Centro America – Nicaragua y Honduras

Atterriamo all’areoporto di Managua, stranamente riposati dopo ore e ore di volo e tre cambi di aereo, abituati come siamo ad estenuanti viaggi a bordo di miserabili bus.
Il lusso dell’aereo è qualcosa che ci era mancato e il viaggio passa veloce.
All’aereoporto di Managua, Nicaragua, evitiamo accuratamente le orde di tassisti che ci sconsigliano caldamente di prendere i bus pubblici altrimenti verremo rapiti, stuprati, portati al bancomati più vicino e derubati di tutto ciò che possediamo persino i vestiti, e ci avviamo fiduciosi alla fermata del bus giusto di fronte all’aereoporto. Mesi e mesi di viaggio nonostante la nostra iniziale drammatica esperienza a Buenos Aires, ci hanno insegnato che il terrorismo psicologico è spesso solo un pretesto per farti pagare di più per un tour, a farti scegliere un noioso shuttle (bus che va diretto da A a B costa quattro volte tanto un bus pubblico ed è strapieno di gringos) invece di un bus pubblico. Insomma abbiamo imparato ad ignorare questa gente e rigare dritto, e riconfermare sempre con due o tre persone almeno, il prezzo reale del bus, perchè in centro America cercano sempre di darti il “gringo price” farti pagare il doppio se non il triplo anche se viaggi in un bus pubblico.

Ora apriamo una parentesi su questi bus pubblici che, detti così sembrano quasi una cosa idillica: i “bus de apoyo” o soprannominati dagli ignari gringos i “chicken bus” (perche apoyo suona un po come pollo quindi facciamo che si chiamano “chicken” e via) sono una vera esperienza inclusa nel pacchetto di ogni vero viaggio in centro america. Ora immaginate lo school bus giallo classico, quello che si vede nella sigla dei Simpson o in qualsiasi film americano, nella scena dove i figli rientrano da scuola. Ecco proprio quello. Ora immaginatelo più scassato e pieno ma quando dico pieno immaginatevi zeppo di persone sopra ad altre persone, un mucchio di gente in piedi, i sedili da tre posti (posti misurati sulle dimensione di un fondoschiena di un ragazzetto di dieci anni) che magicamente diventano da quattro posti occupati da giganteschi fondoschiena latinoamericani, praticamente la quarta persona sta sospesa come per magia tra la fila di destra e quella di sinistra. Nel frattempo le cappelliere sono strapiene di roba animali vivi animali morti, pacchi che alla prima curva a gomito, cadono in testa alla gente con gran fracasso. Ecco questo è il chicken bus.

DSC00711.JPG

Non puoi dire di aver viaggiato in centro america se non hai mai preso un chicken bus.

E cosi dall’aereoporto di Managua alla nostra prima tappa, Granada, abbiamo modo di scoprire con orrore ma anche con un pò di ammirazione, come funzionano i trasporti in centro America.

Granada è una tranquilla cittadina coloniale (niente a che vedere con la Granada di Spagna ovviamente) molto turistica e specialmente rinomata tra i turisti americani, molti dei quali ne hanno fatto la loro seconda casa. L’attrazione principale a Granada è il tour de Las Isletas, un viaggetto in barca che ti porta alla scoperta di parte del Lago Cocibolca, il lago più grande del Centro America sulla quale Granada sorge, e delle sue miriadi di isolotti su cui facoltosi Nicaraguensi e Americani hanno costruito le loro mega ville. Alcune degli isolotti sono più selvatici e ospitano gigantesche colonie di scimmie. Da Granada è possibile esplorare la vicina “Laguna de Apoyo” e scalare i vicini vulcani attivi, tra cui il Volcan Mombacho.

DSC00331.JPG

Spider Monkey!

Ad un tiro di schioppo da Granada si cela uno dei gioielli del Nicaragua: L’isola di Ometepe. Quest’isola incastonata nel lago Cocibolca è formata da due vulcani uniti da un istmo di terra.
Al porto di San Jorge ci viene chiesto se vogliamo prendere “el barco” o “el ferry”, “el barco” costando meno ed essendo il primo a salpare, suona come l’opzione più plausibile. Mai decisione fu tanto funesta! La barca che ci si presenta davanti ha le dimensioni e le fattezze di una scialuppa di salvataggio reduce da una tempesta con tanto di ripetute collisioni su scogli affilati. Insomma sembra più un colabrodo che una barca, e le condizioni del lago non sembrano migliori, ci sono delle onde e siamo ancora nel porto. Ma è una volta che usciamo dal porto che il vero “divertimento” comincia. Ogni volta che una onda di due metri si avventa contro il nostro malandato panfilo, il telone che dovrebbe sostituire degli ormai assenti vetri, si solleva e la cabina passeggeri viene inondata di acqua salata e la barca si inclina di 180 gradi con temibili scricchioli. Questo viaggio in barca entra diretto nella top tre dei peggiori viaggi in barca mai avuti nella vita, superato solo dal memoriabile viaggio del terrore tra la Isola di Ko Lanta e la terraferma tailandese. Il senso di prossimità alla morte mi accompagna per quella indimenticabile lunghissima ora a bordo del catorcio a motore. Finalmente approdiamo al porto di Moyogalpa e mi ritrovo a baciare il molo con la risoluzione di non lasciare mai più l’isola pur di non rifare un viaggio del genere.

DSC00351.JPG

La “barca” che ci ha portato ad Ometepe

Ad Ometepe è possibile affittare bici o scooter e girellare per l’isola, scoprendone gli angoli più remoti e segreti. E’ possibile nuotare nel lago e scalare i due vulcani il Volcan Maderas o il più impegnativo Volcan Conception. Noi, avendo preso una pausa dal trekking per un pò, optiamo per girare parzialmente l’isola in bici, cosa che ci permette di accedere ad alcune spiagge veramente belle e ad alcuni panorami mozzafiato.

DSC00424.JPG

Volcan Consepciòn

Dopo quattro giorni riesco ad auto-convincermi a riprendere un mezzo di locomozione per uscire dall’isola. Questa volta opto per il poco più costoso ferry ed il viaggio è decisamente più gradevole, quasi piacevole infatti.

Continuiamo il nostro tragitto verso nord con una tappa nella cittadina di Leòn (decisamente meno turistica di Granada) da cui è possibile accedere alla spaziosa spiaggia de “Las Penitas” sull’oceano pacifico, paradiso dei surfisti.

20170731_113801.jpg

Piazza principale di Leon

 

 

Passiamo appositamente per Esteli, famosa per le sue numerose fabbriche di sigari nicaraguensi, dove tentiamo disperatamente di effettuare una visita ad una di queste tabaccherie (senza passare dai classici tour che ti fanno pagare prezzi ridicoli quando i tour di queste fabbriche sono GRATIS), solo per scoprire che bisogna avere un appuntamento previo con i proprietari delle fabbriche. Troppo complicato….abbandoniamo.

Prima di attraversare il confine con l’Honduras effettuiamo un’ultima tappa a Somoto per visitare il suo omonimo canyon. Come al solito aggiriamo le pressanti offerte di tour, risoluti a fare da soli in nome dell’avventura, riuscendo persino a convincere due ragazzi baschi incontrati sul bus a seguirci.

2017_0803_192404_001.JPG

Il Canyon

 

 

Il canyon in questione, formatosi tra i cinque e i tredici milioni di anni fa rappresenta una delle formazioni rocciose più antiche del centro America ed è realmente impressionante. Un mix di trekking, nuoto e torrentismo ci porta nelle viscere di questo canyon, dove è possibile fare tuffi da un’altezza di 20 metri o optare per un’altezza un pò più tranquilla ma pur sempre vertiginosa. Seguendo il flusso del fiume usciamo dal canyon svariati chilometri più a valle.

2017_0803_213824_001.JPG

L’uscita del canyon

 

Ora Somoto si trova quasi equidistante tra due passi di frontiera con l’Honduras. Io letteralmente tiro la moneta in questo caso su dove andare, perchè entrambi sono vicini sicuri e ugualmente accessibili e nessuno con cui parlo mi sconsiglia uno dei due.

Opto per il confine chiamato “Las Manos”. Decisione sbagliata ovviamente. Pochi minuti dopo che un imbronciato addetto all’immigrazione honduregna stampa i nostri passaporti saliamo su un bus direzione Tegucigalpa solo per venire a conoscenza di faraonici lavori in corso sulla Carretera Panamericana, l’arteria che connette tutto il centro america fino al Messico ed oltre. I tempi di percorrenza stimati per raggiungere Tegucigalpa a soli 125 chilometri dalla frontiera sono di ben NOVE ORE. Agghiacciati dalla orrenda prospettiva di spendere 9 ore in coda sotto il sole cocente, pigiati dentro un chicken bus, cominciamo a camminare a ritroso verso la frontiera con il Nicaragua pensando di tornare indietro e raggiungere l’altra frontiera. Ma poi pensiamo che c’è da pagare la tassa di uscita dall’Honduras,  ripagare le salate tasse di entrata e uscita dal Nicaragua (circa 15 dollari), il rientro in Honduras, la maiala di su ma’, più il bus per raggiungere quest’altra frontiera etcetc.

20170804_084531.jpg

Classico selfie di frontiera, ancora ignari dell’errore che abbiamo commesso

Insomma alla fine dopo un lungo dibattere optiamo per rimontare sul bus e affrontare le infinite ore di bus. Questo viaggio attraverso centro e sud america mi ha insegnato a praticare una “piccola morte” ogni volta che affronto un lungo viaggio in bus, l’abbandono del corpo e l’annullamento completo dei suoi istinti primari e l’astrazione della mente in luoghi altri, ispirandomi un pò al protagonista-prigioniero del vagabondo delle stelle, romanzo di Jack London, ovviamente tutto è molto più prosaico nel mio caso, ma funziona alla grande. Durante il viaggio il bus si rompe e dopo un tentativo di autostop senza successo siamo pigiati su un secondo bus, ancora più scomodo e ancora più pieno del precedente. Non so come supero questo eterno viaggio di nove ore e arrivo mentalmente sana e salva a Tegucigalpa, a notte inoltrata. Tegucigalpa non era minimamente nei nostri piani, anche perchè qualsiasi guida turistica ti dice che ti spareranno o ti rapiranno e che è la città più pericolosa del centro-sud America. Arriviamo preparati al peggio, veniamo invece accolti ed aiutati dalla gente, che ci consigliano dove passare la notte e che bus prendere l’indomani. A posteriori avrei voluto passare più tempo a Tegu, visitare il centro e farmi una bella camminata per le sue strade, ma l’indomani siamo decisi a raggiungere la nostra meta iniziale, la laguna di Yojoa.

In centro america la gente mente spudoratamente (o semplicemente parla ma non sa) riguardo ai tempi di percorrenza in bus da A a B. Abbiamo addirittura creato un algoritmo per estrapolare il vero tempo di viaggio da quello che la gente ti dice al salire sul bus o al venderti il biglietto. Ad esempio da Tegucigalpa a San Pedro Sula ci vogliono 4 ore, dice il bigliettaio. Dividi il tempo totale per due 4/2=2 e aggiungilo al tempo stimato di viaggio 4+2=6. Lo so, sembra una bazzecola ma credetemi, l’algoritmo non ha ancora mai fallito!

Buttiamo nel cestino il nostro itinerario iniziale e decidiamo di continuare il nostro viaggio diretti a La Ceiba, da cui ci imbarcheremo per una rilassante settimana nell’isola caraibica di Roatan, decisi a non voler vedere l’ombra di un bus per l’intera permanenza!

20170812_123958.jpg

Roatan è famosa per le sue accessibili spiagge da cartolina, e gli sport acquatici, in particolare lo scuba diving. Approfitto dei prezzi decisamente più abbordabili di quelli che avevo trovato in Australia per prendere il mio primo certificato di scuba.

Sull’isola vivono un mix di espatriati, honduregni e garifuna, una etnia discendente dagli schiavi africani e aborigeni delle isole caraibiche. Sull’isola si parla principalmente inglese, con forte accento caraibico (esattamente come immagino parlino i giamaicani per intendersi).

20170812_173556.jpg

Chillin’ like a villain

 

Dopo un mai abbastanza lungo “beach break”, tra noci di cocco, rum e tramonti su spiagge da sogno, è tempo di tornare alla realtà del “viajero”, è ora di metterci in marcia per Copàn, nostra ultima tappa in Honduras.

Copàn è un importante sito archeologico Maya, patrimonio UNESCO, e uno dei pochissimi siti dove sono stati rinvenuti scritture oltre che ad importanti resti archeologici, principalmente manufatti di giada. Passiamo due giorni visitando le rovine prima di proseguire per il Guatemala.

