Perù – Cordillera Huayhuash

Ho deciso di dedicare alla nostra ultima impresa di trekking un capitolo a sè stante di questo blog, poichè la sovramenzionata impresa è stata senz’altro la cosa più fisicamente impegnativa che abbia mai affrontato nella mia vita. Ma la durezza e l’asprezza di questo cammino va di pari passo con la bellezza a cui ti permette di accedere.

Questo è il resoconto di sette incredibili giorni passati tra le montagne della cordillera Huayhuash.

Preparazione:
La piccola cittadina di Huaraz, incastonata tra picchi mozzafiato è il punto di partenza per moltissimi trekking di vario livello, arrampicata e alpinismo nelle più vicine Cordillera Blanca e Cordillera Negra e nella relativamente più distante Cordillera Huayhuash.
Alloggiamo all’hotel Artesonraju, che prende il nome da una montagna della Cordillera Blanca, l’Artesonraju appunto, che la Paramount Pictures scelse come simbolo per la sua società. Il proprietario dell’ostello, è un simpatico giovane, ex guida di montagna, che si rivela ben disposto ad aiutarci nell’organizzazione della spedizione. Spedizione si, suona ancora di più come un’avventura.

Ancor prima di entrare in Perù mi documentavo e sognavo di questo trekking leggendario, a quanto pare considerato il secondo migliore trekking al mondo dopo il trekking fino al campo base dell’Everest. Poi ho cominciato a chiedere a giro a Cusco e molti mi sconsigliavano caldamente la cosa per via della stagione. Maggio in questo lato del mondo segna la fine dell’estate andina e delle temperature relativamente più “calde”. Le temperature durante le notti nella Cordillera posso arrivare fino a meno dieci durante questa stagione. Decisamente non siamo preparati per queste temperature. Io pativo il freddo già in Patagonia, dove le temperature notturne si abbassavano al massimo a -3. Insomma un pò terrorismo psicologico un pò la prospettiva non rosea di morire congelata e di essere ritrovata 2000 anni dopo sotto i ghiacci come la mummia di Similaun, mi avevano quasi fatto scartare questa opzione, senza farmi passare la voglia di affrontare il lungo viaggio in bus da Cusco fino a Huaraz, 34 ore totali di bus, fino ad ora record assoluto! Per fortuna i bus peruviani sono i bus più comodi e moderni in Sud America.

Il proprietario dell’ostello riaccende la speranza nel mio cuore rassegnato. Si può fare. E non so perchè quest’uomo mi inspirava una certa sicurezza e fiducia. Per affrontare il freddo possiamo scegliere se affittare dei sacchi a pelo invernali antidiluviani delle dimensioni e peso del mio zaino intero o una tenda invernale (anche questa non delle più moderne) che pesa più del doppio della nostra attuale. Optiamo per la seconda opzione e speriamo che i nostri minuscoli sacchi a pelo facciano il resto. Il secondo problema è il tema “comida”. Sette giorni di cibo, snack vari e gas per cucinare. Non è facile selezionare cibo leggero, non ingombrante, nutritivo e veloce da cucinare allo stesso tempo.

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Ed ecco qui più o meno quello che ci siamo portati da mangiare.

Finalmente dopo due giorni di preparativi siamo pronti. Il trekking, se si includono tutte le deviazioni possibili ha una durata di 13 giorni. Ma questa versione allungata del cammino normalmente la si affronta con i muli. Il proprietario ci indica e segna sulla mappa la versione abbreviata del cammino. E’ tutto abbastanza chiaro apparte un giorno in cui dovremo prendere una scorciatoia e tagliare per le montagne. Per sicurezza ci presta anche la sua mappa topografica, just in case.

Day One

La sveglia è per le quattro del mattino, per cominciare freschi e riposati e per poter raggiungere il villaggio di Pocpa, situato comodamente a cinque ore di distanza da Huaraz.
Da Pocpa sono sei ore di cammino per arrivare al primo accampamento, dove incontriamo due gruppi organizzati, con muli tende e tutto il resto. Qui apprendiamo con sorpresa che questo trekking è popolarissimo tra gli israeliani (il 90 percento dei due gruppi è composto da israeliani). Provo a chiedere le ragioni di questa popolarità e mi viene risposto un semplice “non lo so, ci vanno tutti”. Un’altra tappa della “ruta israelita” dunque, dopo la Patagonia Uyuni e molti altri luoghi in Sudamerica. Ma il fatto che “si debba fare perchè lo fanno” tutti non vuol dire che ti piaccia o tu sia fisicamente preparato per questo. Il tour organizzato ha l’unico vantaggio di dover portare solo uno zainetto con la crema solare e l’acqua. Ma questo a 5000 metri non ti aiuta molto se non hai la voglia o la preparazione. Pagando extra, oltre ai 350 euro del tour puoi ovviare a questo problema, puoi affittare un mulo extra e passare sette meravigliosi giorni sballottato a dorso di mulo. Quale sarà la soddisfazione in questo è ancora da capire.

Il primo giorno è duro. ci rendiamo conto di quanto incredibilmente pesanti siano gli zaini. Arriviamo al campo piantiamo la tenda e crolliamo senza neanche cenare.

Day Two
Ci svegliamo e constatiamo che la tenda si è congelata completamente durante la notte. Fa freddo. La notte è stata fredda. Mi sono addormentata con i piedi congelati e così mi sono svegliata. Quanto lasciamo l’accampamento i tour sono già partiti alla volta del primo dei nove passi di montagna che ci attendono.
Il sentiero non è segnato in alcun modo, ma è facile seguire la scia di orme e cacca di mulo che i tour si lasciano alle spalle. La salita verso il primo passo sembra essere infinita, ma finalmente dopo tre ore di cammino lo raggiungiamo

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Cancanam Punta – 4700 mts

La discesa è aspra e pietrosa, e con gli zaini e facile perdere l’equilibrio e cadere. Dopo un’ora di cammino in piano arriviamo al primo dei numerosi posti di controllo, in cui acquisti la protezione. Protezione?! La protezione da cosa? Beh, a quanto pare fino a qualche anno fa gruppi di banditi armati fino ai denti assaltavano i gruppi di escursionisti rubando e uccidendo chi opponeva resistenza. Dai tempi del gruppo terroristico del Sendero Luminoso, che terrorizzò le Ande negli anni novanta e nei primi anni duemila di acqua ne è passata sotto i ponti, ma nella Cordilera Huayhuash si continua a pagare una protezione. La somma del costo delle varie protezioni che abbiamo dovuto pagare si aggira intorno ai 150 Soles a testa (circa 40 euro). Cara la mia protezione!

Il secondo passo sembra non arrivare mai. Pensiamo di esserci persi quando in lontananza vediamo uno dei tour che si inerpica su per una montagna verdeggiante. Dev’essere il passo. La grandine comincia ad infuriare. Finalmente alle ore 16.00 circa arriviamo alla Laguna Carhuacocha, in prossimità del accampamento. Decidiamo di piantare la tenda appartati dai tour. Non sono venuta in uno dei luoghi più selvaggi e remoti del mondo per stare in mezzo alla gente. Sono qui per la solitudine.

Day Three
Lo spettacolo che ci aspetta al risveglio è inenarrabile. Cinque picchi illuminati dalla rosea luce dell’alba, che piano piano si espande e ci avvolge, tutto riflesso nella laguna Carhuacocha. Psichedelia allo stato puro.

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Le luci dell’alba

La notte è stata più tollerabile, la tenda non è congelata e oggi dovremo affrontare “solo” un passo di montagna. Pensiamo scioccamente che oggi sarà un giorno più facile, ma ci sbagliamo di grosso. Impariamo presto che non esistono giorni facili nella Cordillera Huayhuash.

Lungo il cammino che ci avvicina a questa fila di montagne innevate, di tanto in tanto il silenzio viene interrotto da un rombo, un suono profondo e terribile che sembra venire dalle viscere della montagna, pochi secondi, e una enorme massa di ghiaccio e neve si distacca dal costone e cade a valle con un fracasso assordante.

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Vista lungo il cammino

Dopo aver perso il sentiero e averlo ritrovato 200 metri più a valle giù per un dirupo, ci ricongiungiamo pericolosamente per arrivare ad un fantastico punto panoramico da dove si possono vedere tre lagune di un brillante verde smeraldo.

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Tres Lagunas

Cominciamo l’ascesa. Arriviamo al passo e consumiamo il nostro non molto lauto pasto a base di uova sode e crackers.
Arriviamo relativamente presto al campamento Huayhuash, ma passano almeno due ore prima di poterci finalmente gettare nella tenda. Ci troviamo ai piedi di un altro passo, in una stretta vallata sferzata da raffiche di vento e impieghiamo un bel pò prima di trovare terreno piano e riparato, elemento importante per una buona notte di sonno.

Day four.

Il giorno quattro era il giorno che più mi preoccupava. Avremmo dovuto affrontare due passi di montagna. Il primo chiamato Punta Trapecio, che ci avrebbe portato ad una fin’ora ignota, altitudine di 5300 metri. Il secondo passo era la famosa scorciatoia che il tipo dell’ostello ci aveva consigliato di prendere. Una deviazione per le montagne, che sulla mappa topografica risultava poco chiara e molto improbabile. La paura di perdersi era tanta. Il quarto giorno era anche il giorno del compleanno di Gavin, quale maniera migliore per celebrare il proprio compleanno che perdersi sulle montagne della Cordillera?
Fortunatamente, Ruben, la guida di uno dei gruppi, ha deciso di “prenderci sotto la sua ala”, offrendoci il suo aiuto per trovare un passaggio tra le impervie montagne della Cordillera e arrivare alla laguna Juraucocha, seguendo il nostro piano originale.

Riusciamo, seppur molto carichi a tenere il passo con il gruppo di israeliani, su per l’inerpicato passo. Nonostante l’altitudine estrema, questo è stato uno dei passi che ho affrontato meglio tra tutti i nove ed è quello che ci ha regalato una delle migliori viste.

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Nevado Trapecio

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Vista dal Passo Punta Trapecio – 5300 mts

Dopo il passo ci aspetta un periglioso cammino giù per la montagna attraverso svariati ruscelli e infine il passaggio su un ripido monte di pietre, ciò che rimane di un ghiacciaio ormai estinto. Ed eccoci qua, è arrivato il momento di separarci da Ruben e il suo gruppo. Prima di lasciarci la guida ci regala un po di pane, da accompagnare con la nostra poco nutritiva zuppa in busta, e indica un punto innevato sopra le nostre teste. Ecco quello è il passo, la laguna poi la trovate, non vi potete perdere. Buona fortuna.

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“Ecco quello è il passo”

Bene. Il fatto che sul passo saremo affondati nella neve fino alle ginocchia, era forse qualcosa che la guida non immaginava. Riusciamo ad affrontare l’ascesa senza incidenti, per ritrovarci su questa stretta striscia di terra, che ci separa da una ripida discesa. Possiamo già vedere in lontananza, molto in lontananza la laguna Juraucocha.

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Il passo dal nome ignoto e la laguna sottostante.

Come si può osservare dalla foto, la laguna, punto di arrivo della giornata, è ancora molto distante, cominciamo una lunga zigzagante discesa spacca-ginocchia, per arrivare esausti come al solito, dopo ben nove ore di cammino ai piedi della laguna.

Day Five

Dopo una notte relativamente mite, ci svegliamo e affrontiamo la routine mattutina nella solitudine e silenzio completo. Non incontriamo anima viva per ore lungo il cammino che segue il corso di un fiume, lungo una stretta vallata.

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il cammino verso il villaggio di Huayllapa

Il sentiero è tutto in discesa fino alla deviazione per il primo ed unico villaggio che si incontra durante tutto trekking sulla Cordillera, Huayllapa.

Continuiamo per il sentiero senza passare per il villaggio. Da qui ci aspetta una lunga impervia salita attraverso un’altra vallata. Svariate ore di cammino dopo arriviamo al campamento Huatiac, che è abbastanza affollato con i tour. Decidiamo di continuare altri quindici minuti in salita, fino ad arrivare ad un’area che sembra essere tanto perfetta quanto evitata dai gruppi. Ne Scopriamo presto la ragione:  ciò che sembra un bellissimo prato verde è in realtà una palude. Che fare? Tornare indietro? No Way! Sta cominciando a piovere e la tenda è come sempre bagnata dalla condensa della notte prima. Mi inzacchero fino alle caviglie per a trovare un punto non paludoso. Sta cominciando a piovere, piantiamo la tenda completamente fradicia e ci asserragliamo dentro decidendo di non uscirne più fino al mattino dopo, neanche per fare pipì!

Day Six

Oggi dobbiamo dare il massimo. Oggi vogliamo arrivare il più in là possibile così da rendere il giorno sette più breve e tollerabile. Se ripenso alle distanze che abbiamo coperto in questo durissimo penultimo giorno, non posso crederci. E’ qualcosa che non immaginavo, il mio corpo potesse affrontare. Ma partiamo dal principio di questo epica giornata di cammino.

La sveglia è per le ore cinque e mezza. E’ ancora buio. Mi sveglio per fare pipi e noto dei colori diversi intorno a me. Qualcosa è decisamente cambiato durante la notte. Torno nella tenda per preparare la colazione. Quando esco nuovamente con le prime luci dell’alba questo è lo spettacolo che mi si presenta:

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L’ignoto oltre la tenda innevata.

