sentiero fa schifo e non è segnalato quasi per niente. E badate bene che di parchi nazionali e sentieri mal tenuti e non tracciati ne abbiamo visti ma questo li batte tutti. Dopo aver ritrovato il cammino arriviamo comunque notevolemente presto sulla cima e decidiamo di giocarci il tutto per tutto e tentare di percorrere i rimanenti 10 chilometri nello stesso giorno ed effettuare il trekking completo in due giorni invece di tre.

Quando ci troviamo davanti questo scenario cominciamo a dubitare di potercela fare, ma continuiamo comunque:

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Alle 19.30, dopo nove ore di cammino (con tutto quello che possiedo caricato sulle spalle) svalichiamo finalmente e gettiamo la tenda in mezzo al bosco. Con le ultime nostre forze cuciniamo una zuppetta Knorr e dormiamo per 12 ore consecutive. Il giorno due è una passeggiata (escludendo attraversamenti di fiumi ghiacciati), e dopo altri 18 chilometri di cammino, sbuchiamo in un punto x della Carrettera austral, dove dopo 10 minuti di autostop una simpatica famigliola cilena ci raccatta e ci porta fino alla città di Coyhaique.

A Coyhaique rincontriamo la nostra famiglia patagonica, “the boat people”, insomma i sopravvissuti di Candellario Mancilla e tutti insieme festeggiamo il capodanno. Insieme a noi all’ostello un cospicuo gruppo di chiassosi turisti israeliani. Ecco qui voglio aprire una parentesi sulle varie nazionalità incontrate durante il mio viaggio in Patagonia: al primo posto direi i francesi (ma loro di sa sono come il prezzemolo). Al secondo posto con mia grande sorpresa troviamo gli israeliani, una categoria di viaggiatori con la quale non ero mai entrata in contatto prima d’ora.

Dovete sapere che i giovani ventenni israeliani, dopo il servizio militare obbligatorio (minimo tre anni) e dopo un indottrinamento e un lavaggio del cervello notevole (credetemi ho parlato con molti di loro), hanno abbastanza soldi in tasca per poter prendersi un “gap year” prima di andare a far guerra ai palestinesi. Durante questo anno sabbatico vere e proprie bande di israeliani cominciano la “ruta israelita”che parte appunto dalla Carrettera Austral in Patagonia e finisce più o meno in Colombia. Purtroppo ciò che caratterizza questi gruppi turisti ( o almeno la stragrande maggioranza) é la loro maleducazione, il poco rispetto di chi gli sta attorno, il loro volerla far da padrone. Lo scopo del viaggio è gozzovigliare, ubriacarsi e fare più casino possibile, il che è anche concepibile dopo tre anni in una caserma….ma perchè non andare a Las Vegas? Perchè proprio in Patagonia Dio santissimo!? La Patagonia per qualche ragione è la loro terra promessa (una delle tante) e la gente del luogo non ne può più. Ed è per questo che  prima di darti un passaggio nella loro auto, prima ancora di chiederti dove sei diretta, la gente ti chiede “da dove vieni?”.  Ed è per questo che mi sono trovata di fronte a volte a cartelli anti israeliani e ostelli dove regna la policy “no israelitas” Ovviamente come in tutte le situazioni di questo genere ci sono le eccezioni. Ho conosciuto ragazzi israeliani (coppie o piccoli gruppetti) che viaggiano nell’ombra dei loro connazionali. Persone squisite, educate e simpatiche. Punto. Chiusa parentesi

Ah con mia grande sorpresa gli italiani non entrano in classifica perchè….dopo quasi tre mesi non ho ancora incontrato un singolo italiano. Incredibile.

In ogni caso ridendo e scherzando siamo arrivati quasi in fondo alla Carretera Austral nella cittadina di Chaitèn. Ha piovuto l’ottantacinque percento del tempo. Ma non importa. Ne è valsa la pena. Lo rifarei mille volte.

Ci ho preso gusto a fare l’autostop. Ho imparato tanto sui trucchi dell’autostoppista. Il fatto di accettare sempre tutti i passaggi che ci vengono dati anche se non ti portano minimamente vicino a dove devi andare ha sempre giocato a nostro favore. Quando la camionetta o il pick up di turno ti lascia in mezzo al nulla e cominci a camminare nel silenzio e nella bellezza più totale, quasi speri che per quel giorno non passi più nessuno e di poter rimanere li a dormire in mezzo a quel prato o quel bosco.

 

Ma è proprio quando sei in queste situazioni (specialmente se sotto la pioggia) che la gente ha pietà di te e si ferma, anche se prima fuori città aveva visto altri autostoppisti ma non sa perché non si era fermato. E contro ogni aspettativa, il novantanove percento dei passaggi li abbiamo ricevuto da cileni, per lo più gente de luogo, che si trova al volante per motivi di lavoro o famigliari. Gente che durante i lunghio brevi tragitti ci ha raccontato la loro storia, la storia del loro paese e della loro regione. Gente che ci ha dato consigli su dove andare e cosa fare o che ci ha letteralmente convinto ad andare dove andavano loro.

Come quella volta che un pescatore ci ha convinto ad andare a Puerto Cisnes, ci ha regalato un pesce e abbiamo cucinato il fish and chips casero.

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selfie on the go

Racconto questa avventura con circa un mese di ritardo rispetto ala cronologia dei fatti.

Abbiamo fatto tanto autostop nel frattempo e ci siamo spostati moooolto a nord.

Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Baci e Abbracci

 

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