DSC00595.JPG

“El juego de la pelota” veniva praticato in questi spazi. Uno sport-rituale millenario, di cui un pò come di tutta la cultura Maya, poco si sa. La palla fatta di caucciù poteva arrivare a pesare fino a 5 chili ed infliggere ferite non indifferenti. Secondo alcuni, le partite si concludevano con la decapitazione sacrificale dei giocatori.

 

Advertisements

Colombia – El Norte

Il viaggio notturno in bus da Medellin a Santa Marta è quasi piacevole, a parte l’aria condizionata a palla senza sosta! Quando scendiamo al terminal dei bus di Santa Marta alle nove di mattina, siamo subito avvolti da un’afa soffocante. Un caldo che supera di gran lunga quello di Medellin e che pare dire “Li hai voluti i Caraibi? Ora suda!”

Santa Marta, affacciata sul Mar del Caribe, è la città più antica della Colombia: fondata nel 1525, agli albori della colonizzazione spagnola fu per decenni il principale porto colombiano e roccaforte contro i pirati che ai tempi infestavano i Caraibi, prima di perdere il suo primato a favore di Cartagena de Indias.

20623536_10158962894965391_260479156_o.jpg

El Malecòn de Santa Marta

Oggi Santa Marta è un punto strategico per l’esplorazione dell’estremo nord colombiano; per avere un assaggio del “Caribe” senza dover prendere una barca o un aereo per raggiungere isole remote. A breve distanza da Santa Marta si celano infatti delle bellissime spiagge visitabili anche in un solo giorno. Decidiamo così di scappare dal caldo-umido della città, dirigendoci verso Bahia Concha, una baia meravigliosa, con acqua cristallina, barche di pescatori e non troppa gente. Ma la sorpresa più grande è la quantità e la varietà di pesci e coralli che si celano a poche decine di metri dalla spiaggia principale, le acque tiepide della baia sono perfette per fare snorkeling selvaggio e non sembra che nessuno ne sia minimamente al corrente!

20590700_10158962895480391_1075095506_o.jpg

Bahia Concha

All’ostello in Santa Marta ci liberiamo temporaneamente del peso superfluo nei nostri zaini, in particolare di tutti i vestiti invernali in nostro possesso, prima di lanciarci nell’esplorazione della costa caraibica colombiana. Il piano è raggiungere Punta Gallinas, la parte più a nord del continente Sudamericano.

Ed eccoci qui su un bus alla volta di “El Zaino”, l’entrata principale del Parco Nazionale Tayrona, la nostra prima tappa. Vogliamo rimanere nel parco il più a lungo possibile, per sfruttare al massimo il costoso biglietto d’entrata, per questo ci carichiamo sulle spalle undici litri di acqua e scorte cibo per quattro giorni. Il parco è infatti famoso tanto per la sua bellezza quanto per i suoi prezzi esorbitanti. Certo, non ci sono strade e tutto all’interno del parco è trasportato o a mano o a dorso di mulo, è normale che i prezzi siano gonfiati. In verità c’è una vera e propria speculazione da parte dei privati che abitano nel parco e ne gestiscono ristoranti e alloggi che, consci di poter chiedere qualsiasi prezzo di fronte ad un turista assetato o affamato, arrivano a farti pagare tre euro per mezzo litro d’acqua (che nel caldo tropicale trangugi tranquillamente in mezz’ora). Per una notte in amaca nell’affollatissimo e maltenuto campeggio a Cabo San Juan, la spiaggia più rinomata del parco il prezzo si aggira intorno ai dieci euro a notte.

DSC00152.JPG

Cammino verso la Playa Arrecifes

Dopo tre ore di cammino, madidi di sudore arriviamo ad Arrecifes, una vasta spiaggia meno rinomata ma di grande bellezza.

Il Parco Tayrona è un luogo geogrficamente speciale: è proprio qui che la cordillera delle Ande, la gigantesca spina dorsale del Sudamerica, termina scenicamente nel Mar dei Caraibi, per questo in molte spiagge del parco, l’acqua è estremamente profonda, le correnti forti  e vige il divieto di balneazione. Arrecifes è una di queste. A poche decine di metri dalla spiaggia, in uno dei “rustici” campeggi (per non dire un troiaio assoluto), piantiamo la tenda per lo stesso prezzo che normalmente pagheremmo per un GLAMping. C’è da adattarsi, ma ci consoliamo con il fatto che non è affollato e le spiagge balneabili sono tutte ad una mezz’oretta di cammino. Finiamo per passare nel parco quattro rilassanti giorni, apprendendo e perfezionando la difficile arte della raccolta e apertura delle noci di cocco, abbondante ed essenziale fonte di acqua potabile durante la nostra permanenza nel parco. Senza le noci di cocco non saremmo mai potuti rimanere cosi al lungo al Tayrona senza spendere un centesimo!

20543184_10158962896915391_1487594963_o.jpg

Stremati ma felici dopo una sessione di raccolta

DSC00181.JPG

Una delle splendide spiagge del Tayrona

Dopo aver vissuto un pò alla maniera di Tom Hanks nel film “Cast Away”, ritorniamo seppur un pò più selvatici, alla civilizzazione nella nostra seconda tappa, il villaggio di Palomino, affacciato su una enorme spiaggia tappezzata di palmeti. Alloggiamo nell’ostello “Aluna” dove la proprietaria, una simpatica signora sulla cinquantina, dispensa preziosissimi consigli su come raggiungere, spendendo meno soldi possibile, Cabo della Vela e la ancor più remota Punta Gallinas. Esistono costosi viaggi organizzati ovviamente, ma come avrete capito i tours non ci piacciono neanche un pò, e come sempre optiamo per l’opzione indipendente.

20615322_10158962897030391_1217680711_o.jpg

Palomino Beach

All’alba partiamo alla volta di Cabo della Vela. Dopo aver cambiato svariati mezzi di trasporto e molte sudatissime ore dopo, raggiungiamo questa pittoresca baia nel deserto della Guajira.

DSC00224.JPG

Indigena Wayu sulla spiaggia di Cabo della Vela

In questo arido deserto, simile in tutto e per tutto ad una savana africana, vivono genti di eccezionale fascino, gli Wayu. Questo popolo è una delle pochissime comunità indigene in Sudamerica a non essere mai stata conquistata dagli spagnoli. Ebbene si, l’isolamento e le aspre condizioni di questa regione desertica a cavallo tra Colombia e Venezuela, hanno protetto questa tribù e, anche se la guerra tra le due repubbliche per i territori di frontiera ha ristretto molto il territorio originariamente appartenente agli Wayu, questi, hanno sempre mantenuto la loro autonomia, oggi riconosciuta a livello costituzionale da entrambi gli stati. Come funzioni la vita in queste tribù è per me un vero mistero. In un luogo dove non si è vista una goccia pioggia per quattro anni consecutivi, l’approvvigionamento di acqua e cibo sono un problema serio. Le capanne di lamiera e legno nelle quali vivono non hanno serbatoi per la rara acqua piovana, la maggior parte non possiede un mezzo di trasporto, alcuni attraversano il deserto in bicicletta alle prime luci dell’alba per riportare indietro bottiglioni di acqua potabile, la cui fonte più vicina si trova a decine e decine di chilometri di distanza. Gli Wayu vivono principalmente di allevamento di capre e pesca, le donne si dedicano all’artigianato, in particolare alla creazione delle tipiche “mochillas”, delle borse di tela colorata con vari disegni geometrici tipici.

DSC00226.JPG

Capanne in un villaggio Wayu

Cabo della Vela, una baia che fino a qualche anno fa era praticamente disabitata, è oggi un luogo dove turisti e viaggiatori di tutto il mondo vengono a rilassarsi nelle calme e poco profonde acque della baia ed è il luogo perfetto per praticare kitesurf grazie al vento che spazza costantemente questa baia.

Da Cabo della Vela ci aspettano svariate e alquanto scomode ore sballottati in una jeep (quanto ho imparato a temere i viaggi in jeep durante questi mesi!) addentrandoci ancora più in profondità dentro questo assurdo deserto senza fine. Sotto il sole cocente, orde di bambini e donne Wayu attendono pazientemente l’arrivo delle jeep per riscuotere il pedaggio dagli autisti, una tassa per passare sulle loro terre? un’elemosina? E’ difficile rimanere impassibili di fronte a tanta povertà ma anche tanta dignità, pedaggio o non pedaggio non ci viene mai negato un sorriso e uno sguardo curioso attraverso il finestrino. Il nostro autista cerca di accontentare tutti ripartendo acqua o qualche pesos ad ogni pedaggio o promettendo di fermarsi al prossimo passaggio.

Finalmente arriviamo in questo avamposto nel deserto, nel vero e proprio centro del nulla. Eppure anche li, sparpagliate tra cactus e alberelli stecchiti, vediamo numerose case Wayu. Un’altra ora di jeep prima di arrivare alla famigerata “Punta Gallinas”, un piccolo istmo di terra che segna l’estremo nord del continente sudamericano. Guardando il mare e ripercorrendo mentalmente tutta la strada che mi sono lasciata alle spalle, per la prima volta riesco a visualizzare chiaramente le enormi distanze percorse, rivivendo per un breve attimo tutto il viaggio.

DSC00267.JPG

Non molto lontanto da Punta Gallinas c’è una enorme duna di sabbia dorata che si fonde in un mare turchese: Playa Taroa.

DSC00281.JPG

Playa Taroa, dove il deserto si unisce al mare

Passiamo la notte nel deserto, al calare del sole, il caldo soffocante dà finalmente tregua e le stelle appaiono nel cielo, più vivide che mai. Per la prima volta nella vita dormo su un’amaca e, cullata dal vento del deserto passo una delle migliori notti di sonno nel mio viaggio in Sudamerica!

La nostra avventura in questo incredibile angolo di mondo volge al termine, e dopo aver percorso il viaggio a ritroso fino a Santa Marta, ci dirigiamo verso la nostra tappa finale: Cartagena de Indias.

Come spesso accade quando visitiamo grandi città e ci portiamo dietro alti livelli di aspettativa, Cartagena si rivela una delusione. Il centro città con i suoi curatissimi palazzi coloniali, è costellato di gioiellerie (Cartagena a quanto pare è famosa per gli smeraldi), negozi di lusso e “hotel boutique”(Dio solo sa quanto odi questa parola!). Ma non è la collaterale presenza di facoltosi turisti americani ed inglesi, di addii al celibato e di matrimoni faraonici ad infastidirmi, ma ahimè la costante, prepotente e aggressiva presenza di venditori ambulanti che mi ha portato a paragonare Cartagena a una Cusco in versione tropicale. Pensavo non ci potesse essere qualcosa peggiore di Cusco fino a che non sono approdata a Cartagena: dai sigari cubani falsi, all’happy hour in un bar dove non metterei mai piede neanche se mi pagassero, dalla droga ai gelati, dai tour a Playa Blanca ai braccialetti, non c’è un attimo di pace per le strade del centro di Cartagena. Il centro storico mi ha fatto pensare a come potrà diventare tra non molto Barcellona se i prezzi degli affitti continueranno a salire e se si continuerà a sponsorizzare un tipo di turismo “sbagliato”. Nessuno e dico nessuno può più permettersi un affitto nel centro storico di Cartagena, ormai composto solo da hotel e seconde case di stranieri e colombiani abbienti.

Getsemanì in compenso è un quartiere più popolare, con prezzi ancora accessibili e una bella vita notturna che si svolge per le piazze e per le vie, tra musici ballerini e acrobati di strada.

Dopo otto mesi esatti di viaggio, il ventiquattro Luglio impacchetto per l’ennesima volta il caro, vecchio e malandato zaino, questa volta non per prendere un bus ma per riprovare finalmente la dolce ebbrezza di viaggiare nel comfort di un aereo, esperienza che mi era decisamente mancata!

Take off verso nuove avventure in Centro America!

 

 

 

Colombia – “El Sur”

La classica infinita staffetta di bus e mezzi di trasporto vari ci fa attraversare il confine tra Ecuador e Colombia e, dopo l’ennesima giornata “full  immersion” di viaggio, arriviamo a notte inoltrata nella cittadina di Pasto.