Sta cominciando a nevicare. Decidiamo di avventurarci per il passo punta Tapush, nonostante la neve e la nebbia stiano venendo chiaramente da quella stessa direzione. Siamo mossi dal fatto che abbiamo visto un paio di arrieros con muli passare dieci minuti prima di prendere questa ardua decisione. Pensiamo di poter raggiungerli o per lo meno seguire le loro orme nella neve. La dolce nevicata si trasforma in una vera e propria tormenta di neve più o meno a metà cammino verso il passo. Le orme si stanno velocemente cancellando e la paura di perdersi diventa concreta. Non abbiamo guanti e stiamo letteralmente congelando.

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La faccia dell’ipotermia

E cosi lottando tra fango, rocce, vento e neve arriviamo finalmente al passo. La paura è stata tanta, e vorremo quasi concludere il cammino qui. Ciò ovviamente non è possibile, dobbiamo continuare. Ci rincuoriamo con un Sublime (barretta di cioccolato e noccioline Nestlè che si trova solo in Bolivia e Perù, il nome descrive perfettamente la sensazione che si prova mangiandola) e continuiamo. Discendendo il passo la tormenta si placa. Continuiamo per il secondo passo della giornata che ci porterà fino alla laguna Jahuacocha. Due minuti di pausa sulla stretta striscia di terra e comincia a nevicare di nuovo, forzandoci a continuare.

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Passo Yaucha – 4800 mts

Dal passo fino alla laguna è tutta discesa, e il tempo ci regala un po di sole per asciugare le nostre ossa bagnate, e ritemprare i nostri corpi battuti dalle intemperie della giornata.

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Laguna Jahuacocha e Nevado Rondoy sullo sfondo

Arriviamo al campamento e sembra la scena di un festival musicale. Ci saranno tipo sei-sette gruppi. Sono le due del pomeriggio e le nuvole stanno lentamente coprendo le montagne sullo sfondo. Pensiamo che non vale la pena fermarci adesso, pensiamo che possiamo camminare per un’ altra ora e cercare un luogo migliore per piantare la tenda. Inoltre più strada facciamo oggi, meno ne avremo da fare domani e potremo tornare a Huaraz presto e cominciare a gozzovigliare con ogni tipo di bevanda alcolica e cibo. La prospettiva è lieta. Ed è proprio questa dolce prospettiva che ci tiene su di morale, che fa si che le nostre gambe continuino a muoversi. Dopo un’ora di cammino la vallata si fa stretta e comincia l’ascesa al terzo ed ultimo passo di questo trekking. Non ci sono posti dove accampare, troppo ripido e stretto. Il morale è alto e abbiamo ancora forze, decidiamo dunque che intraprenderemo questo ultimo passo e accamperemo li o poco più giù. Ma questo passo sembra non arrivare mai o peggio sembra essere li ad aspettarci ad ogni curva e piccola discesa. A distorcere la nostra prospettiva sulle distanze e su ciò che ci circonda, verso le quattro del pomeriggio cala una fitta nebbia. Alle ore cinque stiamo ancora camminando e si sta facendo lentamente buio. Incontriamo una coppia di disgraziati che come noi hanno deciso di intraprendere il trekking in maniera indipendente. Sembrano più confusi e disperati di noi, del resto è il loro primo giorno. Gli diciamo che alla laguna ci sono altre due ore di cammino e che farebbero bene ad accampare prima, loro invece ci avvisano che in altri 45 minuti saremo al passo. E molto accuratamente, 45 minuti dopo vediamo il passo inghiottito dalla nebbia e un cartello con su scritto “Pampa Llamac-4300 metri”.

Continuiamo per un altro quarto d’ora in discesa prima di arrenderci, tra la nebbia e l’imbrunire è difficile vedere dove mettiamo i piedi, gettiamo la tenda praticamente in mezzo al sentiero e dopo quasi 12 ore di cammino quasi ininterrotto crolliamo.

Day Seven

L’alba del giorno sette è bellissima. Non fa troppo freddo, la nebbia si è diradata e il morale è alto! cominciamo la lunga discesa fino al villaggio di Llamac dove potremo trovare un mezzo di trasporto e tornare alla civilizzazione.

Siamo i primi ad arrivare al villaggio verso le ore dieci e mezza del mattino. Non c’è ancora l’ombra di bus, decidiamo di tirare fuori il fornellino da campeggio comprare uova e cracker e fare una lauta colazione seduti sul marciapiede, scaldati dal sole.

Finalmente un’ora dopo un bus ci raccatta dal mezzo di strada e ci riporta a Huaraz, lasciandoci nella piazza principale. Ci abbracciamo, ridiamo, saltiamo di gioia.

E’ finita. Ce l’abbiamo fatta, non ci crediamo ancora, ma ce l’abbiamo fatta.

Perù – Cusco e dintorni

E’ già passato un mese da quando siamo entrati in Perù. Non riesco a capire ancora come sia stato possibile. Il tempo soggettivo del viaggio sta decisamente accelerando ultimamente.

La mia prima impressione del Perù, impressione che tuttora permane, è che rispetto ai paesi visitati fin’ora, quest’ultimo sia in definitiva il paese più turistico. Troppo turistico per i miei gusti. Certo è simile culturalmente alla Bolivia ma decisamente più commerciale. Con i suoi 4 milioni di turisti all’anno non è difficile crederlo. Non fraintendetemi è un paese incredibile. Proprio adesso mentre scrivo stiamo attraversando un gigantesco deserto, tra la provincia di Nasca e la provincia di Ica. Il Perù è un paese enorme, che comprende giungle, deserti, spiagge chilometriche e montagne dalle nevi perenni. C’è troppo da vedere, potremmo tranquillamente passare altri due mesi qui. Abbiamo invece deciso di concentrarci sulla parte andina, la parte delle montagne, del trekking e di molte rovine Inca.

Per primo, visitiamo la parte peruviana del lago Titikaka, decidendo di boicottare le turisticissime Islas Flontantes, isole galleggianti fatte di canneti, dove un tempo gli indigeni Aymara vivevano. Oggi famiglie vestite con gli abiti  tipici sono li solo per intrattenere i turisti. Insomma una specie di zoo galleggiante. Passiamo invece un paio di giorni sulla bucolica Isla Amantanì. L’unico modo di visitare quest’isola, è essere ospiti di una famiglia locale, a cui vieni assegnato, all’arrivo sull’isola, grazie ad un sistema rotativo che permette a tutti gli isolani, la cui principale occupazione è l’agricultura e la pesca, di avere un piccolo guadagno mensile extra grazie al turismo.

 

La tranquillità è il silenzio su questa isola che sembra uscita da una poesia pastorale, è incredibile. Ma ciò che mi sorprende di più è la bonarietà dei suoi abitati, molti (o almeno quelli che non parlano solo Quechua) sono molto in vena di fare due chiacchiere e chiedere e commentare gli avvenimenti  nel “mondo esterno”, e sono super informati: si parla delle elezioni in Francia, di Trump e si finisce a parlare di teologia.

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Lasciamo il lago Titikaka alla volta di Cusco, che servirà come base per esplorare i dintorni.

Credo che da Cusco passi la maggior parte di questi quattro milioni di turisti annuali. La sua posizione è a dir poco strategica, non a caso era la capitale dell’impero Inca. Oggi giorno è il punto di partenza per l’esplorazione di una quantità impressionante  di siti archeologici, e di trekking mozzafiato. Il centro città è gradevole, il problema è la quantità di gente che cerca di venderti un tour, un massaggio, o una foto con un lama. E’ realmente qualcosa che non avevo mai visto in Sudamerica, l’insistenza, l’aggressività con cui la gente ti approccia per cercare di venderti qualcosa. Sei gringo, hai soldi, COMPRA.

A soli 8 chilometri da Cusco si trovano numerose rovine Inca tra cui l’incredibile forte di Sachsawaiman, baluardo della resistenza Inca contro gli spagnoli di Pizarro. Gli inca, oltre ad essere grandi agricoltori erano degli abili urbanisti e costruirono la città di Cusco a forma di puma, Sachsawaiman con la sua forma a zig zag rappresentava la dentatura dell’animale.

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Un particolare del forte di Sachsaiwaman con Cusco sullo sfondo

Dopo un paio di giorni a Cusco, siamo ben felici di “scappare” alla volta di un trekking di cinque giorni nella spettacolare valle Apurimac, per scoprire le poco conosciute rovine Inca di Choquequirao.

La camminata è dura, ed è per questa ragione che molte persone affittano muli e mulattiere per i quattro giorni cammino. Noi affrontiamo facilmente la camminata nonostante il carico di cibo, acqua e suppellettili varie sulle spalle, senza l’aiuto di muli. Riusciamo nell’impresa aiutati dalla presenza costante di nubi e di una pioggerellina che ci accompagna durante 1500 metri di discesa e 1800 metri di ascesa sulle ripide pareti del canyon completamente spoglie i qualsiasi tipo di vegetazione.

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Il Canyon Apurimac

Choquequirao è un sito archeleogico, “scoperto” molto prima di Machu Picchu, nonostante ciò non ha mai attirato la stessa attenzione da parte di archeologi e turisti, infatti un buon 40 percento del sito è ancora avvolto da una fitta vegetazione sub tropicale e solo 3000 persone l’anno visitano le rovine

Nel 2016 si vociferava della possibilità di costruire un teleferico (un’ovovia) che raggiungesse la cima del monte su cui Choquequirao si erge. Per fortuna questo progetto non è mai andato in porto e Choquequirao mantiene intatto il suo fascino di città perduta grazie alla sua meravigliosa irraggiungiblità. È una rovina Inca che a differenza di Machu Picchu e molte altre rovine nel “valle sagrado” devi conquistare con il sudore della tua pelle (o di quello di un mulo) e cosi dopo due giorni di cammino, possiamo finalmente intraprendere la ultima mezz’ora di ripida salita che ci separa dal sito e passare una giornata intera esplorando le rovine in completa solitudine.

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Ci avventuriamo giù per l’altro lato della montagna per raggiungere le impressionanti terrazze dei lama, terrazze agricole a picco nel canyon sottostante, con rappresentazioni di lama in pietra bianca. Cuciniamo la classica zuppetta Knorr appollaiati sul minuscolo mirador dove possiamo assorbire la bellezza di questa opera dimenticata.

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Particolare delle terrazze dei lama

Torniamo a Cusco per un giorno per ricaricare le pile e rifornirci di cibo per il prossimo trekking. Questa volta affronteremo il trekking del Salkantay per raggiungere Aguas Calientes e da li ascendere a Machu Picchu. Il cammino Inca (Inca Trail) è da sempre il trekking più gettonato per raggiungere il sovramenzionato  sito archeologico, è un must. È un trekking di difficoltà moderata accessibile ai più….beh ai più che possono permettersi di prenotarlo con mesi di anticipo e di spendere quasi mille dollari per 4 giorni di trekking. Purtroppo l’accesso all’Inca Trail senza un tour autorizzato è proibito. L’alternativa più in voga al “camino de los Inca” è ad oggi il trekking del Salkantay, un trekking di quattro giorni che include un passo a 4600 metri con viste incredibili del Nevado Salkantay. Molta gente opta per un tour del Salkantay poiché è molto più economico del camino Inca, con prezzi che si aggirano intorno ai 350-400 dollari. Un prezzo che per me è inaccessibile, inoltre preferirei gettarmi da una rupe piuttosto che far parte di un altro dannato tour. Vi dico solo che includendo il trasporto fino all’inizio del sentiero e ritorno a Cusco, cibo per sette giorni e costi vari ed eventuali non abbiamo speso più di 150 Soles a testa (20 euro circa). Certo non avevamo muli o sherpa che ci portavano lo zaino o gente che ci preparava da mangiare, ma avevamo il vantaggio di camminare al nostro ritmo, mangiare e dormire quando e dove più ci aggradava. E siamo sorprendentemente riusciti a dribblare con successo le orde di tours organizzati (credo di averne visti almeno sei) cercando di mantenere sempre 4-5 chilometri di distanza tra noi e loro e di accampare in luoghi diversi.

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Prima notte di camping ai piedi del Nevado Salkantay

La prima notte accampiamo a 4300 metri, la notte è gelida, lo devo ammettere, ma vale la pena dormire con piedi perennemente congelati solo per poter godere  della vista di questa massiccia montagna.

La mattina ci svegliamo di buon ora e ci prepariamo velocemente. Vediamo già i primi gruppi salire verso di noi. Per fortuna il loro ritmo è decisamente più lento del nostro, ed intervallato da molte più pause. Arriviamo al passo, quota 4600 metri, e cominciamo la discesa. Dopo 20 chilometri di cammino, la maggior parte dei quali sotto il sole, arriviamo esausti nel villaggio di Collipampa. Il nostro piano originale è di continuare un poco oltre e accampare nella natura come la notte precedente, decidiamo invece di gettare la tenda in un camping situato all’estremità del villaggio (il camping, come spesso accade in Sudamerica, è semplicemente il giardino sul retro di un contadino). Mai decisione fu tanto funesta! Il  tempo letterale di piantare la tenda e bollire l’acqua per un tè e comincio a sentire una strana sensazione, come di qualcosa che mi cammina sulla schiena. Vabbè mi avevano parlato di noiosi minuscoli insettini volanti succhia-sangue che molestano gli escursionisti sul Salkantay, sarà uno di quelli.

E invece no. Sono PULCI.

