Patagonia Parte I

Here we go! On the road again!

Dopo i comfort dell’appartamento di Buenos Aires, è arrivato il momento di cominciare il vagabondaggio, il viaggio vero e proprio.

Ed è cosi che mi ritrovo all’aereoporto di “El Calafate”, ore 7.30 di mattina. Sono sveglia da più o meno da 24 ore. El Calafate è una ridente cittadina che si affaccia sulle sponde del Lago Argentino. La mia mente stremata dal sonno nota subito la sovrabbondanza di cani randagi che si aggirano per strada (cosa che scoprirò essere la caratteristica comune a qualsiasi villaggio patagonico), ridondanza di costosi negozi di attrezzatura da montagna e di gente a bordo di rumorosi autoveicoli mezzi scassati.

Il tempo di piantare la tenda e ci stiamo già avviando fuori città, con l’insana idea di fare tutta una tirata e tentare di rimediare un passaggio fino a Perito Moreno, un ghiacciaio di dimensioni mastodontiche, uno dei pochi al mondo ad essere ancora in espansione. Il ghiacciaio è situato a circa 80 chilometri dal centro città. E cosi eccomi qui classico dito all’insù e un sudicio cartello di cartone.

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Autostop e sonnambulismo

Apprendo subito tre regole essenziali:

1 Regola dell’autostoppista:sfoggia un sorriso spavaldo e un cartello con indicata la tua destinazione ben in vista.

2 Regola dell’autostoppista: rispondi sempre con un amichevole gesto di saluto, agli autisti che declinano gentilmente con il tipico gesto ”vado da un altra parte” ( dito indice puntato verso non devi andare tu)

3 Regola dell’autostoppista: non rifiutare mai un passaggio.

Dopo circa un’ora sventolando il cartello a destra e a manca finalmente una vecchia Nissan si ferma, scende una ragazzo con gli occhiali alla John Lennon che dopo essersi frettolosamente presentato, mette subito le cose in chiaro: non ho posto a sedere però potete stare sul retro, abbiamo un letto comodissimo. Accettiamo l’offerta senza pensarci due volte (eravamo così stanchi che avremmo accettato un passaggio anche dal mostro di Firenze)

La coppia che ci ha caricato è stata però un vero colpo di fortuna: Hunor e Anna sono due ragazzi ungheresi che, acquistato un pick up malandato da qualche parte in Argentina, lo hanno convertito in un accogliente minivan, con materasso e tutto il resto. A proposito di materasso, al ventesimo chilometro dopo i convenevoli vari i miei occhi si stanno inesorabilmente chiudendo. Mi risveglio quando siamo già all’entrata del parco.

In compagnia dei ragazzi facciamo un bel giro lungo tutto il percorso di legno che costeggia il ghiacciaio. E’ una cosa inspiegabile. Mai visto tanto ghiaccio tutto insieme. Il ghiacciaio e’ spesso 70 metri e ha un estensione di 35 chilometri quadrati. Ogni tanto senti un tuono, e quello che sembra essere un pezzettino (delle dimensioni di un palazzo di tre piani) cade scenicamente in acqua. Ci ritroviamo tutti ipnotizzati ad ascoltare i lugubri scricchiolii del ghiacciaio aspettando che il prossimo gigantesco pezzo si stacchi. Inutile dire che in tutto questo ammirare il ghiacciaio mi sono ustionata la faccia che neanche mi fossi addormentata a mezzodì nel Sahara. Non parliamo poi del mio ragazzo ginger..poeraccio!

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L’impressionante ghiacciaio Perito Moreno

Sulla via del ritorno i nostri gentili compagni di viaggio decidono di fermarsi nel nostro stesso campeggio cosi organizziamo una cena a base di delizioso vino argentino per ringraziarli.