Ciò che noto sin da subito, è che la cordialità della gente è decisamente incrementata rispetto al vicino Ecuador. Da Pasto ci dirigiamo direttamente nella pittoresca Popayan una città in stile coloniale composta in gran parte da edifici bianchi. Qui siamo accolti dalla famiglia di Carol, una ragazza colombiana che io e Gavin avevamo conosciuto anni fa in Australia. Nella loro bella villetta subito fuori dal centro storico di Popayan, saggiamo la rinomata ospitalità colombiana. Come si dice dalla mie parti i nostri ospiti ci mettono “la casa in capo” facendoci sentire realmente a nostro agio e offrendoci la qualsiasi cosa da mangiare e bere.

A colazione ci dicono che dobbiamo assolutamente provare la rinomata “aguapanela con queso”. Questa fin’ora ignota specialità colombiana, consumata a colazione o a merenda, consiste in caffè, zuccherato con la panela (letteralmente una mattonella di zucchero di canna), in cui vengono tuffati cubetti di “queso fresco”. Quando mi viene messa di fronte una tazza di caffe e un piattino di formaggio sfioro l’incidente diplomatico, ma con disinvoltura supero l’esperienza culinaria.

Da Popayan prendiamo un combi verso San Augustin e per la prima volta dopo tanti mesi ho la nettissima sensazione di essere tornata in Bolivia. Dopo i moderni bus e le impeccabili strade peruviane ed equatoriane eccoci qui tornati indietro di qualche decade sulle autovie colombiane. E cosi un viaggio di poco più di 100 chilometri si trasforma in un’estenuante odissea di sei ore, tra una ruota bucata e qualche rattoppo al motore arriviamo finalmente a San Augustin.

Su una collinetta sovrastante il paesello di San Augustin troviamo un posto carino e tranquillo gestito da un signore francese (sì pure in Colombia l’è pieno di francesi!) chiamato “la casa di Francois”.

DSC02621.JPG

La vista su San Augustin da “La Casa Di Francois”

Il paesaggio intorno a San Augustin è un paesaggio ricorrente in quasi tutto il centro-sud della Colombia. Campagne, ma non campagne come le conosciamo noi, non dolci colline e pianure bensì ripide montagne coperte di vegetazione lussureggiante, interrotta solo da piantagioni di caffè e pascoli.

20314854_10158906453145391_496645366_o.jpg

Sparsi per le montagne del sud-est della Colombia non molto tempo fa fu rinvenuta una esorbitante quantità di reperti archeologici provenienti da una civiltà precolombiana ancora avvolta nel mistero, alcuni reperti risalgono a ben 2000 anni fa. Per la sua incredibile estensione quest’area è considerata il più grande complesso di monumenti religiosi e strutture megalitiche del Sud America. Dei villaggi e della vita quotidiana di questo popolo non è rimasto quasi niente, ciò che questa civiltà ci ha tramandato è il loro culto dei morti: centinaia e centinaia di tombe monumentali, enormi sarcofaghi e bellissime statue (alcune alte ben sette metri) rappresentanti i guardiani del defunto, sono ciò che è sopravvissuto all’inclemenza dei secoli.

SONY DSC

Gli spaventosi guardiani del sepolcro

DSC02678.JPG

Nessuna statua è uguale ad un’altra, alcune sono zoomorfe

Ai Colombiani piace chiacchierare, fare gossip, e bombardarti di domande. In Colombia la gente attacca bottone in ogni luogo e momento, ti invita giovialmente a unirti a bere con loro anche se sei un perfetto sconosciuto. Ti danno un sacco di consigli e raccomandazioni del tipo “non fidarti troppo degli sconosciuti che ti fermano per strada e vogliono parlarti” anche se loro stessi sono uno di questi sconosciuti. A San Augustìn incontriamo un personaggio che chiamerò Josè che, dopo aver attaccato bottone e averci raccontato di essere una guida e di adorare i “gringos”, ci invita caldamente a partecipare al suo famoso “special tour”. Dubbiosi chiediamo in cosa consista e Josè ci spiega che per 100.000 pesos potrai essere bendato e portato in mezzo alla foresta, per assistere al processo di fabbricazione della cocaina, dalle foglie di coca al prodotto puro finale. Aggiunge anche che per soli 100.000 pesos in più (circa 30 euro) potrai acquistare 5-6 grammi del prodotto finale, da consumare prima del tuo volo di ritorno o da spedire alla nonna invece della solita noiosa cartolina! Josè ci spiega che gli australiani vanno pazzi per questo tour, perchè la cocaina in Australia è molto più costosa, noi decliniamo l’offerta e ringraziamo.

La Colombia sta facendo passi avanti nella lotta alla violenza e al narcotraffico: recentemente La FARC, gruppo paramilitare colombiano ha consegnato le armi dopo 50 anni di guerriglia ma il problema non è certo risolto. L’esercito di liberazione nazionale (ELN) è ancora attivo e lo scorso 17 Giugno colpisce con un attacco terroristico in un centro commerciale di Bogotà. I colombiani non amano parlare del passato di violenza del loro paese e non vogliono essere associati a Pablo Escobar, alla droga e ai gruppi paramilitari e non amano parlare di nessuno dei suddetti argomenti. Ma la guerriglia esiste ancora, seppur non nello stesso modo in cui esisteva nei violenti anni ottanta e novanta. Non fraintendetemi, la Colombia è un luogo estremamente sicuro dove viaggiare ma sarei ancora lungi dal dire che tutti i problemi sono risolti. Le remote zone nella giungla al confine con il Venezuela sono ancora “zone calde” off-limit per i turisti che vogliono viaggiare in maniera indipendente. Su uno dei tanti viaggi in bus conosciamo Ruben un militare che ci mostra con orgoglioso sollievo la sua lettera di dimissioni dall’esercito Colombiano. Ruben racconta di voler viaggiare in Europa ed imparare l’inglese dopo aver servito il paese per gli ultimi quindici anni della sua vita, la maggior parte di quali passati isolato in zone estremamente remote della giungla Colombiana dove la base dell’ELN è tutt’ora locata.

Dopo una breve tappa nel deserto della Tatacoa, proseguiamo verso Salento, uno dei paesini più rinomati tra i turisti colombiani e non, nella bellissima “zona cafetera”, la zona dove si produce appunto gran parte del caffè colombiano. Qui piantiamo la tenda a “La Serrana” altro ostello-campeggio che consiglio vivamente. E’ locato su una collina due chilometri fuori da Salento, immerso nella natura.

DSC00010.JPG

Tenda con vista

Da “La Serrana” è possibile fare delle belle passeggiate per esplorare la zona e visitare le tenute di caffè. Noi visitiamo una “finca” chiamata Las Acacias, una tenuta dove si produce caffè ancora alla vecchia maniera e dove la filosofia non è vendere il caffè alle multinazionali, ma venderlo in loco e sponsorizzare il caffè colombiano in Colombia. In Colombia si coltiva la varietà cento percento arabica, una delle migliori. Ma ciò che rende ancora più pregiato il caffè colombiano, comparato con ad esempio il caffè del Brasile (produttore numero uno mondiale), è il metodo di raccolta a mano rispetto al metodo di raccolta a macchina, più efficente, ma che abbassa la qualità del caffè a causa della possibile presenza di foglie e chicchi non ancora pronti ad essere raccolti nella mistura.

DSC00022.JPG

Finca cafetera “Las Acacias”

Raccogliere caffè a mano è un lavoraccio, credetemi, perchè sulla stessa pianta ci possono essere chicchi rosso fuoco maturi e chicchi verdi che devono essere lasciati maturare. Questo implica un lavoro non indifferente e svariate sessioni di raccolto.

E le piante di banano che ci fanno in ogni piantagione di caffè che ho visto in Sudamerica? Le piante di banano mi viene spiegato, sono un annaffiatore automatico naturale, il loro tronco è pieno zeppo d’acqua (Luis la nostra guida applica un taglietto sul tronco di un banano e l’acqua comincia magicamente a gocciolare). La pianta assorbe l’acqua dal terreno quando piove e la rilascia quando è soleggiato, nutrendo le piante adiacenti. Luis ci spiega che aggiungere qualche sporandica pianta nella piantagione di caffè può influenzare il sapore del caffè. Nel caso de Las Acacias, i coltivatori hanno scelto di aggiungere al loro caffe un tocco di agrumi, piantando qualche arancio e mandarino e, bevendo il mio primo espresso degno di essere chiamato tale in quasi otto mesi, posso decisamente apprezzare una punta di aspro nel sapore del buon caffè, che quasi avevo dimenticato.

DSC00037.JPG

Dalla pianta al macinino!

Da Salento effettuiamo un’escursione giornaliera nella vicina “Valle De Cocora” una vallata cosparsa dalle curiose “palmas de cera” la specie di palma più alta del mondo,  che può raggiungere fino agli 80 metri di altezza! Questa palma è visibile solo in questa regione e a causa della deforestazione, è oggi una specie in via di estinzione.

DSC00059.JPG

Palme di cera, mucche e tanta tanta pioggia

Dopo quasi una settimana di relax a Salento, decidiamo di intraprendere un viaggio di tre ore a bordo di un malandato bus-quattro ruote, su una strada che non azzarderei a definire tale, per arrivare nell’isolato quanto pittoresco pueblito di Jardin. Jardin è molto simile a Salento per le sue casette dipinte con sgargianti colori, ma decisamente meno turistica. Un altro luogo perfetto per riposare e fare passeggiare nella natura.

DSC00065.JPG

Mezzi di trasporto indimenticabili

DSC00081.JPG

Baretti nella piazza principale di Jardin

Da Jardìn i cammini possibili sono due: dirigersi verso Bogotà o optare per Medellin. A Jardin conosciamo dei ragazzi di Medellin che ci raccomandano caldamente la loro città paragonandola addirittura a Barcellona! Entusiasmati dai loro racconti e da altri pareri positivi di tanti viaggiatori incontrati, finiamo per optare per Medellin.

Purtroppo le mie aspettative non sono affatto soddisfatte. Alloggiamo una notte nel centro città e tre notti nel quartiere residenziale del Prado.

A Medellin Pablo Escobar non c’è più ma la cocaina è rimasta. La quantità di tossici che abitano le strade della città è qualcosa che non avevo mai visto prima. Ovunque ti giri c’è gente buttata in mezzo alla strada, ragazzi scheletrici fumando una dose in un’angolo, altri sdraiati in posizione fetale sotto il sole cocente. Questi fantasmi sono schiavi di una droga che qui chiamano “basuco” letteralmente gli scarti ottenuti dalla produzione di cocaina mischiati con altre schifezze. Simile al crack, viene fumato e produce estrema dipendenza. Nel centro storico ci sono inoltre una gran quantità di prostitute e papponi appostati davanti alle chiese. Leggenda vuole che questa prossimità ai luoghi di culto sia dovuto al timor di dio dei clienti che, una volta soddisfatti i loro istinti primordiali, andrebbero di corsa a confessarsi. Mah…a me pare più storiella per abbellire la triste realtà di questa città.

L’unico luogo della città in cui regna l’ordine ed il pulito è il famigerato Barrio Poblado, soprannominato anche “gringolandia”. Il Poblado è letteralmente costellato di ostelli di prima categoria e hotel dai prezzi stellari intervallato da una grande varietà di bar, ristoranti e discoteche di pessimo gusto. La notte, i “paisa” (abitanti di Medellin) benestanti e stranieri si riversano per le strade del poblado, per farsi assorbire dalla decisamente forzata “party atmosphere” tra fiumi di alcool e cocaina e musica a tutto volume. Durante il giorno si possono osservare per il barrio, esemplari di gringos con hangover importanti ciabattare per il quartiere. Insomma c’è da ammettere che l’altro lato di Medellin non è certo più roseo!

Alla fine di questi pochi giorni passati a Medellin sono quasi felice di farmi sedici ore di bus per raggiungere la costa caraibica, e il Nord del paese.

To be continued….

 

Ecuador

Per decidermi a scrivere un capitolo sull’Ecuador ci ho messo un pò. In realtà non ero neanche sicura di volerlo scrivere. Credo di non avere neanche una foto sulla mia macchina fotografica. La nostra esperienza in Ecuador è stata la più breve comparata con tutti gli altri paesi fin’ora visitati. Il nostro piano era di passare la maggior parte del tempo in spiaggia….purtroppo il tempo non ci ha assistito: abbiamo avuto un giorno di sole su un totale di tre settimane.