Ora, questo è il primo incontro con questi animaletti, e spero vivamente l’ultimo, ma dovete sapere che non c’è scampo. Quando ti accorgi che sono loro è troppo tardi. E’ già notte e tu, dopo due giorni di cammino e una notte all’addiaccio vuoi solo dormire. Ma non puoi! Perché le pulci sono ovunque nella tua tenda, e puoi sentirle saltare, ma non puoi vederle nel buio della notte. Ne puoi uccidere decine ma altrettante verranno, puoi dormire vestita da capo a piedi, ma loro strisceranno sotto i tuoi vestiti e le sentirai camminarti addosso, pungerti e succhiarti il sangue. Ed è cosi che abbiamo passato la seconda notte completamente in bianco, acchiappando pulci e cercando disperatamente di addormentarci e di farci mangiare vivi.

La mattina del giorno tre, comincio ad avere un po’ di allucinazioni, cosi decidiamo di raggiungere il paese di Santa Teresa, per poter sterminare il nemico. Una doccia e una lavatrice non annienta completamente queste creature, che rimangono annidiate negli anfratti in cerca di nuovi ospiti, ma per lo meno riusciamo ad avere una notte intera di sonno. Il giorno quattro, recuperate le forze  camminiamo altri 20 chilometri fino ad Aguas Calientes dove, seppur a malincuore, decidiamo di accampare nuovamente. Passiamo un’ora a disinfestare la tenda e riusciamo ad uccidere le ultime pulci (aiutati dal fatto che il camping era pieno di cani randagi)

Il giorno quattro ci rechiamo ad Aguas Caliente centro, per acquistare i famigerati biglietti per Machu Picchu. Aguas Calientes, detto anche “Machu Picchu Pueblo”, sembra un po’ un settore di Disneyland. Il settore a tema Inca. È di una artificiosità  di una bruttura impressionante, è caro e, come Cusco, sei avvolto da uno sciame di “captadores” che cercano di venderti la qualsiasi cosa. Compriamo il biglietto pomeridiano, biglietto di cui nessuno conosce l’esistenza, che ci permette di pagare l’entrata solo 100 soles (invece di 150) e di godere di Machu Picchu dalle una del pomeriggio alle cinque, orario di chiusura.

La città di Machu Picchu fu molto probabilmente costruita intorno alla meta del 1400 dal primo imperatore Inca Pachacutec ed ospitava centinaia di abitanti. Il sito archeologico, circondato da dirupi, si intravede a malapena dal fondo della vallata in cui ci troviamo, e ua volta abbandonato dagli Inca, non fu mai trovato dai conquistadores spagnoli. Ben quattro secoli dopo, Hiram Bingham, uno studioso statunitense “scoprì” Machu Picchu, portatovi da un dodicenne locale. La gente del luogo sapeva dell’esistenza delle rovine, c’è chi addirittura ci aveva fatto il campo.

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Le pessime condizioni in cui verteva Machu Picchu quando fu “scoperto”

1770 scalini o 10 minuti di bus al modico costo di 12 dollari ci separano da Machu Picchu. Ovviamente prendiamo la scalinata. Arriviamo madidi di sudore e già stanchi, ma la curiosità di esplorare il sito ci da la forza di continuare. Mentre ci avviamo verso la torre del guardiano, sento una ragazza argentina che, appena entrata, chiede al guardiano “scusi dov’è il posto dove tutti si fanno la foto classica?”. Cominciamo bene. La verità è che non c’è troppa gente come avevo immaginato, però c’è un sacco di gente stupida, la cui unica ragione per venire a Machu Picchu è farsi un book fotografico con le rovine da mettere su Facebook o Instagram.

Chiudo gli occhi e per un attimo sogno uno sterminio di massa…poi guardo e passo.

Anticamente c’era un’altra e più impervia via d’accesso a Machu Picchu, un’entrata sul retro possiamo definirla, costruita a picco su un dirupo per impressionare e scoraggiare gli eventuali nemici che decidessero di intraprenderla. Il ponte Inca e i resti di un sentiero scolpito un una parete di roccia è ciò che ne rimane oggi.

Machu Picchu si rivela essere più grande di quello che immaginavo. le ore che abbiamo a disposizioni sono giusto sufficienti, per raggiungere l’Intipunku, la porta del sole: un punto panoramico spettacolare su tutto il sito archeologico.

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Gli inca non conoscevano l’uso del ferro o dell’acciaio. Per costruire le loro imponenti città, tagliavano le pietre applicandovi fori nella roccia e inserendo delle barre di legno; il legno successivamente bagnato, si espandeva e rompeva in due il blocco, che veniva poi smussato e scolpito all’occorrenza. Le pietre venivano poi spostate dalle cave al luogo di costruzione grazie a piani inclinati. Non venivano usate ne ruote ne gru. Le pietre venivano incastrate l’una con l’altra come un gigantesco puzzle e non si trattava certo di pietruzze ma di pezzi di granito che potevano pesare tra le dieci e le duecento tonnellate. L’esempio più eclatante e quello di una meridiana costituita da un unica, gigantesca pietra:

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Torniamo a Cusco per un ultima volta per organizzare e intraprendere il lungo viaggio (34 ore di bus totali) per raggiungere la cittadina di Huaraz, situata a nord di Lima, capitale del trekking e sport di montagna.

Nel prossimo capitolo racconterò l’impresa di trekking intrapresa nelle vicinanze di Huaraz…..e altre avventure!

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Saluti dal Perù!

Bolivia III – Dalle Ande alla giungla

Da la Paz decidiamo di intraprendere il trekking del Choro, sulle orme di un vecchio cammino Inca tutt’ora in uso dai locali e che, in tre giorni e 70 chilometri, ci porterà fino alla cittadina di Coroico, avvicinandoci alla nostra meta finale: Rurrenabaque.

E così in una fredda mattina, arriviamo a “La Cumbre”, punto di partenza per i pochi escursionisti del Choro (eravamo sei in totale quel giorno, ma nei due giorni precedenti nessuno si era cimentato nell’impresa) Alla Cumbre troviamo invece decine di persone pronte a lanciarsi nel gettonatissimo mountain biking della Death road, la strada più pericolosa al mondo.

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Pronti per il trekking alla Cumbre

Iniziamo il cammino a quota 4700 metri per cominciare una traumatica salita fino ai 4900. Il freddo è inaccettabile e siamo avvolti da una fitta coltre di nebbia.

Arrivati su questo inospitale cucuzzolo iniziamo la discesa. Eh si perché il cammino del Choro è tutto una grande lenta discesa, dalle Ande alla giungla appunto. Si parte dai 4900 metri di altitudine per arrivare ai 1600 metri finali.

Il primo giorno è il più terribile: in 20 chilometri effettueremo una discesa di quasi 2000 metri.

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la vista della vallata sottostante

Dopo la prima iniziale discesa su un terreno molto accidentato, arriviamo in una vallata dove ci fermiamo per una pausa. Incontriamo tre donne che vengono dalla direzione opposta. Stanno andando a piedi a La Paz perché una delle tre, la più anziana, si è fatta male ad una caviglia ed ha bisogno di un dottore. La signora indossa una semplice fasciatura e i classici sandaletti da cholita e non esita a caricarsi in ogni caso sulle spalle un bel carico, avvolticciolato nella tipica coperta. Regaliamo alla signora un paio di ibuprofeni per affrontare l’immane pettata che la attende per arrivare fino alla Cumbre, le auguriamo buona fortuna e proseguiamo.

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Le signore proseguono

Inaspettatamente lungo il cammino nella scenica vallata incontriamo piccoli villaggi e casette di mattoni di fango sparse in qua e in là. Ovviamente non mancano i lama.

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Llamas!

La prima giornata di cammino si conclude con un’aspra discesa su un sentiero ciottolato. Le pietre sono aguzze e scivolose per via della costante pioggia che ci ha accompagnato per tutto il giorno. Finalmente arriviamo al primo accampamento ufficiale: una signora e sua figlia, una bambina di circa 5 anni che vivono in isolamento più totale, a due giorni di cammino da una città. Il prossimo anno la bambina andrà a scuola, ci racconta la madre, e dovrà affrontare due ore e mezza di cammino all’andata e due al ritorno, ogni giorno. La bambina è visibilmente annoiata da questo isolamento e dalla mancanza di contatto con bambini della sua età trova conforto nella compagnia degli animali e dei rari gringos di passaggio.

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Le nostre ospiti

Distrutti dalla stanchezza, piantiamo la tenda in fretta e furia, sono le 18.30 del pomeriggio, la pioggia e la nebbia non ci hanno mai abbandonato. Mangiamo famelici e ci buttiamo dentro la tenda alle ore 20.00.

Dopo dodici ore di sonno la situazione fisica e psicologica è decisamente migliore. Riesco a sentire i miei piedi, che devo a malincuore reinserire nei calzini fradici e nelle scarpe altrettanto zuppe. Una gioia.

Il secondo giorno è relativamente più facile, le discese si alternano a piccole salite, un pallido sole fa capolino e cominciamo a vedere la vegetazione infittirsi e farsi sempre più simile ad una giungla. Nel pomeriggio comincia a fare caldo, decisamente troppo caldo ed umido. Accampiamo in un altro luogo isolato gestito da un’anziana signora, che all’apparenza vive sola. Al mattino ripartiamo di buon’ora, ma il clima si fa presto insopportabile. Ci sono 25 gradi e credetemi fare trekking con questa temperatura non è per niente piacevole. Il sudore è copioso, e dopo tre giorni senza una doccia il “body odor” comincia ad essere intenso. Infatti credo di non aver mai puzzato cosi nella mia vita, neanche dopo una settimana senza doccia in Patagonia.

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…la vegetazione si fa via via più fitta…

L’ultimo giorno di cammino attraverso la fitta vegetazione, è duro e sembra non finire mai. Finalmente verso le 16.30 del pomeriggio arriviamo al villaggio de El Chairo dove, dopo una breve attesa e infruttuosa contrattazione del prezzo riusciamo a prendere un combi fino alla città di Coroico che si trova arroccata scenicamente una collina aguzza di fronte a noi.

A Coroico spendiamo due notti giusto per riprenderci dalle fatiche del Choro e per preprarci psicologicamente a proseguire il viaggio verso Rurrenabaque, remoto punto di accesso alla giungla boliviana.

La strada della morte, nome dovuto al gran numero di incidenti e decessi dei suoi coraggiosi usuari (circa 200-300 l’anno) è una strada che univa anticamente La Paz a Caranavi. Oggigiorno il tratto tra La Paz e Coroico è stato chiuso e sostituito da una strada asfaltata, gli unici ad utilizzarlo ancora sono i sovrammenzionati turisti che pagano fior fior di quattrini per lanciarsi a grande velocità giù per questa strada in cerca di una dose di adrenalina.

Dopo pochi minuti a bordo del bus verso Rurrenabaque, apprendo però che la strada della morte è ancora in utilizzo nel tratto tra Coroico e Caranavi. Mi rendo dolorosamente conto di ciò perché la guida è improvvisamente a sinistra e perché sulla sinistra appunto (e la sorte mi ha assegnato il posto finestrino LATO SINISTRO) si trova uno strapiombo di svariate centinaia di metri.

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La strada della morte

Si guida a sinistra perché i veicoli che vengono dalla direzione opposta sono principalmente camion-merci ed essendo più pesanti hanno diritto a stare nella parte destra, la parte più sicura di questa fangosa strada ad una corsia. Di camion merci ne incontriamo a bizzeffe, e spediamo una terrificante mezz’ora tentando di fare retromarcia sull’orlo del precipizio per far passare questi bolidi.

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Solo rivedere queste foto mi fa risalire una certa nausea

Dopo Caranavi, grazie ad un tranquillante e ad un miglioramento delle condizioni del manto stradale, riesco persino a chiudere occhio, e finalmente dopo 12 ore di bus, all’alba arriviamo a Rurrenabaque.

Ci prendiamo due giorni nella cittadina, per riposare e scegliere con cura l’agenzia da cui farci portare nei meandri della giungla boliviana. Scegliamo, su suggerimento di cari amici che vi hanno fatto volontariato, Madidi Travel, che ci guiderà nella riserva Serere per tre giorni e due notti.

Rosa Maria Ruiz, fondatrice di Eco Bolivia, è una pioniera nella lotta alla conservazione e protezione del tesoro naturalistico della giungla boliviana rappresenta, ha aperto la riserva Serere nel 1995 ed ha avuto una vita a dir poco avventurosa. Ha lottato strenuamente contro i bracconieri, che le hanno distrutto la casa, ed ha quasi perso la vita a causa di un attacco di un Caimano mentre faceva il bagno in uno dei laghi della riserva.

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Viaggio verso Serere

Tre ore a bordo di un “longboat” lungo il corso del mastodontico Rio Marmorè ci separano dalla civilizzazione. Arrivati metto piede sulla “terraferma” e sprofondo nel fango fino al ginocchio. Bene.

Nei fangosi 45 minuti di cammino che ci separano dal luogo dove passeremo i prossimi giorni, sono subito avvolta da uno sciame, quasi una nebbia, di zanzare, accompagnato da uno strato di sudore appiccicaticcio dovuto al caldo-umido soffocante. Questo sarà ahimè lo status quo dei giorni a venire, lo stato normale delle cose. La guida ci lascia davanti ad una capanna che sarà il nostro alloggio. Il tetto di foglie di palma e le pareti semplici zanzariere su quattro lati, cosi da poter godere della giungla e dei suoi suoni in ogni momento.

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L’alloggio nella giungla

E’ difficile spiegare a parole la colonna sonora della giungla, è come un continuo perenne ronzio ritmico di insetti, intervallato da decine di strani richiami di uccelli e scimmie. Ma il suono se si vuole più peculiare e anche un pò spaventoso è il richiamo delle scimmie urlatrici paragonabile al vento che infuria durante una tormenta. Passo le prime due ore nella giungla al riparo dentro la embrionica capanna-zanzariera, semplicemente osservando e ascoltando attentamente la giungla. E’ una cosa mai vista prima. Inenarrabile.