La cosa bella di questo tipo di viaggio è che conosci un sacco di gente, la maggior parte della quale sembra essere sorprendentemente….come dire…. simile a te. Quella specie che credevi in via d’estinzione, quella dei nomadi inquieti, dei tossici del viaggio, la gente che viaggia, per il gusto dell’avventura e della scoperta. Tutti sono molto in vena di scambiarsi un saluto, di fare due chiacchiere, di dare o ricevere consigli o si raccontare la loro storia. C’è gente che va nella tua stessa direzione, gente che viene dal lato opposto, gente che non sa ancora bene dove va. Gente realmente capace di ispirarmi. Gente come Pascal, un ragazzo svizzero che sta percorrendo il mondo a bordo della sua bici da ben quattro anni. Non Stop. Guardando il suo viso temprato da qualsiasi intemperia possibile non stento a crederlo. Mi racconta che il suo piano è di arrivare fino all’estremo sud dell’Argentina e poi da lì salire su un aereo per il Sud Africa dove percorrerà da cima a fondo il continente che gli manca all’appello: l’Africa, appunto. Conosco gente come Nicolas, un ragazzo argentino che ha lasciato la sicurezza del suo lavoro come chef al Four Season Hotel di Buenos Aires per camminare il suo paese da cima a fondo, da Ushuaia fino a Jujuy.

Visto il nostro colpo di fortuna con il primo tentativo di autostop, decido di tentare un’altra volta: da El Calafate, al ridente paesello di El Chaltèn, a circa 200 Chilometri di distanza. Dopo soli 40 minuti a lato della provinciale che porta fuori città ( con tre fedeli cani randagi trotterellando al nostro fianco) ecco che si ferma un pickup. Ci dirigiamo verso il finestrino e un simpatico signore argentino ci dice: “non ho posto nell’abitacolo, potete stare sul retro, però vi avviso in anticipo che  morirete letteralmente dal freddo”. Ovviamente non ci facciamo intimorire e accettiamo il passaggio ( non dimenticate la terza regola dell’autostoppista!). Ci sistemiamo nel bagagliaio all’aperto insieme a casse di vino e pile di salsicce. Siamo felici come due bambini a cui permettono di fare un giro sul camion dei pompieri. Il nostro autista parte a tutta velocità, sorpassando quasi tutte le macchine che avevamo visto passare durante la nostra attesa a bordo strada. La gente dagli abitacoli sorride, qualcuno ci guarda come se fossimo degli sciroccati. Il panorama è desertico e osserviamo un branco di ‘’guanacos’’ (un camelide tipico Sudamericano a quanto dice Wikipedia) a bordo strada.

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Passaggio con panorama e ibernazione

Inutile dire che verso il chilometro 80 svalichiamo e comincia a fare un freddo assurdo e oltretutto comincia a scapparmi la pipì. Mancano ancora 120 chilometri all’arrivo. A 40 chilometri più tardi comincio ad avere delle allucinazioni. Mi giro verso Gavin, è immobile, viso coperto. Decido di fare come gli animali d’inverno. Mi immobilizzo e vado in letargo. Non vedo altra possibilità se non quella di impazzire dal freddo e farmela addosso.

Credo di aver visto la luce in fondo al tunnel poco prima di arrivare finalmente a El Chaltén.

El Chaltén e’ una minuscolo paesello di casette e prefabbricati colorati, situato in una bellissima vallata. L’elemento predominante qui è però ahimè il vento, che soffia imperterrito giorno e notte. Nonostante il clima avverso a qualsiasi forma di vita, il paese attira centinata di persone ogni estate, desiderosa di avventurarsi per gli svariati sentieri di trekking, arrampicare interessanti pareti di roccia, o semplicemente per immergersi nella natura incontaminata.

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El Chaltén

Dopo aver speso tre giorni sugli splendidi sentieri, accampando nel bosco (per fortuna fino all’ultimo giorno non sono venuta a conoscenza della possibile presenza di puma) bevendo acqua dai ruscelli, cucinando zuppette Knorr sul fornellino da campeggio, sono tornata al Chaltèn come dire….più selvatica di prima. Ora l’inospitale clima di questo paesello spazzato costantemente dal vento mi sembra più ospitale, le mie mani e la mia faccia sono diventate letteralmente cartavetro, il vento e la polvere  in ogni dove sono ormai normalità. Ma sono tanto felice. E’ esattamente ciò che voglio in questo momento.

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Quando diventi nomade impari a poco a poco a levare le tende e rimontarle nel modo più efficiente e rapido possibile.

DSC02889.JPGUno dei panorami incredibili di cui parlavo. Monte Fitzroy sullo sfondo.

Domani comincia una nuova avventura. Una nuova sfida. Da domani camminerò 34 chilometri fino al confine con il Cile e attraverserò una delle frontiere argentine più remote.

See you on the other side!

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