Il border crossing dal Perù è stato privo di incidenti. Abbiamo fatto tutta una tirata con un bus notturno dalla città costiera di Trujillo fino a Manta, dove dai climi polari del bus scendiamo e veniamo avvolti dal caldo soffocante. Una breve attesa per rimontare su un bus che attraverserà il confine e ci porterà fino a Guayaquil. Appena passato il confine con il Perù, cominci a vedere ai due lati della strada, banani. Piantagioni di banane a perdita d’occhio per centinaia di chilometri! L’equador è infatti il maggiore esportatore di banane nel mondo, con un introito annuale stimato a circa 2,6 miliardi di dollari. E parlando di dollari, alla fine degli anni novanta, il valore della moneta locale, il Sucre, crollò precipitosamente, e il dollaro statunitense venne adottato come moneta nazionale. Da allora tutto cambiò in Ecuador. L’economia ha ricominciato a girare ma la dollarizzazione ha portato anche a degli svantaggi, il paese è sottoposto alla “fluttuazione” del dollaro in borsa e ha perso molto potere competitivo sul mercato sudamericano. Per quanto mi riguarda ho trovato l’Ecuador uno dei paesi più cari in cui abbiamo viaggiato con prezzi che si aggirano alla media europea (ovviamente tutto è più caro apparte le banane e la frutta tropicale di cui mi sono copiosamente nutrita)

A Guayaquil siamo forzati a fermarci dopo 24 estenuanti ore di viaggio ininterrotto.

Fa caldo e non vediamo l’ora di raggiungere la costa. La nostra prima tappa è Montañita, una piccola cittadina costiera abbastanza rinomata in Ecuador sia tra i turisti stranieri sia tra gli ecuadoriani. E’ rinomata per i suoi party, i suoi bar e la “calle de los cockails”, una strada composta solo da chiringuitos che vendono appunto cocktail  a prezzi europei. Per fortuna siamo arrivati di Domenica e in bassa stagione e abbiamo avuto solo un terribile assaggio di come potrebbe diventare questa cittadina in tempi di alta stagione.

20170529_102229.jpg

Iguane di notevole grandezza vivono sulle sponde del rio che attraversa Montanita

Montañita non è solo rinomata per i suoi party, è rinomata anche per il surf. E proprio qui riproviamo, dopo una intensa esperienza in Australia, a fare surf, questa volta con un istruttore. L’esperienza è decisamente migliore, l’oceano in Ecuador è a temperatura ideale per sguazzare per ore senza sentire mai freddo, le onde d’altro canto sono belle potenti per dei principianti come noi. Il giorno dopo la prima lezione, ancora doloranti e con la pancia sgraffiettata dal sale e dalla tavola, ma con l’entusiasmo del principiante, ci riproviamo.

L’entusiasmo dura poco. E’ dura! Le onde sono inclementi e dopo aver bevuto svariati litri d’acqua e aver tentato di stare in equilibrio sulla tavola per più di un nanosecondo decido di uscire dall’acqua, giusto in tempo per assistere al disastro: Gavin non so come riesce  a rompere la punta della sua tavola da surf! Per quanto simbolicamente bello, come sfracellare una chitarra al suolo dopo un concerto, l’esperienza è stata alquanto costosa, e ci ha fatto interrompere la nostra esperienza con il surf, almeno per il momento.

Dopo Montañita decidiamo di andare alla volta di Puerto Lopez, altra cittadina sulla costa. Da Puerto Lopez è solo un breve viaggio per raggiungere la Playa de los Frailes, una spiaggia immersa nel parco nazionale Machalilla, uno dei pochi stralci di foresta di mangrovie e foresta vergine ancora presenti sulle contaminate coste ecuadoriane.

20170602_143858.jpg

Vista dal mirador. Playa del los Frailes

Il 90 percento dell’ecosistema di mangrovie che ricopriva le coste equatoriane è stato distrutto durante gli anni novanta a  casa degli allevamenti intensivi di gamberi. Adesso gli allevamenti di gamberi hanno lasciato spazio mega-ville sulla spiaggia e altri orrori edilizi.

Lasciato Puerto Lopez per dirigerci a Canoa. Da quando abbiamo lasciato montanita il cielo è stato costantemente coperto da fitte nubi. E io che volevo prendere il sole e fare surf…. Canoa un anno fa è stata colpita da un terremoto magnitudo otto punto qualcosa. Ci sono ancora persone che vivono nelle tende e baracche nella piazza principale, la gente è amabile e il luogo molto poco turistico. piantiamo la tenda per qualche giorno in un ostello in compagnia di Panchoa, gestore dell’ostello che ci racconta un sacco di fatti interessanti sull’Ecuador, e ci porta nella sua proprietà in mezzo alla foresta pluviale a soli 30 minuti di cammino dalla costa. Il terremoto ha distrutto la sua casa e adesso Panchoa vuole andare avanti e ricostruire.

20170606_112004[1].jpg

Albero secolare nella proprietà di Panchoa

Dopo aver passato qualche giorno a Canoa immersi nella tranquillità, prendiamo l’ennesimo bus questa volta verso la capitale Quito.

Quito, dopo La Paz, è una delle poche città in Sudamerica che ha avuto il potere di sorprendermi. Girando per il centro storico dallo stile coloniale, si respira arte e cultura, sembra quasi di essere in una città del sud della Spagna. Fuori dal centro storico c’è la parte più moderna e cosmopolita di Quito, ma tutto è molto ordinato è pulito. Il clima è decisamente ancora andino con forti frequenti acquazzoni, calorose giornate soleggiate e fredde nottate.

20170609_092408[1].jpg

“La Ronda” una delle strade più emblematiche del centro storico di Quito

A Quito visitiamo la casa del Alabado, un affascinante museo di arte precolombiana, situato in un magnifico palazzo signorile del diciassettesimo secolo. Al suo interno viene esposta una collezione di manufatti e utensili di grande valore artistico e viene spiegata la loro correlazione simbolica con il mondo religioso e spirituale.

20170609_161953[1].jpg

Manufatti umanoidi nella Casa dell’Alabado

Ad una ora di bus da Quito è possibile visitare il monumento “midad del mundo”. Per quanto non molto entusiasta di vedere una linea in terra, per altro di dubbia accuratezza, che dovrebbe rappresentare l’equatore, la metà del mondo appunto, scopro che questo luogo, seppur molto turistico ha molto di più in serbo per noi. Arriviamo e possiamo vedere già dal fuori un monumento grigiastro, un po malandato e di dubbio gusto. Ma all’interno di questo parco tematico il monumento della metà del mondo è decisamente la cosa meno interessante. C’è invece un interessantissimo museo del cacao che espone una gran quantità di fatti riguardo alla produzione di cacao, una ricostruzione di case indigene di varie comunità ecuatoriane, svariate mostre fotografiche e un museo che spiega dettagliatamente, come una spedizione francese guidata da Charles Marie de La Condamine, misurò la metà del mondo nella prima meta del settecento.

20170611_132659[1].jpg

Panorama dalla cima del monumento

Finiamo per passare una settimana intera a Quito, prima di continuare verso la frontiera con la Colombia, per cominciare un nuovo capitolo di viaggio.

Perù – Cordillera Huayhuash

Ho deciso di dedicare alla nostra ultima impresa di trekking un capitolo a sè stante di questo blog, poichè la sovramenzionata impresa è stata senz’altro la cosa più fisicamente impegnativa che abbia mai affrontato nella mia vita. Ma la durezza e l’asprezza di questo cammino va di pari passo con la bellezza a cui ti permette di accedere.

Questo è il resoconto di sette incredibili giorni passati tra le montagne della cordillera Huayhuash.

Preparazione:
La piccola cittadina di Huaraz, incastonata tra picchi mozzafiato è il punto di partenza per moltissimi trekking di vario livello, arrampicata e alpinismo nelle più vicine Cordillera Blanca e Cordillera Negra e nella relativamente più distante Cordillera Huayhuash.
Alloggiamo all’hotel Artesonraju, che prende il nome da una montagna della Cordillera Blanca, l’Artesonraju appunto, che la Paramount Pictures scelse come simbolo per la sua società. Il proprietario dell’ostello, è un simpatico giovane, ex guida di montagna, che si rivela ben disposto ad aiutarci nell’organizzazione della spedizione. Spedizione si, suona ancora di più come un’avventura.

Ancor prima di entrare in Perù mi documentavo e sognavo di questo trekking leggendario, a quanto pare considerato il secondo migliore trekking al mondo dopo il trekking fino al campo base dell’Everest. Poi ho cominciato a chiedere a giro a Cusco e molti mi sconsigliavano caldamente la cosa per via della stagione. Maggio in questo lato del mondo segna la fine dell’estate andina e delle temperature relativamente più “calde”. Le temperature durante le notti nella Cordillera posso arrivare fino a meno dieci durante questa stagione. Decisamente non siamo preparati per queste temperature. Io pativo il freddo già in Patagonia, dove le temperature notturne si abbassavano al massimo a -3. Insomma un pò terrorismo psicologico un pò la prospettiva non rosea di morire congelata e di essere ritrovata 2000 anni dopo sotto i ghiacci come la mummia di Similaun, mi avevano quasi fatto scartare questa opzione, senza farmi passare la voglia di affrontare il lungo viaggio in bus da Cusco fino a Huaraz, 34 ore totali di bus, fino ad ora record assoluto! Per fortuna i bus peruviani sono i bus più comodi e moderni in Sud America.

Il proprietario dell’ostello riaccende la speranza nel mio cuore rassegnato. Si può fare. E non so perchè quest’uomo mi inspirava una certa sicurezza e fiducia. Per affrontare il freddo possiamo scegliere se affittare dei sacchi a pelo invernali antidiluviani delle dimensioni e peso del mio zaino intero o una tenda invernale (anche questa non delle più moderne) che pesa più del doppio della nostra attuale. Optiamo per la seconda opzione e speriamo che i nostri minuscoli sacchi a pelo facciano il resto. Il secondo problema è il tema “comida”. Sette giorni di cibo, snack vari e gas per cucinare. Non è facile selezionare cibo leggero, non ingombrante, nutritivo e veloce da cucinare allo stesso tempo.

DSC02418.JPG

Ed ecco qui più o meno quello che ci siamo portati da mangiare.

Finalmente dopo due giorni di preparativi siamo pronti. Il trekking, se si includono tutte le deviazioni possibili ha una durata di 13 giorni. Ma questa versione allungata del cammino normalmente la si affronta con i muli. Il proprietario ci indica e segna sulla mappa la versione abbreviata del cammino. E’ tutto abbastanza chiaro apparte un giorno in cui dovremo prendere una scorciatoia e tagliare per le montagne. Per sicurezza ci presta anche la sua mappa topografica, just in case.

Day One

La sveglia è per le quattro del mattino, per cominciare freschi e riposati e per poter raggiungere il villaggio di Pocpa, situato comodamente a cinque ore di distanza da Huaraz.
Da Pocpa sono sei ore di cammino per arrivare al primo accampamento, dove incontriamo due gruppi organizzati, con muli tende e tutto il resto. Qui apprendiamo con sorpresa che questo trekking è popolarissimo tra gli israeliani (il 90 percento dei due gruppi è composto da israeliani). Provo a chiedere le ragioni di questa popolarità e mi viene risposto un semplice “non lo so, ci vanno tutti”. Un’altra tappa della “ruta israelita” dunque, dopo la Patagonia Uyuni e molti altri luoghi in Sudamerica. Ma il fatto che “si debba fare perchè lo fanno” tutti non vuol dire che ti piaccia o tu sia fisicamente preparato per questo. Il tour organizzato ha l’unico vantaggio di dover portare solo uno zainetto con la crema solare e l’acqua. Ma questo a 5000 metri non ti aiuta molto se non hai la voglia o la preparazione. Pagando extra, oltre ai 350 euro del tour puoi ovviare a questo problema, puoi affittare un mulo extra e passare sette meravigliosi giorni sballottato a dorso di mulo. Quale sarà la soddisfazione in questo è ancora da capire.

Il primo giorno è duro. ci rendiamo conto di quanto incredibilmente pesanti siano gli zaini. Arriviamo al campo piantiamo la tenda e crolliamo senza neanche cenare.