Nel cammino che separa la nostra capanna dalla grande capanna principale, punto di ritrovo, sento un gran movimento nel fogliame sovrastante e mi accorgo che branchi di curose scimmie cappucino e scimmie scoiattolo ci stanno seguendo e scrutando dall’alto. E’ come uno zoo alla rovescia. Sei tu. umano la rarità! Sei tu lo strano visitatore che suscita lo stupore e sgomento fra gli abitanti della giungla!

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Monkey!

La nostra guida Emil, che fino all’adolescenza ha vissuto nella sua tribù nella giungla, ci porta a fare una prima escursione, spiegandoci le proprietà medicinali di varie piante e alberi, insegnandoci a riconoscere e a tenerci alla larga dagli alberi dove le “hormigas de fuego” hanno fatto il nido, spiegandoci che anticamente i nemici venivano legati a questi alberi e, dopo aver percosso il tronco con un bastone, le piccole formichette rosse uscivano dal loro nido e attaccavano, entrando nella bocca e nel naso del povero sventurato e nutrendosi lentamente dei suoi fluidi corporali. Una morte lenta e decisamente non piacevole.

Ci sono altre formiche non proprio amichevoli nella giungla, ma queste a differenza delle formiche di fuoco sono grandi e nere e ben riconoscibili. Sono le formiche-proiettile, la cui puntura sprigiona una neurotossina e regala le più spiacevoli 24 ore di dolore della tua vita. È infatti una delle punture d’insetto più dolorose in assoluto.

Ma vi sono anche formiche che aiutano gli abitanti della giungla, come le formiche soldato, che poste sopra un taglio o una ferita e decapitate al momento giusto chiudono le loro piccole chele e sono usate come punti di sutura (lo diceva anche Mel Gibson nel film Apocalypto!)

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La povera formica decapitata sutura la felpa di Gavin

Quando cala la notte e ritorno alla capanna, la trovo invasa da scarafaggi di ogni dimensione e colore. Sono dappertutto sul mio zaino sulle mie cose nelle scarpe, sono molto vicino ad avere un attacco isterico. E per coronare il tutto, lungo il cammino verso la capanna-ritrovo, uno scarafaggio volante grande come la testa di un bambino decide di atterrare a un metro dalla mia faccia. Durante la passeggiata notturna abbiamo modo di osservare pipistrelli, ragni e rane

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Ragnetto

Il secondo giorno andiamo a pesca nel lago su cui si affaccia la riserva popolato da numerosi caimani e alligatori che di tanto in tanto fanno capolino sulla superficie a pelo d’acqua. E’ la prima volta che vado a pesca ma riesco seppur con dispiacere, a catturare un pesce gatto.

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spidermonkey

L’ultimo giorno la giungla ci regala la possibilità di ammirare un bradipo in (lento) movimento. Dopo pranzo è già tempo di andare e devo dire che dopo tre giorni con indosso gli stessi vestiti appiccicosi di sudore, con il corpo coperto di punture di zanzare (perché non importa se indossi i pantaloni lunghi o ti spruzzi DEET in ogni dove, queste zanzare ti pungono stesso) e quel costante e noioso ronzio nelle orecchie sono dispiaciuta ma anche un po’ sollevata nel lasciare la giungla.

E siccome tre giorni in questo luogo bello ma onestamente inospitale non erano abbastanza hardcore, decidiamo dopo un’ora di cammino e tre ore di barca per tornare a Rurrenabaque, di intraprendere direttamente il periglioso viaggio di ritorno a La Paz, così tanto per non farci mancare niente.

Passiamo 15 spiacevolissime ore a bordo di un bus infestato da scarafaggi e zecche. I nostri sedili, esattamente perpendicolari alla ruota posteriore del bus, ci regalano una notte insonne sciaguattati in qua e in là. Infine l’ascensione, in poche ore, da zero metri sopra il livello del mare ai 4000 metri de La Paz aggiungono alle ultime ore di viaggio gli indimenticabili sintomi del mal di montagna.

Per farla breve la suddetta esperienza vince il primo premio come il più orribile viaggio in bus in Sudamerica, e si spera mantenga il suo primato per sempre!

Il ritorno al gelo della Paz, nonostante l’altitudine, è un vero toccasana. Niente zanzare. Niente cucarachas. NIENTE. Mi ci vogliono tre giorni per riprendermi dal viaggio ma finalmente riusciamo a lasciare La Paz per dirigerci verso il lago Titikaka, il lago navigabile più alto del mondo.

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on the way to Lake Titikaka

Ora dovete sapere che le due attrazioni principali per i turisti-lampo in Bolivia sono il Salar di Uyuni e la Isla del Sol sul lago Titikaka. Mi ricordo di questo fatto appena il bus ci lascia nella cittadina di Copacabana, punto di imbarco per la Isla Del Sol. Non vedevo code per l’imbarco tanto lunghe dai tempi dei voli Ryanair per Barcellona, en serio! File di gringos con i loro selfie sticks, le loro giacchette gore-tex e i loro maglioncini di alpaca appena acquistati.

Fuck this shit, penso io. E lo penso ancora di più quando mi informano che, a causa conflitti interni tra isolani ( che si azzuffano tra di loro per avere più turismo) la parte nord dell’isola è chiusa ai turisti. Questo distrugge il mio piano perfetto  che prevedeva raggiungere la parte nord, la più remota dell’isola e accampare il più lontano possibile da ogni forma di vita. Decidiamo di imbarcare comunque. Approdiamo al porto di Yumani e questa è la scena che mi si presenta davanti:

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Siamo subito circondati da bambini che cercano di venderci una stanza per la notte o farci pagare per una foto del loro lama. Ignoriamo e cominciamo a salire le ripide scale che portano dal porto al villaggio di Yumani. Chiedo di un camping o qualcosa di simile, ma tutti sono molto restii a darci qualsiasi informazione in merito.

Ora tutto questo suona molto brutto lo so, pero in verità vi dico che se riuscite ad andare oltre questa coltre di turismo ultra-commerciale, l’isola è di una bellezza mozzafiato, e può offrirti un luogo di totale isolamento e silenzio

Troviamo un posto semi-isolato in cui piantare la tenda e lasciare le nostre cose. Il panorama è spettacolare.

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Decidiamo di andare in esplorazione dell’isola. Nel villaggio di Yumani non mancano ostelli, ristoranti dovre i sovrammenzionati turisti in gore-tex prendono il sole e bevono birra. Per qualche ragione c’è una collinetta dove almeno 40 persone stanno guardando il tramonto. Continuiamo a camminare e troviamo il posto perfetto dove guardare il sole adagiarsi nel lago. Il silenzio è indescrivibile, i colori del lago e delle gigantesche montagne sullo sfondo sono ipnotici. Torniamo alla nostra tenda prima che faccia buio, e cuciniamo la cena con il nostro fornellino da campeggio. Al calare della notte il gelo comincia a farsi sentire e ci ritiriamo nella tenda abbandonando la coltre di stelle sopra le nostre teste.

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Isla de la Luna e le Ande sullo sfondo

 

 

Fortunatamente al mattino il sole fa capolino presto scaldando la tenda. Cerchiamo di raggiungere una spiaggia nel centro dell’isola. Dopo circa 45 minuti di cammino eccoci qua. La nostra spiaggia privata. Fare il bagno nel lago Titikaka è un pò come fare il bagno nel Gange, è rischioso ma è un must!

L’acqua del lago è gelata ma il sole dei 4000 metri è incredibilmente caldo e intenso e ci asciughiamo in pochi minuti.

E così, siamo inaspettatamente riusciti ad evitare le folle sulla Isla Del Sol ed a poter apprezzare la sua natura, i suoi silenzi e la sua energia.

Verso le cinque del pomeriggio riapprodiamo a Copacabana per dirigerci verso il confine con il Perù. Riusciamo ad attraversare il confine giusto in tempo prima della chiusura della frontiera. Bus pieni zeppi di turisti che attraversano la frontiera di Kasani, intasano il piccolo ufficio dove una minuta signora peruviana dispensa stampini sui passaporti.

Eccoci qua. Dopo ben due mesi in Bolivia, un pò a malincuore, lasciamo questo incredibile paese, alla volta del Perù.

Bolivia II – Toro Toro e La Paz

Ridendo e scherzando ho piantato la tenda e son rimasta a Samaipata per ben 12 giorni. Sentivo che era la cosa giusta da fare. L’ostello-camping  in cui alloggiavamo, il “Jaguar Azul”, è stata sicuramente una delle ragioni per cui ho prolungato la mia permanenza. C’era un gran via vai di gente interessante, un bar con ottima musica, tanto verde ed un tempo meraviglioso, nonostante la stagione delle piogge. Samaipata è un villaggio boliviano come tanti, ma per qualche inspiegabile ragione un gran numero di stranieri (in particolare francesi e tedeschi), vi si è riunito nel corso dell’ultimo decennio, facendone la sua nuova casa.

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Samaipata in the distance

Samaipata ha un’anima hippie e questo è innegabile. La gente che ci vive parla di una particolare energia che avvolge il villaggio e i suoi dintorni. Personalmente Samaipata mi ha infuso una grande tranquillità e voglia di prendere una pausa ulteriore dai lunghi viaggi in bus e dai continui spostamenti per raggiungere la prossima meta. E’ stato un po come tornare a casa. Grazie al clima semi tropicale, con temperature che si aggirano intorno ai 20 gradi tutto l’anno, la vegetazione lussureggiante, e le numerose possibilità di trekking nei suoi dintorni non stento a credere che questo luogo attragga un gran numero di persone tra turisti e espatriati.

A Samaipata abbiamo avuto il tempo di studiare e rivoluzionare completamente il nostro programma di viaggio: inizialmente si era pensato di raggiungere la remota città di Trinidad a bordo di una nave-mercantile, seguendo per quattro giorni (ma forse anche di più) il corso del Rio Marmorè. Da Trinidad avremo poi preso un bus per arrivare nella ancor più remota città di Rurrenabaque, nella giungla boliviana. Questo programma ci è stato caldamente sconsigliato poiché Marzo è ahimè ancora stagione delle piogge, e per un bus tra Trinidad e Rurrenabaque avremo dovuto possibilmente attendere giorni se non settimane. Abbiamo quindi deciso di proseguire per la città di Cochabamba, tappa necessaria, per poter raggiungere e visitare il parco nazionale Toro Toro.

E così dopo undici traumatiche ore di bus, su una strada era in parte comparabile ad un fiume di fango, per coprire la bellezza di soli 350 chilometri arriviamo a Cochabamba. La città di Cochabamba è tanto cara quanto cosmopolita, è un luogo dove i giovani boliviani (quelli con i soldi) vanno a studiare, e come ogni grande città finora visitata in Sudamerica non ha grandi attrattive: è fumosa, trafficata, c’e’ un sacco di gente in ogni dove. Per fortuna a Cochabamba passiamo solo un giorno che spendiamo girando i vari ospedali della città in cerca di un vaccino contro la febbre gialla, che apprendo in Samaipata, è richiesto per uscire dal paese. Purtroppo non abbiamo fortuna, e ripartiamo alla volta del villaggio di Toro Toro.

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il villaggio di Toro Toro dall’alto

 

“Turu Turu Pampa” è il nome orginale quechua di questa remota area della Bolivia, il nome fu poi storpiato dai conquistadores spagnoli in “Toro Toro”. Turu Turu significa fango. Di fango ce n’è effettivamente in quantità indiustriali. E di fango ce n’era senza ombra di dubbio anche milioni di anni fa, durante l’era del cretaceo quando, questa vallata rappresentava una vera e proria “autostrada” per i grandi mammiferi. Ed è proprio la grandissima quantità di orme di dinosauri e ritrovamenti fossili che ha reso famoso in primo luogo quest’area e ha fatto sì che nel 1996 si istituisse il parco nazionale Toro Toro. Purtroppo mancano fondi per preservare gli incredibili ritrovamenti e continuare nella scoperta del tesoro che si cela sotto il fango si Toro Toro. Fin’ora i tentativi di preservare questo vero e proprio libro aperto sul passato sono stati pochi e inefficienti. Le orme esposte alle intemperie, agli animali al pascolo e ai saccheggiatori.

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Una delle centinata orme di dinosauro

Ma le orme di dinosauro non sono le uniche attrattive di questo parco nazionale: l’area del parco è la prova esistente di come la forza dell’acqua in milioni di anni abbia potuto plasmare la vallata formando un gigantesco canyon, caverne e sculture di roccia.

 

Toro Toro non è (ancora per poco) una meta estremamente turistica, conseguentemente i prezzi per l’alloggio e per una guida nel parco nazionale sono ancora contenuti. Ma nel villaggio gli ostelli stanno spuntando come funghi e, mi racconta una guida che negli ultimi 10 anni il turismo è esploso.

Il primo giorno esploriamo i dintorni del paese seguendo un sentiero che costeggia il canyon. Il secondo giorno prendiamo una guida, che ci porta a visitare la Ciudad de Itas (la città di pietre) incredibili formazioni rocciose dove anticamente, i ladri di bestiame nascondevano il loro bottino. Nel pomeriggio c’è in programma di visitare la caverna di Umajalanta, niente di troppo impegnativo, immagino scioccamente.