Day Two
Ci svegliamo e constatiamo che la tenda si è congelata completamente durante la notte. Fa freddo. La notte è stata fredda. Mi sono addormentata con i piedi congelati e così mi sono svegliata. Quanto lasciamo l’accampamento i tour sono già partiti alla volta del primo dei nove passi di montagna che ci attendono.
Il sentiero non è segnato in alcun modo, ma è facile seguire la scia di orme e cacca di mulo che i tour si lasciano alle spalle. La salita verso il primo passo sembra essere infinita, ma finalmente dopo tre ore di cammino lo raggiungiamo

DSC02431.JPG

Cancanam Punta – 4700 mts

La discesa è aspra e pietrosa, e con gli zaini e facile perdere l’equilibrio e cadere. Dopo un’ora di cammino in piano arriviamo al primo dei numerosi posti di controllo, in cui acquisti la protezione. Protezione?! La protezione da cosa? Beh, a quanto pare fino a qualche anno fa gruppi di banditi armati fino ai denti assaltavano i gruppi di escursionisti rubando e uccidendo chi opponeva resistenza. Dai tempi del gruppo terroristico del Sendero Luminoso, che terrorizzò le Ande negli anni novanta e nei primi anni duemila di acqua ne è passata sotto i ponti, ma nella Cordilera Huayhuash si continua a pagare una protezione. La somma del costo delle varie protezioni che abbiamo dovuto pagare si aggira intorno ai 150 Soles a testa (circa 40 euro). Cara la mia protezione!

Il secondo passo sembra non arrivare mai. Pensiamo di esserci persi quando in lontananza vediamo uno dei tour che si inerpica su per una montagna verdeggiante. Dev’essere il passo. La grandine comincia ad infuriare. Finalmente alle ore 16.00 circa arriviamo alla Laguna Carhuacocha, in prossimità del accampamento. Decidiamo di piantare la tenda appartati dai tour. Non sono venuta in uno dei luoghi più selvaggi e remoti del mondo per stare in mezzo alla gente. Sono qui per la solitudine.

Day Three
Lo spettacolo che ci aspetta al risveglio è inenarrabile. Cinque picchi illuminati dalla rosea luce dell’alba, che piano piano si espande e ci avvolge, tutto riflesso nella laguna Carhuacocha. Psichedelia allo stato puro.

DSC02463.JPG

Le luci dell’alba

La notte è stata più tollerabile, la tenda non è congelata e oggi dovremo affrontare “solo” un passo di montagna. Pensiamo scioccamente che oggi sarà un giorno più facile, ma ci sbagliamo di grosso. Impariamo presto che non esistono giorni facili nella Cordillera Huayhuash.

Lungo il cammino che ci avvicina a questa fila di montagne innevate, di tanto in tanto il silenzio viene interrotto da un rombo, un suono profondo e terribile che sembra venire dalle viscere della montagna, pochi secondi, e una enorme massa di ghiaccio e neve si distacca dal costone e cade a valle con un fracasso assordante.

DSC02497.JPG

Vista lungo il cammino

Dopo aver perso il sentiero e averlo ritrovato 200 metri più a valle giù per un dirupo, ci ricongiungiamo pericolosamente per arrivare ad un fantastico punto panoramico da dove si possono vedere tre lagune di un brillante verde smeraldo.

DSC02522.JPG

Tres Lagunas

Cominciamo l’ascesa. Arriviamo al passo e consumiamo il nostro non molto lauto pasto a base di uova sode e crackers.
Arriviamo relativamente presto al campamento Huayhuash, ma passano almeno due ore prima di poterci finalmente gettare nella tenda. Ci troviamo ai piedi di un altro passo, in una stretta vallata sferzata da raffiche di vento e impieghiamo un bel pò prima di trovare terreno piano e riparato, elemento importante per una buona notte di sonno.

Day four.

Il giorno quattro era il giorno che più mi preoccupava. Avremmo dovuto affrontare due passi di montagna. Il primo chiamato Punta Trapecio, che ci avrebbe portato ad una fin’ora ignota, altitudine di 5300 metri. Il secondo passo era la famosa scorciatoia che il tipo dell’ostello ci aveva consigliato di prendere. Una deviazione per le montagne, che sulla mappa topografica risultava poco chiara e molto improbabile. La paura di perdersi era tanta. Il quarto giorno era anche il giorno del compleanno di Gavin, quale maniera migliore per celebrare il proprio compleanno che perdersi sulle montagne della Cordillera?
Fortunatamente, Ruben, la guida di uno dei gruppi, ha deciso di “prenderci sotto la sua ala”, offrendoci il suo aiuto per trovare un passaggio tra le impervie montagne della Cordillera e arrivare alla laguna Juraucocha, seguendo il nostro piano originale.

Riusciamo, seppur molto carichi a tenere il passo con il gruppo di israeliani, su per l’inerpicato passo. Nonostante l’altitudine estrema, questo è stato uno dei passi che ho affrontato meglio tra tutti i nove ed è quello che ci ha regalato una delle migliori viste.

DSC02529.JPG

Nevado Trapecio

DSC02553.JPG

Vista dal Passo Punta Trapecio – 5300 mts

Dopo il passo ci aspetta un periglioso cammino giù per la montagna attraverso svariati ruscelli e infine il passaggio su un ripido monte di pietre, ciò che rimane di un ghiacciaio ormai estinto. Ed eccoci qua, è arrivato il momento di separarci da Ruben e il suo gruppo. Prima di lasciarci la guida ci regala un po di pane, da accompagnare con la nostra poco nutritiva zuppa in busta, e indica un punto innevato sopra le nostre teste. Ecco quello è il passo, la laguna poi la trovate, non vi potete perdere. Buona fortuna.

DSC02577.JPG

“Ecco quello è il passo”

Bene. Il fatto che sul passo saremo affondati nella neve fino alle ginocchia, era forse qualcosa che la guida non immaginava. Riusciamo ad affrontare l’ascesa senza incidenti, per ritrovarci su questa stretta striscia di terra, che ci separa da una ripida discesa. Possiamo già vedere in lontananza, molto in lontananza la laguna Juraucocha.

DSC02580.JPG

Il passo dal nome ignoto e la laguna sottostante.

Come si può osservare dalla foto, la laguna, punto di arrivo della giornata, è ancora molto distante, cominciamo una lunga zigzagante discesa spacca-ginocchia, per arrivare esausti come al solito, dopo ben nove ore di cammino ai piedi della laguna.

Day Five

Dopo una notte relativamente mite, ci svegliamo e affrontiamo la routine mattutina nella solitudine e silenzio completo. Non incontriamo anima viva per ore lungo il cammino che segue il corso di un fiume, lungo una stretta vallata.

DSC02598.JPG

il cammino verso il villaggio di Huayllapa

Il sentiero è tutto in discesa fino alla deviazione per il primo ed unico villaggio che si incontra durante tutto trekking sulla Cordillera, Huayllapa.

Continuiamo per il sentiero senza passare per il villaggio. Da qui ci aspetta una lunga impervia salita attraverso un’altra vallata. Svariate ore di cammino dopo arriviamo al campamento Huatiac, che è abbastanza affollato con i tour. Decidiamo di continuare altri quindici minuti in salita, fino ad arrivare ad un’area che sembra essere tanto perfetta quanto evitata dai gruppi. Ne Scopriamo presto la ragione:  ciò che sembra un bellissimo prato verde è in realtà una palude. Che fare? Tornare indietro? No Way! Sta cominciando a piovere e la tenda è come sempre bagnata dalla condensa della notte prima. Mi inzacchero fino alle caviglie per a trovare un punto non paludoso. Sta cominciando a piovere, piantiamo la tenda completamente fradicia e ci asserragliamo dentro decidendo di non uscirne più fino al mattino dopo, neanche per fare pipì!

Day Six

Oggi dobbiamo dare il massimo. Oggi vogliamo arrivare il più in là possibile così da rendere il giorno sette più breve e tollerabile. Se ripenso alle distanze che abbiamo coperto in questo durissimo penultimo giorno, non posso crederci. E’ qualcosa che non immaginavo, il mio corpo potesse affrontare. Ma partiamo dal principio di questo epica giornata di cammino.

La sveglia è per le ore cinque e mezza. E’ ancora buio. Mi sveglio per fare pipi e noto dei colori diversi intorno a me. Qualcosa è decisamente cambiato durante la notte. Torno nella tenda per preparare la colazione. Quando esco nuovamente con le prime luci dell’alba questo è lo spettacolo che mi si presenta:

DSC02599.JPG

L’ignoto oltre la tenda innevata.

Sta cominciando a nevicare. Decidiamo di avventurarci per il passo punta Tapush, nonostante la neve e la nebbia stiano venendo chiaramente da quella stessa direzione. Siamo mossi dal fatto che abbiamo visto un paio di arrieros con muli passare dieci minuti prima di prendere questa ardua decisione. Pensiamo di poter raggiungerli o per lo meno seguire le loro orme nella neve. La dolce nevicata si trasforma in una vera e propria tormenta di neve più o meno a metà cammino verso il passo. Le orme si stanno velocemente cancellando e la paura di perdersi diventa concreta. Non abbiamo guanti e stiamo letteralmente congelando.

DSC02603.JPG

La faccia dell’ipotermia

E cosi lottando tra fango, rocce, vento e neve arriviamo finalmente al passo. La paura è stata tanta, e vorremo quasi concludere il cammino qui. Ciò ovviamente non è possibile, dobbiamo continuare. Ci rincuoriamo con un Sublime (barretta di cioccolato e noccioline Nestlè che si trova solo in Bolivia e Perù, il nome descrive perfettamente la sensazione che si prova mangiandola) e continuiamo. Discendendo il passo la tormenta si placa. Continuiamo per il secondo passo della giornata che ci porterà fino alla laguna Jahuacocha. Due minuti di pausa sulla stretta striscia di terra e comincia a nevicare di nuovo, forzandoci a continuare.

DSC02609.JPG

Passo Yaucha – 4800 mts

Dal passo fino alla laguna è tutta discesa, e il tempo ci regala un po di sole per asciugare le nostre ossa bagnate, e ritemprare i nostri corpi battuti dalle intemperie della giornata.

DSC02619.JPG

Laguna Jahuacocha e Nevado Rondoy sullo sfondo

Arriviamo al campamento e sembra la scena di un festival musicale. Ci saranno tipo sei-sette gruppi. Sono le due del pomeriggio e le nuvole stanno lentamente coprendo le montagne sullo sfondo. Pensiamo che non vale la pena fermarci adesso, pensiamo che possiamo camminare per un’ altra ora e cercare un luogo migliore per piantare la tenda. Inoltre più strada facciamo oggi, meno ne avremo da fare domani e potremo tornare a Huaraz presto e cominciare a gozzovigliare con ogni tipo di bevanda alcolica e cibo. La prospettiva è lieta. Ed è proprio questa dolce prospettiva che ci tiene su di morale, che fa si che le nostre gambe continuino a muoversi. Dopo un’ora di cammino la vallata si fa stretta e comincia l’ascesa al terzo ed ultimo passo di questo trekking. Non ci sono posti dove accampare, troppo ripido e stretto. Il morale è alto e abbiamo ancora forze, decidiamo dunque che intraprenderemo questo ultimo passo e accamperemo li o poco più giù. Ma questo passo sembra non arrivare mai o peggio sembra essere li ad aspettarci ad ogni curva e piccola discesa. A distorcere la nostra prospettiva sulle distanze e su ciò che ci circonda, verso le quattro del pomeriggio cala una fitta nebbia. Alle ore cinque stiamo ancora camminando e si sta facendo lentamente buio. Incontriamo una coppia di disgraziati che come noi hanno deciso di intraprendere il trekking in maniera indipendente. Sembrano più confusi e disperati di noi, del resto è il loro primo giorno. Gli diciamo che alla laguna ci sono altre due ore di cammino e che farebbero bene ad accampare prima, loro invece ci avvisano che in altri 45 minuti saremo al passo. E molto accuratamente, 45 minuti dopo vediamo il passo inghiottito dalla nebbia e un cartello con su scritto “Pampa Llamac-4300 metri”.

Continuiamo per un altro quarto d’ora in discesa prima di arrenderci, tra la nebbia e l’imbrunire è difficile vedere dove mettiamo i piedi, gettiamo la tenda praticamente in mezzo al sentiero e dopo quasi 12 ore di cammino quasi ininterrotto crolliamo.

Day Seven

L’alba del giorno sette è bellissima. Non fa troppo freddo, la nebbia si è diradata e il morale è alto! cominciamo la lunga discesa fino al villaggio di Llamac dove potremo trovare un mezzo di trasporto e tornare alla civilizzazione.

Siamo i primi ad arrivare al villaggio verso le ore dieci e mezza del mattino. Non c’è ancora l’ombra di bus, decidiamo di tirare fuori il fornellino da campeggio comprare uova e cracker e fare una lauta colazione seduti sul marciapiede, scaldati dal sole.

Finalmente un’ora dopo un bus ci raccatta dal mezzo di strada e ci riporta a Huaraz, lasciandoci nella piazza principale. Ci abbracciamo, ridiamo, saltiamo di gioia.

E’ finita. Ce l’abbiamo fatta, non ci crediamo ancora, ma ce l’abbiamo fatta.

Perù – Cusco e dintorni

E’ già passato un mese da quando siamo entrati in Perù. Non riesco a capire ancora come sia stato possibile. Il tempo soggettivo del viaggio sta decisamente accelerando ultimamente.

La mia prima impressione del Perù, impressione che tuttora permane, è che rispetto ai paesi visitati fin’ora, quest’ultimo sia in definitiva il paese più turistico. Troppo turistico per i miei gusti. Certo è simile culturalmente alla Bolivia ma decisamente più commerciale. Con i suoi 4 milioni di turisti all’anno non è difficile crederlo. Non fraintendetemi è un paese incredibile. Proprio adesso mentre scrivo stiamo attraversando un gigantesco deserto, tra la provincia di Nasca e la provincia di Ica. Il Perù è un paese enorme, che comprende giungle, deserti, spiagge chilometriche e montagne dalle nevi perenni. C’è troppo da vedere, potremmo tranquillamente passare altri due mesi qui. Abbiamo invece deciso di concentrarci sulla parte andina, la parte delle montagne, del trekking e di molte rovine Inca.

Per primo, visitiamo la parte peruviana del lago Titikaka, decidendo di boicottare le turisticissime Islas Flontantes, isole galleggianti fatte di canneti, dove un tempo gli indigeni Aymara vivevano. Oggi famiglie vestite con gli abiti  tipici sono li solo per intrattenere i turisti. Insomma una specie di zoo galleggiante. Passiamo invece un paio di giorni sulla bucolica Isla Amantanì. L’unico modo di visitare quest’isola, è essere ospiti di una famiglia locale, a cui vieni assegnato, all’arrivo sull’isola, grazie ad un sistema rotativo che permette a tutti gli isolani, la cui principale occupazione è l’agricultura e la pesca, di avere un piccolo guadagno mensile extra grazie al turismo.

 

La tranquillità è il silenzio su questa isola che sembra uscita da una poesia pastorale, è incredibile. Ma ciò che mi sorprende di più è la bonarietà dei suoi abitati, molti (o almeno quelli che non parlano solo Quechua) sono molto in vena di fare due chiacchiere e chiedere e commentare gli avvenimenti  nel “mondo esterno”, e sono super informati: si parla delle elezioni in Francia, di Trump e si finisce a parlare di teologia.

DSC01829.JPG

Lasciamo il lago Titikaka alla volta di Cusco, che servirà come base per esplorare i dintorni.

Credo che da Cusco passi la maggior parte di questi quattro milioni di turisti annuali. La sua posizione è a dir poco strategica, non a caso era la capitale dell’impero Inca. Oggi giorno è il punto di partenza per l’esplorazione di una quantità impressionante  di siti archeologici, e di trekking mozzafiato. Il centro città è gradevole, il problema è la quantità di gente che cerca di venderti un tour, un massaggio, o una foto con un lama. E’ realmente qualcosa che non avevo mai visto in Sudamerica, l’insistenza, l’aggressività con cui la gente ti approccia per cercare di venderti qualcosa. Sei gringo, hai soldi, COMPRA.

A soli 8 chilometri da Cusco si trovano numerose rovine Inca tra cui l’incredibile forte di Sachsawaiman, baluardo della resistenza Inca contro gli spagnoli di Pizarro. Gli inca, oltre ad essere grandi agricoltori erano degli abili urbanisti e costruirono la città di Cusco a forma di puma, Sachsawaiman con la sua forma a zig zag rappresentava la dentatura dell’animale.

DSC01923.JPG

Un particolare del forte di Sachsaiwaman con Cusco sullo sfondo

Dopo un paio di giorni a Cusco, siamo ben felici di “scappare” alla volta di un trekking di cinque giorni nella spettacolare valle Apurimac, per scoprire le poco conosciute rovine Inca di Choquequirao.

La camminata è dura, ed è per questa ragione che molte persone affittano muli e mulattiere per i quattro giorni cammino. Noi affrontiamo facilmente la camminata nonostante il carico di cibo, acqua e suppellettili varie sulle spalle, senza l’aiuto di muli. Riusciamo nell’impresa aiutati dalla presenza costante di nubi e di una pioggerellina che ci accompagna durante 1500 metri di discesa e 1800 metri di ascesa sulle ripide pareti del canyon completamente spoglie i qualsiasi tipo di vegetazione.

DSC01956.JPG

Il Canyon Apurimac

Choquequirao è un sito archeleogico, “scoperto” molto prima di Machu Picchu, nonostante ciò non ha mai attirato la stessa attenzione da parte di archeologi e turisti, infatti un buon 40 percento del sito è ancora avvolto da una fitta vegetazione sub tropicale e solo 3000 persone l’anno visitano le rovine

Nel 2016 si vociferava della possibilità di costruire un teleferico (un’ovovia) che raggiungesse la cima del monte su cui Choquequirao si erge. Per fortuna questo progetto non è mai andato in porto e Choquequirao mantiene intatto il suo fascino di città perduta grazie alla sua meravigliosa irraggiungiblità. È una rovina Inca che a differenza di Machu Picchu e molte altre rovine nel “valle sagrado” devi conquistare con il sudore della tua pelle (o di quello di un mulo) e cosi dopo due giorni di cammino, possiamo finalmente intraprendere la ultima mezz’ora di ripida salita che ci separa dal sito e passare una giornata intera esplorando le rovine in completa solitudine.

DSC02029.JPG

Ci avventuriamo giù per l’altro lato della montagna per raggiungere le impressionanti terrazze dei lama, terrazze agricole a picco nel canyon sottostante, con rappresentazioni di lama in pietra bianca. Cuciniamo la classica zuppetta Knorr appollaiati sul minuscolo mirador dove possiamo assorbire la bellezza di questa opera dimenticata.

DSC02111.JPG

Particolare delle terrazze dei lama

Torniamo a Cusco per un giorno per ricaricare le pile e rifornirci di cibo per il prossimo trekking. Questa volta affronteremo il trekking del Salkantay per raggiungere Aguas Calientes e da li ascendere a Machu Picchu. Il cammino Inca (Inca Trail) è da sempre il trekking più gettonato per raggiungere il sovramenzionato  sito archeologico, è un must. È un trekking di difficoltà moderata accessibile ai più….beh ai più che possono permettersi di prenotarlo con mesi di anticipo e di spendere quasi mille dollari per 4 giorni di trekking. Purtroppo l’accesso all’Inca Trail senza un tour autorizzato è proibito. L’alternativa più in voga al “camino de los Inca” è ad oggi il trekking del Salkantay, un trekking di quattro giorni che include un passo a 4600 metri con viste incredibili del Nevado Salkantay. Molta gente opta per un tour del Salkantay poiché è molto più economico del camino Inca, con prezzi che si aggirano intorno ai 350-400 dollari. Un prezzo che per me è inaccessibile, inoltre preferirei gettarmi da una rupe piuttosto che far parte di un altro dannato tour. Vi dico solo che includendo il trasporto fino all’inizio del sentiero e ritorno a Cusco, cibo per sette giorni e costi vari ed eventuali non abbiamo speso più di 150 Soles a testa (20 euro circa). Certo non avevamo muli o sherpa che ci portavano lo zaino o gente che ci preparava da mangiare, ma avevamo il vantaggio di camminare al nostro ritmo, mangiare e dormire quando e dove più ci aggradava. E siamo sorprendentemente riusciti a dribblare con successo le orde di tours organizzati (credo di averne visti almeno sei) cercando di mantenere sempre 4-5 chilometri di distanza tra noi e loro e di accampare in luoghi diversi.

DSC02226.JPG

Prima notte di camping ai piedi del Nevado Salkantay

La prima notte accampiamo a 4300 metri, la notte è gelida, lo devo ammettere, ma vale la pena dormire con piedi perennemente congelati solo per poter godere  della vista di questa massiccia montagna.

La mattina ci svegliamo di buon ora e ci prepariamo velocemente. Vediamo già i primi gruppi salire verso di noi. Per fortuna il loro ritmo è decisamente più lento del nostro, ed intervallato da molte più pause. Arriviamo al passo, quota 4600 metri, e cominciamo la discesa. Dopo 20 chilometri di cammino, la maggior parte dei quali sotto il sole, arriviamo esausti nel villaggio di Collipampa. Il nostro piano originale è di continuare un poco oltre e accampare nella natura come la notte precedente, decidiamo invece di gettare la tenda in un camping situato all’estremità del villaggio (il camping, come spesso accade in Sudamerica, è semplicemente il giardino sul retro di un contadino). Mai decisione fu tanto funesta! Il  tempo letterale di piantare la tenda e bollire l’acqua per un tè e comincio a sentire una strana sensazione, come di qualcosa che mi cammina sulla schiena. Vabbè mi avevano parlato di noiosi minuscoli insettini volanti succhia-sangue che molestano gli escursionisti sul Salkantay, sarà uno di quelli.

E invece no. Sono PULCI.

Ora, questo è il primo incontro con questi animaletti, e spero vivamente l’ultimo, ma dovete sapere che non c’è scampo. Quando ti accorgi che sono loro è troppo tardi. E’ già notte e tu, dopo due giorni di cammino e una notte all’addiaccio vuoi solo dormire. Ma non puoi! Perché le pulci sono ovunque nella tua tenda, e puoi sentirle saltare, ma non puoi vederle nel buio della notte. Ne puoi uccidere decine ma altrettante verranno, puoi dormire vestita da capo a piedi, ma loro strisceranno sotto i tuoi vestiti e le sentirai camminarti addosso, pungerti e succhiarti il sangue. Ed è cosi che abbiamo passato la seconda notte completamente in bianco, acchiappando pulci e cercando disperatamente di addormentarci e di farci mangiare vivi.

La mattina del giorno tre, comincio ad avere un po’ di allucinazioni, cosi decidiamo di raggiungere il paese di Santa Teresa, per poter sterminare il nemico. Una doccia e una lavatrice non annienta completamente queste creature, che rimangono annidiate negli anfratti in cerca di nuovi ospiti, ma per lo meno riusciamo ad avere una notte intera di sonno. Il giorno quattro, recuperate le forze  camminiamo altri 20 chilometri fino ad Aguas Calientes dove, seppur a malincuore, decidiamo di accampare nuovamente. Passiamo un’ora a disinfestare la tenda e riusciamo ad uccidere le ultime pulci (aiutati dal fatto che il camping era pieno di cani randagi)

Il giorno quattro ci rechiamo ad Aguas Caliente centro, per acquistare i famigerati biglietti per Machu Picchu. Aguas Calientes, detto anche “Machu Picchu Pueblo”, sembra un po’ un settore di Disneyland. Il settore a tema Inca. È di una artificiosità  di una bruttura impressionante, è caro e, come Cusco, sei avvolto da uno sciame di “captadores” che cercano di venderti la qualsiasi cosa. Compriamo il biglietto pomeridiano, biglietto di cui nessuno conosce l’esistenza, che ci permette di pagare l’entrata solo 100 soles (invece di 150) e di godere di Machu Picchu dalle una del pomeriggio alle cinque, orario di chiusura.

La città di Machu Picchu fu molto probabilmente costruita intorno alla meta del 1400 dal primo imperatore Inca Pachacutec ed ospitava centinaia di abitanti. Il sito archeologico, circondato da dirupi, si intravede a malapena dal fondo della vallata in cui ci troviamo, e ua volta abbandonato dagli Inca, non fu mai trovato dai conquistadores spagnoli. Ben quattro secoli dopo, Hiram Bingham, uno studioso statunitense “scoprì” Machu Picchu, portatovi da un dodicenne locale. La gente del luogo sapeva dell’esistenza delle rovine, c’è chi addirittura ci aveva fatto il campo.

macchu picchu.jpg

Le pessime condizioni in cui verteva Machu Picchu quando fu “scoperto”

1770 scalini o 10 minuti di bus al modico costo di 12 dollari ci separano da Machu Picchu. Ovviamente prendiamo la scalinata. Arriviamo madidi di sudore e già stanchi, ma la curiosità di esplorare il sito ci da la forza di continuare. Mentre ci avviamo verso la torre del guardiano, sento una ragazza argentina che, appena entrata, chiede al guardiano “scusi dov’è il posto dove tutti si fanno la foto classica?”. Cominciamo bene. La verità è che non c’è troppa gente come avevo immaginato, però c’è un sacco di gente stupida, la cui unica ragione per venire a Machu Picchu è farsi un book fotografico con le rovine da mettere su Facebook o Instagram.

Chiudo gli occhi e per un attimo sogno uno sterminio di massa…poi guardo e passo.