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Eccoci qui, muniti di elmetti e sorridenti nella beata ignoranza di ciò che ci attendeva

Ma il giretto nella caverna si rivela essere una vera e propria spedizione speleologica (non per principianti e claustrofobici come me) con cuniculi in qui devi letteralmente strisciare a terra, passaggi a picco nel vuoto o quando va bene in un fiume sotterraneo in cui è necessario l’uso di corde, nel buio più totale, muniti soltanto di un elmetto e una torcia che illumina a malapena l’oscurità che ci circonda. Insomma cose che in Europa  non ti farebbero mai fare senza un minimo di esperienza. Ma vabbè l’avventura d’altra parte ci piace assai. Nella via di uscita dalla caverna, sopraffatta dalla fatica cado e apro in due il mio unico fedele paio di scarpe che mi avevano eccellentemente servito negli ultimi 4 mesi. Per fortuna lo zapatero di turno ripara questo disastro per soli 5 bolivianos (70 centesimi).

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zapatero a lavoro!

Il terzo giorno decidiamo di scalare il monte che sovrasta il viaggio di Toro Toro per cercare una migliore vista del villaggio delle incredibili formazioni rocciose simili a denti aguzzi sullo sfondo. Infine il quarto giorno decidiamo di metterci nelle mani di un’altra guida per esplorare il canyon di Toro Toro. Nuovamente quella che era cominciata come una tranquilla scampagnata finisce per diventare canyoning estremo, con tanto di scalata su pareti di roccia, rovinose cadute nel fiume e rocce delle dimensioni di un comodino che si distaccano dalla parete del canyon e si schiantano rumorosamente a terra a pochi metri da noi. Insomma un’ulteriore inaspettata avventura.

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Il Canyon (prima della discesa)

L’ultimo giorno è di riposo e visita all’ospedale locale alla ricerca, nuovamente senza successo, di un vaccino. Nell’ospedale di Toro Toro (come in tutti gli ospdali boliviani) convivono la medicina moderna con quella chiamata “medicina tradicional”: il curandero, il signore dalle fattezze più indigene che abbiamo fin’ora mai visto, con indosso un colorato gilet siede nel suo studio, i cui scaffali ricolmi di erbe di vario genere emanano un forte e non ben identificato odore.

Torniamo a Cochabamba, solo per una notte prima di prendere l’ennesimo bus per la città de La Paz. Il viaggio di otto ore è per la prima volta interamente su una strada asfaltata, che lusso, che goduria!

A poche decine di chilometri, il gigantesco monte Illimani (6462 metri) ruba la scena a tutto il paesaggio circonstante.

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La Paz, una città che avevo pensato inizialmente di evitare, si rivela una piacevole sorpresa. La città più popolosa della Bolvia conta in realtà solo un milione di abitanti, ma la sua conformazione la fa sembrare senza fine: la città nasce in una stretta valle e si estende negli anni fino ad arroccarsi sulle aspre colline circostanti in maniera irregolare e caotica. Oggigiorno La Paz forma un tutt’uno con El Alto, città fondata dalla minoranza indigena degli Aymara. Fino a qualche anno fa la vita di chi viveva nella zona alta della città era un vero inferno: nelle ore di punta ci volevano fino a due ore di bus per sfidare il traffico folle e raggiungere le zone centrali della città. Oggi bastano tre Bolivianos (40 centesimi) e pochi minuti grazie al teleferico, un sistema di “ovovia” all’avanguardia con varie linee di differenti colori (ad oggi ne esistono tre, ma altrettante sono in costruzione) proprio come le linee della metro.

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il teleferico rosso e l’immensità della paz

E’ sorprendente come a La Paz convivano il moderno e l’antico: il teleferico, i grattaceli, la zona delle banche e degli uffici, una vasta scelta di ristoranti per tutti i gusti e tutte le tasche affiancati da realtà come il mercado de las brujas (il mercato delle streghe), una piccola zona nel quartiere centrale pullulante di negozi di esoterismo, magia e medicina tradizionale. I feti di lama mummificati la fanno da padrone, da bruciare insieme ad altri oggetti di dubbia provenienza per portare “buena suerte”. Ogni volta che si costruisce una casa in Bolivia, un feto di lama è posto nelle fondamenta per portare appunto felicità e fortuna ai suoi abitanti. E poi ci sono semi ed erbe di vario genere, corna di capretto e boccette dal contenuto ignoto per curare tutti i mali, dai calcoli renali all’impotenza e ovviamente eliminare il malocchio una volta per tutte. Un luogo a dir poco interessante ma anche un pò rivoltante.

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A la Paz si trova anche il carcere di San Pedro, il primo e unico carcere autogestito del mondo. Qui circa 3000 detenuti vivono con le loro famiglie in totale autonomia. Una vera e propria città dentro la città. Non ci sono guardie ne grate all’interno, e gli occupanti devono lavorare per pagare l’affitto delle loro celle. Esistono celle in cui vivono decine di persone ammassate (le più economiche) e celle molto più care, veri e propri appartamenti con tutte le comodità e i lussi immaginabili. All’interno di questa prigione viene prodotta e trafficata la cocaina più pura della Bolivia. Avrei voluto vedere con i miei occhi questa assurda realtà e fino a qualche anno fa era possibile trovare qualche “guida” per un giro in questa prigione, purtroppo qualche tour è finito in una sparatoria e oggi l’accesso ai turisti è proibito. Se volete sapere di più su questa prigione vi consiglio caldamente la lettura del libro “the marcing powder” di Rusty Young che narra la storia vera di un inglese pazzo che si è affittato una cella nel carcere di San Pedro e ne ha viste delle belle!

Ed eccoci qui alla fine di un nuovo capitolo. Nel prossimo ed ultimo capitolo boliviano si parlerà del lungo e periglioso viaggio dalle Ande alla giungla.

Stay tuned!

 

Cile…di tutto un pò

Con un pò di amarezza abbandoniamo la Carretera Austral per dirigerci sull’isola di Chiloè. Da una parte c’e’ anche la speranza di rivedere il sole dopo quasi 10 giorni di pioggia ininterrotta.

Chiloè è un luogo molto particolare. Un’isola costellata di piccoli villaggi, principlamente dediti alla pesca. Quest’ isola si è autosostentata per decenni.  Oggigiorno la popolazione è formata da un mix di autoctoni, indigeni e gente di Santiago (un sacco di gente) che ha deciso di scappare  dalla vita nella caotica metropoli per rifugiarsi in questo tranquillo angolo di paradiso.

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Il porticciolo di Dalcahue

 

Da qualche anno ormai si specula sulla costruzione di un ponte che unirebbe l’isola alla terraferma. Se per gli emigrati da Santiago questo significherebbe la rovina di Chiloè e della sua autenticità, agli isolani doc non dispiacerebbe affatto. Sull’isola mancano infatti strutture ospedaliere e purtroppo mi viene raccontato che in alcuni casi ci è scappato il morto.

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C’è polemica!

Ponte o non ponte le cose stanno decisamente cambiando a Chiloè. Il 2016 in particolare non e’ stato un anno fortunato per l’isola:

Nel Marzo 2016 a causa del surriscaldamento degli oceani un’alga rossa contenente una neurotossina  mortale ha proliferato per centinaia di chilometri sulle cose della Patagonia e di Chiloè. L’alga ha avvelenato il pesce mettendo in ginocchio i pescatori dell’isola. A peggiorare la situazione ci si è messa di mezzo l’industria dell’allevamento del salmone che (secondo alcuni con il consenso del governo cileno) ha riversato nell’oceano tonnellate e tonnellate di salmoni marci infestati dall’alga innescando una vera e propria catastrofe naturale. Molti isolani che avevano abbandonato la pesca autosostenibile a favore dell’industria dell’allevamento del salmone, si sono ritrovati senza un lavoro. Una crisi senza precedenti.

A peggiorare la situazione il 25 Dicembre si è ripetuto un evento che aveva raso praticamente al suolo l’isola già negli anni ’60. Un terremoto devastante dalla magnitudo 8,3. Subito dopo scatta l’allarme tsunami, l’isola viene quasi completamente evacuata. Il 26 Dicembre, mi raccontano, non è rimasto un singolo turista sull’isola. Capite bene che per una comunità che vive praticamente solo di pesca e del turismo questo significa un’ulteriore catastrofe.

Effettivamente non troviamo molti turisti sull’isola. Non vediamo altri “mochilleros”. Abbiamo fatto l’autostop in lungo e in largo sull’isola con un tempo medio di attesa 5 minuti.

Sull’isola ho finalmente provato le mie prime empanadas cilene, che differiscono da quelle argentine per essere molto più grandi (ed economiche) e molto più fritte.

Diciamoci la verità la cucina cilena è generale decisamente pesantuccia. Il piatto principale è come in argentina la carne alla brace, con particolare preferenza al cordero (l’agnello). Nei supermercati cileni (quelli belli grandi) nel reparto freezer trovi un agnello intero appeso, già pulito e pronto per essere messo “al palo”. Poi c’e’ una quantità di roba fritta e rifritta come le sopaipillas, le papas rellenas e le empanadas in tutte le salse. Si consumano enormi quantità i bibite gassate, gassose e succhi di frutta. La frutta e la verdura sono costose e difficili da reperire e sì, la vita del vegetariano è dura. C’è una somma ignoranza alimentare e il cileno medio è decisamente…. grasso! Leggendo alcune statistiche scopro che ben il sessantacinque percento della popolazione cilena è in sovrappeso. Un dato allarmante aggravato dal fatto che la percentuale è alta anche tra i più piccoli (quasi un terzo è in sovrappeso). Il governo cileno ha recentemente trovato una “geniale” soluzione al problema: degli appiccichini neri che avvertono il consumatore che le loro patatine fritte sono alte in sodio e grassi saturati.

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Le famose etichette risolutive

E la volete sapere una cosa? Ogni singolo cibo confezionato in vendita nei supermercati cileni ha almeno uno di questi dannati adesivi neri a parte, la rara frutta e verdura. Se il governo crede che i cileni cambieranno le loro pessime abitudini alimentari grazie a questi adesivi….beh auguroni!

Continuando il viaggio verso nord accettiamo il passaggio da una versione cilena di Snoop Dog e il suo socio in affari haitiano, una coppia decisamente strana….non si capisce esattamente che business vogliano aprire a Chiloè. Snoop si dimentica che siamo diretti a Puerto Montt, manca le due uscite per la città e ci lascia in mezzo alla dannata autostrada. Per fortuna c’è sempre un’anima buona disposta a raccattarci dalla strada.

Puerto Montt è una città, la prima vera città in cui ci troviamo dopo settimane di mistico isolamento tra la Patagonia e Chiloè. E’ un vero e proprio shock vedere traffico, gente, palazzi enormi e sentire casino dopo tanto tempo. Oltretutto Puerto Montt è una città notevolmente brutta. Una subitanea nostalgia mi invade. Dove sono finiti i lussureggianti boschi patagonici? Dov’è il silenzio?

Passiamo da Puerto Varas, una cittadina decisamente più ridente, prima di addentrarci nelle verdeggianti regioni dei laghi e dei fiumi ( un tempo regione unica, oggi decima e quattordicesima regione) caratterizzate appunto da laghi scintillanti, pascoli e tanti tanti vulcan alcuni attivi altri no. Uno dei più pittoreschi dei vulcani è il vulcano Osorno, del quale tentiamo l’ascesa alla sommità arrivandoci molto vicino.

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Pascoli a perdita d’occhio e il maestoso volcano Osorno in lontananza

L’autostop continua, fluido. Con la differenza rispetto alla Patagonia che non incontriamo un singolo altro “backpacker”. Ci addentriamo nella regione al massimo facendo l’autostop su stradine secondarie sterrate. Tempi di attesa ai minimi storici. Una vera pacchia.

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Vista dalla sommità del vulcano Osorno

Qui la gente, principalmente autoctoni e qualche turista di Santiago, esprime molta curiosità nei confronti dei pochi viaggiatori zaino in spalla che incontra, e nei campeggi spesso ci accade di essere letteralmente bombardati di domande ed essere invitati a bere con numerose famiglie cilene. Mi piace.

Certo è anche vero che la famigliola tipo in vacanza ( in media una decina di persone) una volta montate diciotto tende, tirato fuori dalla macchina una quantità incredibile di cibo e alcool, tira fuori altoparlanti dolby surround e comincia a suonare reggaeton a palla fino alle quattro del mattino. E’ una gara a chi mette il reggaeton a volume più alto. Ancora mi chiedo come siamo potuti passare dagli Inti-Illimani a questa spazzatura? Qualcuno me lo può spiegare? Dov’è finita la musica popolare cilena? Mah..

Abbondanza di vulcani significa una miriade di bagni termali. E cosi ci concediamo un piccolo lusso ( e un’occasione per una doccia a gratis) nelle meravigliose e celeberrime Termas Geometricas. Guardate cosa sono e rosicatene.

E cosi ridendo e scherzando, e attraversando a piedi il parco Nacional Villarica, arriviamo a Pucòn, ultima tappa nel sud del Chile.

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l’attivissimo vulcano Villarica

Da Pucòn accettiamo un passaggio da un simpatico hippie di nome Dallas che con la sua Mercedes del 1981, dopo un lungo viaggio di quasi 12 ore, e vari rattoppi della macchina “on the go”ci fa arrivare sani e salvi a Santiago de Chile. Durante il viaggio notiamo la gravità di un’emergenza di cui avevamo sentito parlare al notiziario: una serie di incendi scatenati per causa dolosa, che tra il Gennaio e il Febbraio 2017 hanno bruciato quasi 600.000 ettari di foresta nelle regioni centrali. Il governo Cileno ha ricevuto svariati aiuti internazionali per poter arginare questa distruzione a cui il paese non aveva mai fatto fronte prima d’ora.