Anticamente c’era un’altra e più impervia via d’accesso a Machu Picchu, un’entrata sul retro possiamo definirla, costruita a picco su un dirupo per impressionare e scoraggiare gli eventuali nemici che decidessero di intraprenderla. Il ponte Inca e i resti di un sentiero scolpito un una parete di roccia è ciò che ne rimane oggi.

Machu Picchu si rivela essere più grande di quello che immaginavo. le ore che abbiamo a disposizioni sono giusto sufficienti, per raggiungere l’Intipunku, la porta del sole: un punto panoramico spettacolare su tutto il sito archeologico.

SONY DSC

Gli inca non conoscevano l’uso del ferro o dell’acciaio. Per costruire le loro imponenti città, tagliavano le pietre applicandovi fori nella roccia e inserendo delle barre di legno; il legno successivamente bagnato, si espandeva e rompeva in due il blocco, che veniva poi smussato e scolpito all’occorrenza. Le pietre venivano poi spostate dalle cave al luogo di costruzione grazie a piani inclinati. Non venivano usate ne ruote ne gru. Le pietre venivano incastrate l’una con l’altra come un gigantesco puzzle e non si trattava certo di pietruzze ma di pezzi di granito che potevano pesare tra le dieci e le duecento tonnellate. L’esempio più eclatante e quello di una meridiana costituita da un unica, gigantesca pietra:

DSC02370.JPG

Torniamo a Cusco per un ultima volta per organizzare e intraprendere il lungo viaggio (34 ore di bus totali) per raggiungere la cittadina di Huaraz, situata a nord di Lima, capitale del trekking e sport di montagna.

Nel prossimo capitolo racconterò l’impresa di trekking intrapresa nelle vicinanze di Huaraz…..e altre avventure!

dsc01751.jpg

Saluti dal Perù!

Bolivia III – Dalle Ande alla giungla

Da la Paz decidiamo di intraprendere il trekking del Choro, sulle orme di un vecchio cammino Inca tutt’ora in uso dai locali e che, in tre giorni e 70 chilometri, ci porterà fino alla cittadina di Coroico, avvicinandoci alla nostra meta finale: Rurrenabaque.

E così in una fredda mattina, arriviamo a “La Cumbre”, punto di partenza per i pochi escursionisti del Choro (eravamo sei in totale quel giorno, ma nei due giorni precedenti nessuno si era cimentato nell’impresa) Alla Cumbre troviamo invece decine di persone pronte a lanciarsi nel gettonatissimo mountain biking della Death road, la strada più pericolosa al mondo.

DSC01011.JPG

Pronti per il trekking alla Cumbre

Iniziamo il cammino a quota 4700 metri per cominciare una traumatica salita fino ai 4900. Il freddo è inaccettabile e siamo avvolti da una fitta coltre di nebbia.

Arrivati su questo inospitale cucuzzolo iniziamo la discesa. Eh si perché il cammino del Choro è tutto una grande lenta discesa, dalle Ande alla giungla appunto. Si parte dai 4900 metri di altitudine per arrivare ai 1600 metri finali.

Il primo giorno è il più terribile: in 20 chilometri effettueremo una discesa di quasi 2000 metri.

DSC01034.JPG

la vista della vallata sottostante

Dopo la prima iniziale discesa su un terreno molto accidentato, arriviamo in una vallata dove ci fermiamo per una pausa. Incontriamo tre donne che vengono dalla direzione opposta. Stanno andando a piedi a La Paz perché una delle tre, la più anziana, si è fatta male ad una caviglia ed ha bisogno di un dottore. La signora indossa una semplice fasciatura e i classici sandaletti da cholita e non esita a caricarsi in ogni caso sulle spalle un bel carico, avvolticciolato nella tipica coperta. Regaliamo alla signora un paio di ibuprofeni per affrontare l’immane pettata che la attende per arrivare fino alla Cumbre, le auguriamo buona fortuna e proseguiamo.

DSC01042.JPG

Le signore proseguono

Inaspettatamente lungo il cammino nella scenica vallata incontriamo piccoli villaggi e casette di mattoni di fango sparse in qua e in là. Ovviamente non mancano i lama.

DSC01052.JPG

Llamas!

La prima giornata di cammino si conclude con un’aspra discesa su un sentiero ciottolato. Le pietre sono aguzze e scivolose per via della costante pioggia che ci ha accompagnato per tutto il giorno. Finalmente arriviamo al primo accampamento ufficiale: una signora e sua figlia, una bambina di circa 5 anni che vivono in isolamento più totale, a due giorni di cammino da una città. Il prossimo anno la bambina andrà a scuola, ci racconta la madre, e dovrà affrontare due ore e mezza di cammino all’andata e due al ritorno, ogni giorno. La bambina è visibilmente annoiata da questo isolamento e dalla mancanza di contatto con bambini della sua età trova conforto nella compagnia degli animali e dei rari gringos di passaggio.

DSC01083.JPG

Le nostre ospiti

Distrutti dalla stanchezza, piantiamo la tenda in fretta e furia, sono le 18.30 del pomeriggio, la pioggia e la nebbia non ci hanno mai abbandonato. Mangiamo famelici e ci buttiamo dentro la tenda alle ore 20.00.

Dopo dodici ore di sonno la situazione fisica e psicologica è decisamente migliore. Riesco a sentire i miei piedi, che devo a malincuore reinserire nei calzini fradici e nelle scarpe altrettanto zuppe. Una gioia.

Il secondo giorno è relativamente più facile, le discese si alternano a piccole salite, un pallido sole fa capolino e cominciamo a vedere la vegetazione infittirsi e farsi sempre più simile ad una giungla. Nel pomeriggio comincia a fare caldo, decisamente troppo caldo ed umido. Accampiamo in un altro luogo isolato gestito da un’anziana signora, che all’apparenza vive sola. Al mattino ripartiamo di buon’ora, ma il clima si fa presto insopportabile. Ci sono 25 gradi e credetemi fare trekking con questa temperatura non è per niente piacevole. Il sudore è copioso, e dopo tre giorni senza una doccia il “body odor” comincia ad essere intenso. Infatti credo di non aver mai puzzato cosi nella mia vita, neanche dopo una settimana senza doccia in Patagonia.

DSC01114.JPG

…la vegetazione si fa via via più fitta…

L’ultimo giorno di cammino attraverso la fitta vegetazione, è duro e sembra non finire mai. Finalmente verso le 16.30 del pomeriggio arriviamo al villaggio de El Chairo dove, dopo una breve attesa e infruttuosa contrattazione del prezzo riusciamo a prendere un combi fino alla città di Coroico che si trova arroccata scenicamente una collina aguzza di fronte a noi.

A Coroico spendiamo due notti giusto per riprenderci dalle fatiche del Choro e per preprarci psicologicamente a proseguire il viaggio verso Rurrenabaque, remoto punto di accesso alla giungla boliviana.

La strada della morte, nome dovuto al gran numero di incidenti e decessi dei suoi coraggiosi usuari (circa 200-300 l’anno) è una strada che univa anticamente La Paz a Caranavi. Oggigiorno il tratto tra La Paz e Coroico è stato chiuso e sostituito da una strada asfaltata, gli unici ad utilizzarlo ancora sono i sovrammenzionati turisti che pagano fior fior di quattrini per lanciarsi a grande velocità giù per questa strada in cerca di una dose di adrenalina.

Dopo pochi minuti a bordo del bus verso Rurrenabaque, apprendo però che la strada della morte è ancora in utilizzo nel tratto tra Coroico e Caranavi. Mi rendo dolorosamente conto di ciò perché la guida è improvvisamente a sinistra e perché sulla sinistra appunto (e la sorte mi ha assegnato il posto finestrino LATO SINISTRO) si trova uno strapiombo di svariate centinaia di metri.

DSC01137.JPG

La strada della morte

Si guida a sinistra perché i veicoli che vengono dalla direzione opposta sono principalmente camion-merci ed essendo più pesanti hanno diritto a stare nella parte destra, la parte più sicura di questa fangosa strada ad una corsia. Di camion merci ne incontriamo a bizzeffe, e spediamo una terrificante mezz’ora tentando di fare retromarcia sull’orlo del precipizio per far passare questi bolidi.

DSC01141.JPG

Solo rivedere queste foto mi fa risalire una certa nausea

Dopo Caranavi, grazie ad un tranquillante e ad un miglioramento delle condizioni del manto stradale, riesco persino a chiudere occhio, e finalmente dopo 12 ore di bus, all’alba arriviamo a Rurrenabaque.

Ci prendiamo due giorni nella cittadina, per riposare e scegliere con cura l’agenzia da cui farci portare nei meandri della giungla boliviana. Scegliamo, su suggerimento di cari amici che vi hanno fatto volontariato, Madidi Travel, che ci guiderà nella riserva Serere per tre giorni e due notti.

Rosa Maria Ruiz, fondatrice di Eco Bolivia, è una pioniera nella lotta alla conservazione e protezione del tesoro naturalistico della giungla boliviana rappresenta, ha aperto la riserva Serere nel 1995 ed ha avuto una vita a dir poco avventurosa. Ha lottato strenuamente contro i bracconieri, che le hanno distrutto la casa, ed ha quasi perso la vita a causa di un attacco di un Caimano mentre faceva il bagno in uno dei laghi della riserva.

DSC01169.JPG

Viaggio verso Serere

Tre ore a bordo di un “longboat” lungo il corso del mastodontico Rio Marmorè ci separano dalla civilizzazione. Arrivati metto piede sulla “terraferma” e sprofondo nel fango fino al ginocchio. Bene.

Nei fangosi 45 minuti di cammino che ci separano dal luogo dove passeremo i prossimi giorni, sono subito avvolta da uno sciame, quasi una nebbia, di zanzare, accompagnato da uno strato di sudore appiccicaticcio dovuto al caldo-umido soffocante. Questo sarà ahimè lo status quo dei giorni a venire, lo stato normale delle cose. La guida ci lascia davanti ad una capanna che sarà il nostro alloggio. Il tetto di foglie di palma e le pareti semplici zanzariere su quattro lati, cosi da poter godere della giungla e dei suoi suoni in ogni momento.

DSC01174.JPG

L’alloggio nella giungla

E’ difficile spiegare a parole la colonna sonora della giungla, è come un continuo perenne ronzio ritmico di insetti, intervallato da decine di strani richiami di uccelli e scimmie. Ma il suono se si vuole più peculiare e anche un pò spaventoso è il richiamo delle scimmie urlatrici paragonabile al vento che infuria durante una tormenta. Passo le prime due ore nella giungla al riparo dentro la embrionica capanna-zanzariera, semplicemente osservando e ascoltando attentamente la giungla. E’ una cosa mai vista prima. Inenarrabile.

Nel cammino che separa la nostra capanna dalla grande capanna principale, punto di ritrovo, sento un gran movimento nel fogliame sovrastante e mi accorgo che branchi di curose scimmie cappucino e scimmie scoiattolo ci stanno seguendo e scrutando dall’alto. E’ come uno zoo alla rovescia. Sei tu. umano la rarità! Sei tu lo strano visitatore che suscita lo stupore e sgomento fra gli abitanti della giungla!

DSC01200.JPG

Monkey!

La nostra guida Emil, che fino all’adolescenza ha vissuto nella sua tribù nella giungla, ci porta a fare una prima escursione, spiegandoci le proprietà medicinali di varie piante e alberi, insegnandoci a riconoscere e a tenerci alla larga dagli alberi dove le “hormigas de fuego” hanno fatto il nido, spiegandoci che anticamente i nemici venivano legati a questi alberi e, dopo aver percosso il tronco con un bastone, le piccole formichette rosse uscivano dal loro nido e attaccavano, entrando nella bocca e nel naso del povero sventurato e nutrendosi lentamente dei suoi fluidi corporali. Una morte lenta e decisamente non piacevole.

Ci sono altre formiche non proprio amichevoli nella giungla, ma queste a differenza delle formiche di fuoco sono grandi e nere e ben riconoscibili. Sono le formiche-proiettile, la cui puntura sprigiona una neurotossina e regala le più spiacevoli 24 ore di dolore della tua vita. È infatti una delle punture d’insetto più dolorose in assoluto.

Ma vi sono anche formiche che aiutano gli abitanti della giungla, come le formiche soldato, che poste sopra un taglio o una ferita e decapitate al momento giusto chiudono le loro piccole chele e sono usate come punti di sutura (lo diceva anche Mel Gibson nel film Apocalypto!)