Effettivamente durante 700 chilometri percorsi tra Pucòn e Santiago siamo praticamente sempre stati circondati da una cortina di fumo e da un acre odore di bruciato. Spesso in lontananza ma a volte anche a bordo strada abbiamo potuto vedere gli incendi con i nostri occhi.

A Santiago siamo accolti e ospitati a casa di amici e per la prima volta dopo settimane ci tratteniamo nello stesso luogo per più dei soliti due-tre giorni, crogiolandoci nel lusso di dormire in un letto vero!

Purtroppo Santiago è bruttina e fa veramente troppo caldo. Decidiamo quindi di raggiungere la costiera Valparaiso per trovare un pò di ristoro dal caldo. Valparaiso con le sue casette colorate arroccate sulle colline, il mare, le poesie di Pablo Neruda pitturate sui muri e tanta incredibile “street art” ha tutto il potenziale per essere il luogo più hippy e bohemien del Cile. Purtroppo però la quantità di spazzatura e di sudiciumaio che la invade la rovina parecchio.

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Street art psichedelica in “Valpo”

Lascio Valparadiso con l’amaro in bocca solo per rendermi conto che quello dei rifiuti non è un problema circoscritto solo alla suddetta città. Facendo una breve ricerca apprendo che in effetti il Cile si aggiudica il secondo posto ( dopo la Turchia) in termini di quantità di spazzatura prodotta, più di un chilo pro-capite al giorno.  Percorrendo quasi 500 chilometri lungo la costa tra Valparadiso e la Serena posso constatare con i miei occhi l’entità del problema: c’è letteralmente spazzatura dappertutto, la parola “rifiuti speciali” non esiste, per non parlare del riciclo. Mi viene spiegato dai locali che in questa area costiera il problema è particolarmente grave a causa del turismo. Durante i mesi estivi le piccole località marittime si ritrovano a ricevere migliaia di turisti, principalmente provenienti dalla regione di Santiago, e tutta la conseguente montagna di spazzatura prodotta.

Dalla Serena ci dirigiamo nuovamente verso l’entroterra per esplorare la Valle de Elqui, zona famosa per un particolare tipo d’uva, utilizzata per la produzione della bevanda superalcolica nazionale: Il Pisco.

Il Pisco sta al Cile come il Fernet sta all’Argentina. il comune denominatore è però sempre lo stesso: la Coca Cola. Il “Piscola”( Pisco + Cola) è il mix alcolico preferito dai Cileni se ne beve veramente a litri e non stento a crederlo: una bottiglia di Pisco vale quanto una decente bottiglia di vino (l’equivalente di 5 euro).

La vallata ha un’atmosfera magica: una striscia di verde incastonata tra brulle montagne rossastre, un panorama quasi marziano.

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Valle de Elqui

La vallata è il punto di inizio per un altro avventuroso “border crossing” attraverso il Passo Agua Negra, il confine andino tra Cile e Argentina più alto, ben 4800 metri. Accettiamo un passaggio da dei minatori (che lavorano a 5000 metri di altura, chapeau!) che ci lasciano giusto alla gendarmeria cilena, la quale ci informa che non sarà possibile stampare i nostri passaporti, fino a quando non troveremo una macchina che ci porti dall’altra parte. E così comincia la sorprendentemente lunga attesa (quasi sei ore) su un cucuzzolo di una montagna spazzato dal vento. Traffico ce n’è eccome, ma sono tutte macchine argentine stracariche di bambini e bagagli. Eh sì, perchè dovete sapere che agli argentini, grazie ai loro prezzi inaccessibili, (specialmente di vestiti e prodotti di elettronica), conviene andare in vacanza in Cile e, con l’occasione, fare anche shopping sfrenato. Mai visto macchine tanto stracariche di roba.

Dopo sei lunghe ore passate mendicando un passaggio ad ogni singolo veicolo, una simpaticissima coppia di ragazzi argentini (che grazie a Dio non aveva pargoli appresso) ha pietà di noi e ci fa salire.

Cominciamo l’ascesa verso quota 4800 in un paesaggio spettacolare

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l’inizio dell’ascesa

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on the Road

E cosi quindici ore dopo la nostra partenza dalla Valle De Elqui arriviamo finalmente, stremati e coperti di polvere al controllo di frontiera argentino, dove siamo sottoposti ad una vera e propria perquisizione (gli argentini devono pagare una tassa molto salata su tutto quello che comprano in Cile). Abbiamo dovuto svuotare la macchina, hanno guardato in ogni singola borsa o pertugio della macchina, hanno persino controllato i cellulari dei ragazzi per vedere se fossero nuovi o no. Io sono rimasta in disparte a bocca aperta, pensando a 1984 e alla psico polizia, troppo stremata per fare domande o obiezioni, sono però riuscita con successo a far entrare illegalmente due kiwi cileni.

Basta, con questo concludo questo sconclusionato e allucinato capitolo-collage

Nel prossimo capitolo parlerò del mio ritorno in Argentina e dell’esplorazione delle regioni del Nord.

Hasta la vista!

 

Patagonia Parte II – La Carretera Austral

“Quien se apura en la Patagonia pierde su tiempo”

Questo proverbio, racchiude la vera essenza della regione in cui ho trascorso l’ultimo mese. Potremmo tradurlo malamente in fiorentinaccio con “chi c’ha furia in Patagonia, un va da nessuna parte” e questo perché la Patagonia è un luogo realmente remoto. In Patagonia non ci sono orari. Non c’e’ la sicurezza che qualcosa succeda, perché sono le avverse condizioni metereologiche a farla da padrone.

Ma partiamo dall’inizio: L’attraversamento della frontiera tra Argentina e Cile. Un’avventura inattesa.

Cominciamo a fare l’autostop dal Chaltén, per arrivare alle sponde del Lago Desierto, da dove comincerà il lungo cammino verso la frontiera. Siamo caricati in macchina da una coppia argentina insieme ad altri due viaggiatori. L’automobile sovraccaricata di zaini e persone stenta a percorrere i 37 chilometri di strada sterrata, ma finalmente arriviamo a destinazione. Lago Desierto, sponda Sud. Un cammino di 12 chilometri ci separa dalla sponda Nord. Un cammino che non è segnalato in alcun modo. Per fortuna uno degli autostoppisti, un ragazzo svizzero di nome David possiede una simpatica app chiamata maps.me contenente il misterioso sentiero nascosto. Decidiamo di incamminarci tutti insieme. Il sentiero è ripido, ed è molto facile non vedere il sentiero e cosi ci perdiamo svariate volte prima di arrivare alla gendarmeria argentina. Piove come il dio la manda. Fa freddo, siamo stanchi e affamati. I gendarmi ci salutano freddamente, stampano i nostri passaporti e ci dicono che possiamo accampare nello spazio di fronte agli uffici.E cosi facciamo fino al mattino dopo quando la pioggia, fine ma persistente ci sveglia.

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Accampamento di fortuna sotto la pioggia. Gendarmeria argentina. Lago Desierto.

Ci separano ancora 22 chilometri dal confine con il Cile. In mezzo terra di nessuno. Ne Cile ne Argentina. Ci separano innumerevoli attraversamenti di fiumi in piena, svariate perdite di sentiero, e tante altre avventure.

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Bienvenidos a Chile!

Alle ore 19.30 del giorno dopo i”carabineros de Chile” stampano i nostri passaporti, siamo stanchi ma estremamente soddisfatta di avercela fatta, siamo arrivati in tempo per prendere la barca che sarebbe passata il mattino successivo. Eh si perché un’altra barriera naurale ci separa dalla “terraferma cilena”. Il Lago O’Higgins. Un lago di dimensioni cosiderevoli la cui particolare conformazione, ahimè, fa si che il vento provenienti da svariate montagne e ghiacciai sovrastanti si incanali sulla sua superfice creando dei veri e propri muri di acqua. Ci stanziamo per la notte a “Candellario Mancilla”, basicamente un istmo di terra dimenticato da Dio e spazzato dai venti patagonici dove la famiglia Mancilla, appunto, ha scovato un fruttuoso business: accogliere nella loro umile fattoria i viaggiatori provenienti dal confine Argentino. I Mancilla offrono un posto alla loro tavola, o una stanza nella loro accogliente casa o semplicemente un posto dove mettere la tenda nel loro campo. Piantiamo le tende e mangiamo un bel po delle nostre scorte di cibo. La mattina dopo, di buon ora smontiamo le tende, armi e bagagli e ci dirigiamo verso il moletto di legno. Dopo circa un’ora, uno dei Mancilla ci raggiunge e ci dice di aver parlato con il porto e che questa mattina la barca purtroppo non passerà, forse nel pomeriggio, forse domani. E cosi è stato per cinque giorni consecutivi. Ogni giorno la stessa storia: ci svegliavamo presto impacchettavamo la tenda e quant’altro, e aspettavamo news sulla barca. Ogni giorno ricevevamo la stessa risposta “Manana”

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La fattoria dei Mancilla. Ci sono posti peggiori in cui essere bloccati per giorni.

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Il molo dell’attesa

Ogni giorno qualche nuovo sventurato arrivava alla fattoria. Siamo arrivati ad essere un gruppo di ben venti persone, tra ciclisti e “mochilleros”, tutti aspettando sull’isola (cosi abbiamo rinominato questo istmo di terra quando è arrivata la notizia che la pioggia aveva distrutto il sentiero e non vi era più modo di tornare indietro), senza elettricità, senza comunicare con il mondo esterno e….senza cibo. La verità è che sarei potuta rimanere in quel luogo remoto per molti più giorni se solo avessi avuto più cibo. Al terzo giorno avevamo finito le nostre provviste, i Mancilla ci hanno venduto pane e patate per un pò, ma dipendendo anch’essi dalla barca che li approvvigiona settimanalmente, non hanno potuto venderci più  niente.  Il quarto giorno è stato duro, s’è patito chi più chi meno la fame e ci siamo aiutati a vicenda. C’e’ chi si è dato da fare ed ha pescato delle trote dal lago, (il pesce più buono che abbia mai mangiato) c’è chi come me, dopo gli iniziali pensieri sul cannibalismo, si è buttato sulla raccolta di bacche è ne ha creato una marmellata (senza zucchero perché lo zucchero ovviamente era finito!).

E cosi arriviamo al quinto giorno. Esasperati dalla mancanza di cibo, dalla lunga attesa, in questo fatidico giorno neanche smontiamo le tende, perché la verità e che questa barca ormai non credevamo sarebbe mai passata. Ed invece eccola li scintillante all’orizzonte, veloce e decisa verso di noi. Impacchettiamo tutto alla velocità della luce e ci scapicolliamo come dei pazzi verso pontile di legno.

Il viaggio sulla piccola barchetta da venti posti, ci fa capire perché nei giorni precedenti il porto era stato chiuso. Ci sono onde di due metri praticamente per due terzi del viaggio e una costante sensazione di “moriremo tutti” nella mia mente. Quando finalmente arriviamo a Villa O’Higgins il villaggetto dove comincia la Carretera Austral ed entriamo nel primo minimarket sembriamo dei selvaggi che hanno speso anni arenati su un’isola deserta, in stile cast away per intendersi (del resto avevamo anche un Wilson)

Ed è proprio da Villa O’Higgins che comincia la risalita al nord lungo questa leggendaria strada. La Carretera Austral, o “ruta 7” è una strada lunga 1200 chilometri circa, che il governo cileno costruì inizialmente a scopi militari per connettere l’estremo sud del paese, altrimenti raggiungibile solo attraverso sporadici e pericolosi viaggi via nave attraverso fiordi ventosi. La strada inizia ad essere costruita da nord, nella città di Puerto Montt e viene terminata nel 2000 a Villa O’Higgins (ovvero nel nulla) terminata si fa per dire, perché questa strada è un continuo “work in progress”, grazie all’incredibilmente piovoso tempo patagonico vi sono continue frane, crolli, inondazioni e chi più ne ha più e metta, ed è per questo che gran parte della carretera è ancora strada sterrata.

E cosi, dopo un paio di giorni di festeggiamenti e bivacchi in un ostello a Villa O’Higgins, e tentativi infruttuosi di fare l’autostop (saranno passate due macchine in tre ore) decidiamo di prendere l’autobus e fermarci brevemente a Caleta Tortel, un villaggetto di casette di legno che affaccia su un bellissimo fiordo.

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A Caleta Tortel non esistono strade ma caratteristiche passerelle di legno di cipresso.

Decidiamo di spendere il Natale poco più a nord, nel villaggio di Cochrane, che offre la possibilità di interessanti escursioni nel vicino parco nazionale Tamango.

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Natale in famiglia

Dopo aver passato il Natale con i miei compagni di avventure, i “sobrevividos di Candellario Mancilla” ci salutiamo e ci avviamo fuori dal paesello per effettuare un tentativo di autostop. Questa è l’unica volta in cui attenderò ben SEI ore prima che una camionetta scassata si fermi e mi faccia salire sul retro, dove in mezzo a copertoni e spazzatura, ritroviamo quattro dei famosi “sobrevividos” Con i bagagli e quant’altro siamo decisamente tanti, ma non è un problema.

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Pranziamo e ci godiamo il panorama della Carrettera Austral, che vi giuro non mi sono mai stancata di ammirare attonita durante questi 2000 Chilometri. Notiamo che i ragazzi nell’abitacolo stanno allegramente fumando erba, la loro guida sta peggiorando proporzionalmente con il peggioramento delle condizioni della strada. e poi succede l’ovvio: con un tonfo la camionetta perde due ruote e non sappiamo ancora come non si rovescia. Nessuno si fa male

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cose molto belle

. I ragazzi cileni se la ridono un sacco prima di fermare una macchina e tornare a Cochrane in cerca di un meccanico, abbandonandoci letteralmente in mezzo al nulla. Cominciamo a camminare verso la destinazione a circa un centinaio di chilometri da dove ci troviamo. Dopo innumerevoli passaggi e attese ricche di suspance riusciamo finalmente, verso l’ora del tramonto, ad arrivare a Puerto Rio Tranquilo, dove il giorno dopo, visitiamo la cattedrale di marmo, opera del vento e dell’acqua del lago General Carrera (secondo lago più grande del Sudamerica dopo il Titicaca) che ha scavato per millenni fino a creare delle grotte di marmo appunto dalla conformazione e colorazione sorprendenti.

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Un altro giorno di tentativo di autostop e per la seconda e ultima volta, data la concorrenza spietata (e chi non rispetta le regole del chi primo arriva primo prende il passaggio offerto), decidiamo di prendere un autobus fino alla nostra prossima destinazione: Villa Cerro Castillo.

Dormo tutto il viaggio e mi risveglio con uno spesso strato di polvere sui miei indumenti e nel mio sistema respiratorio. Non ho una foto dell’autobus ma ve lo lascio all’immaginazione.

Villa Cerro Castillo è un paesello ai piedi del Cerro Castillo appunto, un’imponente montagna ed è la base i uno dei miei trekking fino ad ora preferiti. Un trekking di 40 e più chilometri. Al centro informazioni nel paese non sanno niente e hanno una mappa sola e non te la possono dare. ( Sarà un po cosi in tutti i centri informazioni visitati durante il nostro viaggio in Cile) Per fortuna il proprietario del campeggio è un po’ più informato e ci spiega che il trekking dura normalmente quattro giorni ma che si può fare in tre. Il proprietario ci avvisa inoltre che è molto facile perdersi perché il sentiero non è segnato bene, dice addirittura qualcuno si è perso lungo il cammino ed è morto. Sti cazzi.

Partiamo dalla Villa alle sei e mezza del mattino per evitare di pagare il dazio che un contadino a quanto pare esige perché il parco nazionale e il trekking passa dalla sua proprietà. (ciò succede spesso nei parchi nazionali perché in Patagonia, ovunque vai ci sono recinzioni e la terra è sempre di qualcuno anche se sembra completamente abbandonata.)

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Il cartello malandato

Confermiamo subito ciò che ci aveva detto il proprietario dell’ostello: il sentiero fa schifo e non è segnalato quasi per niente. E badate bene che di parchi nazionali e sentieri mal tenuti e non tracciati ne abbiamo visti ma questo li batte tutti. Dopo aver ritrovato il cammino arriviamo comunque notevolemente presto sulla cima e decidiamo di giocarci il tutto per tutto e tentare di percorrere i rimanenti 10 chilometri nello stesso giorno ed effettuare il trekking completo in due giorni invece di tre.

Quando ci troviamo davanti questo scenario cominciamo a dubitare di potercela fare, ma continuiamo comunque:

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Alle 19.30, dopo nove ore di cammino (con tutto quello che possiedo caricato sulle spalle) svalichiamo finalmente e gettiamo la tenda in mezzo al bosco. Con le ultime nostre forze cuciniamo una zuppetta Knorr e dormiamo per 12 ore consecutive. Il giorno due è una passeggiata (escludendo attraversamenti di fiumi ghiacciati), e dopo altri 18 chilometri di cammino, sbuchiamo in un punto x della Carrettera austral, dove dopo 10 minuti di autostop una simpatica famigliola cilena ci raccatta e ci porta fino alla città di Coyhaique.

A Coyhaique rincontriamo la nostra famiglia patagonica, “the boat people”, insomma i sopravvissuti di Candellario Mancilla e tutti insieme festeggiamo il capodanno. Insieme a noi all’ostello un cospicuo gruppo di chiassosi turisti israeliani. Ecco qui voglio aprire una parentesi sulle varie nazionalità incontrate durante il mio viaggio in Patagonia: al primo posto direi i francesi (ma loro di sa sono come il prezzemolo). Al secondo posto con mia grande sorpresa troviamo gli israeliani, una categoria di viaggiatori con la quale non ero mai entrata in contatto prima d’ora.

Dovete sapere che i giovani ventenni israeliani, dopo il servizio militare obbligatorio (minimo tre anni) e dopo un indottrinamento e un lavaggio del cervello notevole (credetemi ho parlato con molti di loro), hanno abbastanza soldi in tasca per poter prendersi un “gap year” prima di andare a far guerra ai palestinesi. Durante questo anno sabbatico vere e proprie bande di israeliani cominciano la “ruta israelita”che parte appunto dalla Carrettera Austral in Patagonia e finisce più o meno in Colombia. Purtroppo ciò che caratterizza questi gruppi turisti ( o almeno la stragrande maggioranza) é la loro maleducazione, il poco rispetto di chi gli sta attorno, il loro volerla far da padrone. Lo scopo del viaggio è gozzovigliare, ubriacarsi e fare più casino possibile, il che è anche concepibile dopo tre anni in una caserma….ma perchè non andare a Las Vegas? Perchè proprio in Patagonia Dio santissimo!? La Patagonia per qualche ragione è la loro terra promessa (una delle tante) e la gente del luogo non ne può più. Ed è per questo che  prima di darti un passaggio nella loro auto, prima ancora di chiederti dove sei diretta, la gente ti chiede “da dove vieni?”.  Ed è per questo che mi sono trovata di fronte a volte a cartelli anti israeliani e ostelli dove regna la policy “no israelitas” Ovviamente come in tutte le situazioni di questo genere ci sono le eccezioni. Ho conosciuto ragazzi israeliani (coppie o piccoli gruppetti) che viaggiano nell’ombra dei loro connazionali. Persone squisite, educate e simpatiche. Punto. Chiusa parentesi

Ah con mia grande sorpresa gli italiani non entrano in classifica perchè….dopo quasi tre mesi non ho ancora incontrato un singolo italiano. Incredibile.

In ogni caso ridendo e scherzando siamo arrivati quasi in fondo alla Carretera Austral nella cittadina di Chaitèn. Ha piovuto l’ottantacinque percento del tempo. Ma non importa. Ne è valsa la pena. Lo rifarei mille volte.

Ci ho preso gusto a fare l’autostop. Ho imparato tanto sui trucchi dell’autostoppista. Il fatto di accettare sempre tutti i passaggi che ci vengono dati anche se non ti portano minimamente vicino a dove devi andare ha sempre giocato a nostro favore. Quando la camionetta o il pick up di turno ti lascia in mezzo al nulla e cominci a camminare nel silenzio e nella bellezza più totale, quasi speri che per quel giorno non passi più nessuno e di poter rimanere li a dormire in mezzo a quel prato o quel bosco.

 

Ma è proprio quando sei in queste situazioni (specialmente se sotto la pioggia) che la gente ha pietà di te e si ferma, anche se prima fuori città aveva visto altri autostoppisti ma non sa perché non si era fermato. E contro ogni aspettativa, il novantanove percento dei passaggi li abbiamo ricevuto da cileni, per lo più gente de luogo, che si trova al volante per motivi di lavoro o famigliari. Gente che durante i lunghio brevi tragitti ci ha raccontato la loro storia, la storia del loro paese e della loro regione. Gente che ci ha dato consigli su dove andare e cosa fare o che ci ha letteralmente convinto ad andare dove andavano loro.

Come quella volta che un pescatore ci ha convinto ad andare a Puerto Cisnes, ci ha regalato un pesce e abbiamo cucinato il fish and chips casero.

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selfie on the go

Racconto questa avventura con circa un mese di ritardo rispetto ala cronologia dei fatti.

Abbiamo fatto tanto autostop nel frattempo e ci siamo spostati moooolto a nord.

Ma questo ve lo racconto la prossima volta.

Baci e Abbracci

 

Patagonia Parte I

Here we go! On the road again!

Dopo i comfort dell’appartamento di Buenos Aires, è arrivato il momento di cominciare il vagabondaggio, il viaggio vero e proprio.

Ed è cosi che mi ritrovo all’aereoporto di “El Calafate”, ore 7.30 di mattina. Sono sveglia da più o meno da 24 ore. El Calafate è una ridente cittadina che si affaccia sulle sponde del Lago Argentino. La mia mente stremata dal sonno nota subito la sovrabbondanza di cani randagi che si aggirano per strada (cosa che scoprirò essere la caratteristica comune a qualsiasi villaggio patagonico), ridondanza di costosi negozi di attrezzatura da montagna e di gente a bordo di rumorosi autoveicoli mezzi scassati.

Il tempo di piantare la tenda e ci stiamo già avviando fuori città, con l’insana idea di fare tutta una tirata e tentare di rimediare un passaggio fino a Perito Moreno, un ghiacciaio di dimensioni mastodontiche, uno dei pochi al mondo ad essere ancora in espansione. Il ghiacciaio è situato a circa 80 chilometri dal centro città. E cosi eccomi qui classico dito all’insù e un sudicio cartello di cartone.

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Autostop e sonnambulismo

Apprendo subito tre regole essenziali:

1 Regola dell’autostoppista:sfoggia un sorriso spavaldo e un cartello con indicata la tua destinazione ben in vista.

2 Regola dell’autostoppista: rispondi sempre con un amichevole gesto di saluto, agli autisti che declinano gentilmente con il tipico gesto ”vado da un altra parte” ( dito indice puntato verso non devi andare tu)

3 Regola dell’autostoppista: non rifiutare mai un passaggio.

Dopo circa un’ora sventolando il cartello a destra e a manca finalmente una vecchia Nissan si ferma, scende una ragazzo con gli occhiali alla John Lennon che dopo essersi frettolosamente presentato, mette subito le cose in chiaro: non ho posto a sedere però potete stare sul retro, abbiamo un letto comodissimo. Accettiamo l’offerta senza pensarci due volte (eravamo così stanchi che avremmo accettato un passaggio anche dal mostro di Firenze)

La coppia che ci ha caricato è stata però un vero colpo di fortuna: Hunor e Anna sono due ragazzi ungheresi che, acquistato un pick up malandato da qualche parte in Argentina, lo hanno convertito in un accogliente minivan, con materasso e tutto il resto. A proposito di materasso, al ventesimo chilometro dopo i convenevoli vari i miei occhi si stanno inesorabilmente chiudendo. Mi risveglio quando siamo già all’entrata del parco.

In compagnia dei ragazzi facciamo un bel giro lungo tutto il percorso di legno che costeggia il ghiacciaio. E’ una cosa inspiegabile. Mai visto tanto ghiaccio tutto insieme. Il ghiacciaio e’ spesso 70 metri e ha un estensione di 35 chilometri quadrati. Ogni tanto senti un tuono, e quello che sembra essere un pezzettino (delle dimensioni di un palazzo di tre piani) cade scenicamente in acqua. Ci ritroviamo tutti ipnotizzati ad ascoltare i lugubri scricchiolii del ghiacciaio aspettando che il prossimo gigantesco pezzo si stacchi. Inutile dire che in tutto questo ammirare il ghiacciaio mi sono ustionata la faccia che neanche mi fossi addormentata a mezzodì nel Sahara. Non parliamo poi del mio ragazzo ginger..poeraccio!

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L’impressionante ghiacciaio Perito Moreno

Sulla via del ritorno i nostri gentili compagni di viaggio decidono di fermarsi nel nostro stesso campeggio cosi organizziamo una cena a base di delizioso vino argentino per ringraziarli.

La cosa bella di questo tipo di viaggio è che conosci un sacco di gente, la maggior parte della quale sembra essere sorprendentemente….come dire…. simile a te. Quella specie che credevi in via d’estinzione, quella dei nomadi inquieti, dei tossici del viaggio, la gente che viaggia, per il gusto dell’avventura e della scoperta. Tutti sono molto in vena di scambiarsi un saluto, di fare due chiacchiere, di dare o ricevere consigli o si raccontare la loro storia. C’è gente che va nella tua stessa direzione, gente che viene dal lato opposto, gente che non sa ancora bene dove va. Gente realmente capace di ispirarmi. Gente come Pascal, un ragazzo svizzero che sta percorrendo il mondo a bordo della sua bici da ben quattro anni. Non Stop. Guardando il suo viso temprato da qualsiasi intemperia possibile non stento a crederlo. Mi racconta che il suo piano è di arrivare fino all’estremo sud dell’Argentina e poi da lì salire su un aereo per il Sud Africa dove percorrerà da cima a fondo il continente che gli manca all’appello: l’Africa, appunto. Conosco gente come Nicolas, un ragazzo argentino che ha lasciato la sicurezza del suo lavoro come chef al Four Season Hotel di Buenos Aires per camminare il suo paese da cima a fondo, da Ushuaia fino a Jujuy.

Visto il nostro colpo di fortuna con il primo tentativo di autostop, decido di tentare un’altra volta: da El Calafate, al ridente paesello di El Chaltèn, a circa 200 Chilometri di distanza. Dopo soli 40 minuti a lato della provinciale che porta fuori città ( con tre fedeli cani randagi trotterellando al nostro fianco) ecco che si ferma un pickup. Ci dirigiamo verso il finestrino e un simpatico signore argentino ci dice: “non ho posto nell’abitacolo, potete stare sul retro, però vi avviso in anticipo che  morirete letteralmente dal freddo”. Ovviamente non ci facciamo intimorire e accettiamo il passaggio ( non dimenticate la terza regola dell’autostoppista!). Ci sistemiamo nel bagagliaio all’aperto insieme a casse di vino e pile di salsicce. Siamo felici come due bambini a cui permettono di fare un giro sul camion dei pompieri. Il nostro autista parte a tutta velocità, sorpassando quasi tutte le macchine che avevamo visto passare durante la nostra attesa a bordo strada. La gente dagli abitacoli sorride, qualcuno ci guarda come se fossimo degli sciroccati. Il panorama è desertico e osserviamo un branco di ‘’guanacos’’ (un camelide tipico Sudamericano a quanto dice Wikipedia) a bordo strada.

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Passaggio con panorama e ibernazione

Inutile dire che verso il chilometro 80 svalichiamo e comincia a fare un freddo assurdo e oltretutto comincia a scapparmi la pipì. Mancano ancora 120 chilometri all’arrivo. A 40 chilometri più tardi comincio ad avere delle allucinazioni. Mi giro verso Gavin, è immobile, viso coperto. Decido di fare come gli animali d’inverno. Mi immobilizzo e vado in letargo. Non vedo altra possibilità se non quella di impazzire dal freddo e farmela addosso.

Credo di aver visto la luce in fondo al tunnel poco prima di arrivare finalmente a El Chaltén.

El Chaltén e’ una minuscolo paesello di casette e prefabbricati colorati, situato in una bellissima vallata. L’elemento predominante qui è però ahimè il vento, che soffia imperterrito giorno e notte. Nonostante il clima avverso a qualsiasi forma di vita, il paese attira centinata di persone ogni estate, desiderosa di avventurarsi per gli svariati sentieri di trekking, arrampicare interessanti pareti di roccia, o semplicemente per immergersi nella natura incontaminata.

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El Chaltén

Dopo aver speso tre giorni sugli splendidi sentieri, accampando nel bosco (per fortuna fino all’ultimo giorno non sono venuta a conoscenza della possibile presenza di puma) bevendo acqua dai ruscelli, cucinando zuppette Knorr sul fornellino da campeggio, sono tornata al Chaltèn come dire….più selvatica di prima. Ora l’inospitale clima di questo paesello spazzato costantemente dal vento mi sembra più ospitale, le mie mani e la mia faccia sono diventate letteralmente cartavetro, il vento e la polvere  in ogni dove sono ormai normalità. Ma sono tanto felice. E’ esattamente ciò che voglio in questo momento.

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Quando diventi nomade impari a poco a poco a levare le tende e rimontarle nel modo più efficiente e rapido possibile.

DSC02889.JPGUno dei panorami incredibili di cui parlavo. Monte Fitzroy sullo sfondo.

Domani comincia una nuova avventura. Una nuova sfida. Da domani camminerò 34 chilometri fino al confine con il Cile e attraverserò una delle frontiere argentine più remote.

See you on the other side!

Buenos Aires, primo assaggio del Sud America.

Ho scelto Buenos Aires come prima tappa del mio viaggio attraverso il Sud America, principalmente per ragioni economiche: il volo di sola andata, acquistato con largo anticipo tramite la compagnia aerea ”Turkish Airlines” e’ stato un vera affare. C’era inoltre l’idea che sarebbe stato bello cominciare il viaggio da una città più ”europeizzata” rispetto ad altre città Sudamericane.

Ma cominciamo dal principio. Sono arrivata verso mezzanotte e mezza alla stazione dei bus,  ”Puerto Madero” devastata nel profondo dalle ore passate dentro un aereo e dall’attraversamento di svariati fusi orari. (Milano-Istambul-San Paolo-Buenos Aires)

Raggiunto l’ostello, finalmente conseguo l’ ‘orizzontalita’ tanto desiderata dopo infinite ore passate seduta. Il giorno dopo mi sveglio in assenza quasi totale di Jet Lag (l’ultima volta in Australia era durato due settimane) Dopo un’ottima colazione a base di “dulche de leche” e latte in busta (paese che vai packaging che trovi), comincio ad avviarmi verso il quartiere di San Telmo, dove Io e Gavin, insieme ai nostri amici Marianna e Patrick, abbiamo preso un appartamento su Airbnb. C’è un sole che spacca le pietre, un caldo allucinante (e siamo solo a primavera) e un sacco di gente che cammina sui marciapiedi stretti.

Dovete sapere che i marciapiedi a Buenos Aires sono in pessime condizioni. Sostanzialmente mancano proprio pezzi di pavimentazione, in media ogni tre quattro passi c’è una buca. E a rendere ancora più impegnativa la  deambulazione, ovunque vi sono escrementi di cani. Evidentemente non e’ ancora stata inventa una multa per i padroni senza senso civico. La moda femminile del momento a Buenos Aires sono le ‘’plataformas’’, zeppe di dimensioni importanti, indossate per sembrare più’ alte o forse come adeguamento alle condizioni del manto stradale.

Dopo innumerevoli storte e dribblaggi raggiungo San Telmo, e ho un pò la sensazione di entrare nel barrio di Gracia a Barcellona, le strade diventano più piccole, il traffico si dirada e spuntano un sacco di negozietti alternativi e di design. Ogni Domenica nel  quartiere di San Telmo, lungo Calle Defensa e Plaza Dorrego si allestisce un gigantesco mercato di prodotti artigianali e antichità.

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Ma quando la calura non dà tregua ( come nelle due domeniche che ho trascorso a Buenos Aires) la gente del luogo si rifugia nei parchi, muniti di bikini, termos e tutto l’occorrente per bere mate in quantità. Il “Mar de Plata”, infatti, la località marittia più vicina al centro città, si trova a 4 comode ore di macchina.

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Andiamo a fare la spesa. Rispetto ai supermercati europei si ha un po la sensazione che gli scaffali siano…come dire…vuoti? Ma la sorpresa più grande sono senz’altro i prezzi.

La guida Lonely Planet da me acquistata e’ datata 2015. Decisamente troppo vecchia quando si tratta di tenersi al passo con l’inflazione argentina. Nel giro di meno di un anno infatti, i prezzi sono triplicati e la moneta argentina si e’ svalutata in maniera sconcertante. Nel 2015 secondo la suddetta guida con un euro compravi cinque pesos argentini e guardando i prezzi suggeriti dalla guida, con cinque pesos qualcosa ci facevi. Adesso con un euro compri sedici pesos argentini, ma con quei sedici pesos non ci fai assolutamente niente. Basti pensare che raramente in un bar trovi dei prezzi inferiori a 100 pesos, a meno che tu non ti rechi per il popolare ”happy hour”. Insomma vivere in Argentina ( almeno per quello che ho visto a Buenos Aires) non costa poco. Viaggiando con un budget ristretto ci si sofferma sui prezzi delle cose continuamente, quasi ossessivamente, facendo attenzione a convertire mentalmente in euro ogni singolo prodotto, e si notano cose a cui magari un turista che trascorrerà un paio di settimane soltanto nel paese non farà caso. Potrei decisamente paragonare i prezzi di Buenos Aires a quelli di Barcellona, se non azzardarmi a dire che sono più alti. Questo per non parlare dell’eventualità in cui desiderassi acquistare qualcosa di importato ( tipo un cellulare o un paio di scarpe Nike o semplicemente un sugo pronto Barilla ). Se non vi e’ su scritto ‘’industria argentina’’, il prodotto sara’ ultra tassato e lo pagherai molto caro. I nostri amici, alla ricerca di una sistemazione semi-permanente in città, ci hanno riferito che in media per una camera doppia si paga sui 400 euro al mese. L’argentino medio, con uno stipendio mensile che si aggira intorno ai  nostri 800 euro, potrà permettersi sicuramente solo ciò che e’ made in Argentina e forse neanche quello. Possiamo parlare di protezionismo? Non so…non ci capisco una mazza di economia….

La conseguenza più diretta di questa inflazione pazza, e’ il fatto che i tagli delle banconote in circolazione, non sono assolutamente adatti a questi prezzi assurdi. Sembra che siano in circolazione solo banconote da 100 pesos e molto raramente si vedono monete o tagli più’ piccoli. La gente e’ sempre alla ricerca di ‘’cambio’’. I negozianti se non sono in grado di darti il resto giusto, (dopo aver probabilmente bestemmiato ripetutamente dentro di se) arrotondano il prezzo  per difetto, per poter portare a termine la vendita.

Leggende narrano che le compagnie che gestiscono i ‘’collectivos’’ ( bus privati, mezzo di trasporto predominante in città’) solessero appropriarsi di tutte le monete (cambio) e poi rivenderle al governo argentino. Pare strano ma tutto e’ possibile.

La città’ e’ piena di controsensi, di chiaroscuri. Basta pensare che la piazza di fronte al palazzo del Congresso (tipo il nostro Montecitorio)  e’ costellata di vere e proprie baracche, dove vivono famiglie intere nell’indigenza più’ totale. Questo per dire che non importa entrare nel quartiere ‘’sbagliato’’ per notare che c’e’ tanta povertà’ a Buenos Aires.

A proposito del quartiere sbagliato: una delle attrazioni principali della città’ parrebbe essere El Caminito una via-museo nel quartiere de La Boca, uno dei quartieri piu’ antichi della citta’, originariamente popolata di immigrati di origine soprattutto genovese

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Unica foto della Boca di cui, ahimè, dspongo.

Un bel soleggiato pomeriggio, io Gavin e l’altra coppia di nostri amici ci avventuriamo a piedi dal quartiere di San Telmo verso la Boca con lo scopo di raggiungere El Caminito. Non conoscendo la zona chiediamo indicazioni a un conducente di bus e a un poliziotto ( in quest’ordine). Più’ o meno cinque minuti dopo aver chiesto indicazione al ”policia” entriamo in una zona sempre più’ malandata e più’ vuota. Assenza quasi totale di traffico e persone per strada. La situazione comincia a inquietarmi alquanto, quando vedo in lontananza degli individui che identificherò’ con l’appellativo di ‘’sgherri’’.

Gli sgherri sono all’angolo di una strada a 300 metri da noi e ci guardano e armeggiano sospettosamente. Esprimo la mia ansia, dicendo che forse sarebbe meglio posizionarsi dall’altro lato della strada, poi dico che e’ inutile perché ci sono altrettanti sgherri di là Penso e dico tutto questo mentre continuiamo inesorabilmente a camminare verso l’incrocio, facendoci istintivamente sempre più vicini gli uni agli altri.

Arrivati all’angolo della strada uno degli sgherri tira fuori una pistola mentre gli altri ci circondano sussurrando ‘’quitos, quitos!’’ (”zitti, fermi!’’). Uno di loro mi afferra da dietro, e faccio istintivamente l’opposto di quello che ti dicono di fare in questi casi e di quello che gli sgherri minacciosamente ci avevano suggerito: comincio a dimenarmi come un cavallo pazzo e a gridare con tutta la potenza che ho in corpo, sento le dita dello sgherro che affondano sempre di più nelle mie braccia cercando di afferrare la macchina fotografica sulla quale mi sono chiusa a riccio. Poi tutto va in slow motion, i suoni sono ovattati, come dopo la detonazione di una bomba, in una scena di un film di guerra. Lo sgherro per qualche assurda ragione molla la presa e io comincio a correre senza voltarmi indietro neanche una volta, le mie gambe sono molli, quasi cado. Non  vedo niente non sento niente, neanche le mie stesse grida, sento una voce dietro di me….che sta dicendo? Corri? Fermati? Sta pronunciando il mio nome?

Quando ci rincontriamo alla stazione di polizia (200 metri dal luogo del misfatto) le nostre storie si mescolano. Stiamo tutti bene.

Gli sgherri dopo aver puntato la pistola alla schiena di Marianna le hanno strappato il marsupio con pochi euro dentro prima di scappare via. Si spiega finalmente perché lo sgherro dietro di me ha mollato la presa: Gavin lo ha colpito in testa con la sua borraccia Quechua piena. Deve avergli fatto molto male.

Diciamo che c’e’ andata di lusso

Alla stazione di polizia c’e’ chi e’ stupito che ci trovassimo in quella zona ( letteralmente 500 metri dal famoso “El Caminito”) c’e’chi addirittura se la ride come a dire poveri stolti. Il capo della polizia, come spesso fanno i rappresentanti delle forze dell’ordine, fa “di tutta l’erba un fascio” sulla situazione del quartiere: “qui sono tutti drogati e delinquenti,  con quei 5 euro sono andati sicuramente a comprarsi la droga. Meglio che non ci andate proprio El Caminito e non tornate mai alla Boca, non ne vale la pena. Qui non siamo abbastanza per tenere la situazione sotto controllo etc etc”.

Parlando con la gente del luogo, emerge subito la totale mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine. Andare alla polizia in questi casi e’ inutile mi dicono: “la Policia no hace nada”. Vedendo la quantità di polizia presente per le strade notte e giorno (mai vista cosi tanta in vita mia) mi resta difficile non credere a queste parole.

Dallo scomodo schienale della macchina della polizia, guardo il quartiere del Boca passare davanti ai miei occhi, vedo un prato incolto adibito a campetto da calcio malandato dove dei bambini, giocano a calcio e penso.

Penso che al di là dell’autostrada che funge da confine con il ghetto della Boca, c’e’ un campo da golf di dimensioni mastodontiche, campi da tennis, parchi e giardini ben curati e ville di lusso, penso alla voragine sociale che regna in questa città.

Benvenuti in Sud America.