DSC01314.JPG

La povera formica decapitata sutura la felpa di Gavin

Quando cala la notte e ritorno alla capanna, la trovo invasa da scarafaggi di ogni dimensione e colore. Sono dappertutto sul mio zaino sulle mie cose nelle scarpe, sono molto vicino ad avere un attacco isterico. E per coronare il tutto, lungo il cammino verso la capanna-ritrovo, uno scarafaggio volante grande come la testa di un bambino decide di atterrare a un metro dalla mia faccia. Durante la passeggiata notturna abbiamo modo di osservare pipistrelli, ragni e rane

DSC01547.JPG

Ragnetto

Il secondo giorno andiamo a pesca nel lago su cui si affaccia la riserva popolato da numerosi caimani e alligatori che di tanto in tanto fanno capolino sulla superficie a pelo d’acqua. E’ la prima volta che vado a pesca ma riesco seppur con dispiacere, a catturare un pesce gatto.

DSC01432.JPG

spidermonkey

L’ultimo giorno la giungla ci regala la possibilità di ammirare un bradipo in (lento) movimento. Dopo pranzo è già tempo di andare e devo dire che dopo tre giorni con indosso gli stessi vestiti appiccicosi di sudore, con il corpo coperto di punture di zanzare (perché non importa se indossi i pantaloni lunghi o ti spruzzi DEET in ogni dove, queste zanzare ti pungono stesso) e quel costante e noioso ronzio nelle orecchie sono dispiaciuta ma anche un po’ sollevata nel lasciare la giungla.

E siccome tre giorni in questo luogo bello ma onestamente inospitale non erano abbastanza hardcore, decidiamo dopo un’ora di cammino e tre ore di barca per tornare a Rurrenabaque, di intraprendere direttamente il periglioso viaggio di ritorno a La Paz, così tanto per non farci mancare niente.

Passiamo 15 spiacevolissime ore a bordo di un bus infestato da scarafaggi e zecche. I nostri sedili, esattamente perpendicolari alla ruota posteriore del bus, ci regalano una notte insonne sciaguattati in qua e in là. Infine l’ascensione, in poche ore, da zero metri sopra il livello del mare ai 4000 metri de La Paz aggiungono alle ultime ore di viaggio gli indimenticabili sintomi del mal di montagna.

Per farla breve la suddetta esperienza vince il primo premio come il più orribile viaggio in bus in Sudamerica, e si spera mantenga il suo primato per sempre!

Il ritorno al gelo della Paz, nonostante l’altitudine, è un vero toccasana. Niente zanzare. Niente cucarachas. NIENTE. Mi ci vogliono tre giorni per riprendermi dal viaggio ma finalmente riusciamo a lasciare La Paz per dirigerci verso il lago Titikaka, il lago navigabile più alto del mondo.

DSC01600.JPG

on the way to Lake Titikaka

Ora dovete sapere che le due attrazioni principali per i turisti-lampo in Bolivia sono il Salar di Uyuni e la Isla del Sol sul lago Titikaka. Mi ricordo di questo fatto appena il bus ci lascia nella cittadina di Copacabana, punto di imbarco per la Isla Del Sol. Non vedevo code per l’imbarco tanto lunghe dai tempi dei voli Ryanair per Barcellona, en serio! File di gringos con i loro selfie sticks, le loro giacchette gore-tex e i loro maglioncini di alpaca appena acquistati.

Fuck this shit, penso io. E lo penso ancora di più quando mi informano che, a causa conflitti interni tra isolani ( che si azzuffano tra di loro per avere più turismo) la parte nord dell’isola è chiusa ai turisti. Questo distrugge il mio piano perfetto  che prevedeva raggiungere la parte nord, la più remota dell’isola e accampare il più lontano possibile da ogni forma di vita. Decidiamo di imbarcare comunque. Approdiamo al porto di Yumani e questa è la scena che mi si presenta davanti:

DSC01624.JPG

Siamo subito circondati da bambini che cercano di venderci una stanza per la notte o farci pagare per una foto del loro lama. Ignoriamo e cominciamo a salire le ripide scale che portano dal porto al villaggio di Yumani. Chiedo di un camping o qualcosa di simile, ma tutti sono molto restii a darci qualsiasi informazione in merito.

Ora tutto questo suona molto brutto lo so, pero in verità vi dico che se riuscite ad andare oltre questa coltre di turismo ultra-commerciale, l’isola è di una bellezza mozzafiato, e può offrirti un luogo di totale isolamento e silenzio

Troviamo un posto semi-isolato in cui piantare la tenda e lasciare le nostre cose. Il panorama è spettacolare.

DSC01637.JPG

Decidiamo di andare in esplorazione dell’isola. Nel villaggio di Yumani non mancano ostelli, ristoranti dovre i sovrammenzionati turisti in gore-tex prendono il sole e bevono birra. Per qualche ragione c’è una collinetta dove almeno 40 persone stanno guardando il tramonto. Continuiamo a camminare e troviamo il posto perfetto dove guardare il sole adagiarsi nel lago. Il silenzio è indescrivibile, i colori del lago e delle gigantesche montagne sullo sfondo sono ipnotici. Torniamo alla nostra tenda prima che faccia buio, e cuciniamo la cena con il nostro fornellino da campeggio. Al calare della notte il gelo comincia a farsi sentire e ci ritiriamo nella tenda abbandonando la coltre di stelle sopra le nostre teste.

DSC01701.JPG

Isla de la Luna e le Ande sullo sfondo

 

 

Fortunatamente al mattino il sole fa capolino presto scaldando la tenda. Cerchiamo di raggiungere una spiaggia nel centro dell’isola. Dopo circa 45 minuti di cammino eccoci qua. La nostra spiaggia privata. Fare il bagno nel lago Titikaka è un pò come fare il bagno nel Gange, è rischioso ma è un must!

L’acqua del lago è gelata ma il sole dei 4000 metri è incredibilmente caldo e intenso e ci asciughiamo in pochi minuti.

E così, siamo inaspettatamente riusciti ad evitare le folle sulla Isla Del Sol ed a poter apprezzare la sua natura, i suoi silenzi e la sua energia.

Verso le cinque del pomeriggio riapprodiamo a Copacabana per dirigerci verso il confine con il Perù. Riusciamo ad attraversare il confine giusto in tempo prima della chiusura della frontiera. Bus pieni zeppi di turisti che attraversano la frontiera di Kasani, intasano il piccolo ufficio dove una minuta signora peruviana dispensa stampini sui passaporti.

Eccoci qua. Dopo ben due mesi in Bolivia, un pò a malincuore, lasciamo questo incredibile paese, alla volta del Perù.

Bolivia II – Toro Toro e La Paz

Ridendo e scherzando ho piantato la tenda e son rimasta a Samaipata per ben 12 giorni. Sentivo che era la cosa giusta da fare. L’ostello-camping  in cui alloggiavamo, il “Jaguar Azul”, è stata sicuramente una delle ragioni per cui ho prolungato la mia permanenza. C’era un gran via vai di gente interessante, un bar con ottima musica, tanto verde ed un tempo meraviglioso, nonostante la stagione delle piogge. Samaipata è un villaggio boliviano come tanti, ma per qualche inspiegabile ragione un gran numero di stranieri (in particolare francesi e tedeschi), vi si è riunito nel corso dell’ultimo decennio, facendone la sua nuova casa.

SONY DSC

Samaipata in the distance

Samaipata ha un’anima hippie e questo è innegabile. La gente che ci vive parla di una particolare energia che avvolge il villaggio e i suoi dintorni. Personalmente Samaipata mi ha infuso una grande tranquillità e voglia di prendere una pausa ulteriore dai lunghi viaggi in bus e dai continui spostamenti per raggiungere la prossima meta. E’ stato un po come tornare a casa. Grazie al clima semi tropicale, con temperature che si aggirano intorno ai 20 gradi tutto l’anno, la vegetazione lussureggiante, e le numerose possibilità di trekking nei suoi dintorni non stento a credere che questo luogo attragga un gran numero di persone tra turisti e espatriati.

A Samaipata abbiamo avuto il tempo di studiare e rivoluzionare completamente il nostro programma di viaggio: inizialmente si era pensato di raggiungere la remota città di Trinidad a bordo di una nave-mercantile, seguendo per quattro giorni (ma forse anche di più) il corso del Rio Marmorè. Da Trinidad avremo poi preso un bus per arrivare nella ancor più remota città di Rurrenabaque, nella giungla boliviana. Questo programma ci è stato caldamente sconsigliato poiché Marzo è ahimè ancora stagione delle piogge, e per un bus tra Trinidad e Rurrenabaque avremo dovuto possibilmente attendere giorni se non settimane. Abbiamo quindi deciso di proseguire per la città di Cochabamba, tappa necessaria, per poter raggiungere e visitare il parco nazionale Toro Toro.

E così dopo undici traumatiche ore di bus, su una strada era in parte comparabile ad un fiume di fango, per coprire la bellezza di soli 350 chilometri arriviamo a Cochabamba. La città di Cochabamba è tanto cara quanto cosmopolita, è un luogo dove i giovani boliviani (quelli con i soldi) vanno a studiare, e come ogni grande città finora visitata in Sudamerica non ha grandi attrattive: è fumosa, trafficata, c’e’ un sacco di gente in ogni dove. Per fortuna a Cochabamba passiamo solo un giorno che spendiamo girando i vari ospedali della città in cerca di un vaccino contro la febbre gialla, che apprendo in Samaipata, è richiesto per uscire dal paese. Purtroppo non abbiamo fortuna, e ripartiamo alla volta del villaggio di Toro Toro.

DSC00830.JPG

il villaggio di Toro Toro dall’alto

 

“Turu Turu Pampa” è il nome orginale quechua di questa remota area della Bolivia, il nome fu poi storpiato dai conquistadores spagnoli in “Toro Toro”. Turu Turu significa fango. Di fango ce n’è effettivamente in quantità indiustriali. E di fango ce n’era senza ombra di dubbio anche milioni di anni fa, durante l’era del cretaceo quando, questa vallata rappresentava una vera e proria “autostrada” per i grandi mammiferi. Ed è proprio la grandissima quantità di orme di dinosauri e ritrovamenti fossili che ha reso famoso in primo luogo quest’area e ha fatto sì che nel 1996 si istituisse il parco nazionale Toro Toro. Purtroppo mancano fondi per preservare gli incredibili ritrovamenti e continuare nella scoperta del tesoro che si cela sotto il fango si Toro Toro. Fin’ora i tentativi di preservare questo vero e proprio libro aperto sul passato sono stati pochi e inefficienti. Le orme esposte alle intemperie, agli animali al pascolo e ai saccheggiatori.

SONY DSC

Una delle centinata orme di dinosauro

Ma le orme di dinosauro non sono le uniche attrattive di questo parco nazionale: l’area del parco è la prova esistente di come la forza dell’acqua in milioni di anni abbia potuto plasmare la vallata formando un gigantesco canyon, caverne e sculture di roccia.

 

Toro Toro non è (ancora per poco) una meta estremamente turistica, conseguentemente i prezzi per l’alloggio e per una guida nel parco nazionale sono ancora contenuti. Ma nel villaggio gli ostelli stanno spuntando come funghi e, mi racconta una guida che negli ultimi 10 anni il turismo è esploso.

Il primo giorno esploriamo i dintorni del paese seguendo un sentiero che costeggia il canyon. Il secondo giorno prendiamo una guida, che ci porta a visitare la Ciudad de Itas (la città di pietre) incredibili formazioni rocciose dove anticamente, i ladri di bestiame nascondevano il loro bottino. Nel pomeriggio c’è in programma di visitare la caverna di Umajalanta, niente di troppo impegnativo, immagino scioccamente.

DSC00766.JPG

Eccoci qui, muniti di elmetti e sorridenti nella beata ignoranza di ciò che ci attendeva

Ma il giretto nella caverna si rivela essere una vera e propria spedizione speleologica (non per principianti e claustrofobici come me) con cuniculi in qui devi letteralmente strisciare a terra, passaggi a picco nel vuoto o quando va bene in un fiume sotterraneo in cui è necessario l’uso di corde, nel buio più totale, muniti soltanto di un elmetto e una torcia che illumina a malapena l’oscurità che ci circonda. Insomma cose che in Europa  non ti farebbero mai fare senza un minimo di esperienza. Ma vabbè l’avventura d’altra parte ci piace assai. Nella via di uscita dalla caverna, sopraffatta dalla fatica cado e apro in due il mio unico fedele paio di scarpe che mi avevano eccellentemente servito negli ultimi 4 mesi. Per fortuna lo zapatero di turno ripara questo disastro per soli 5 bolivianos (70 centesimi).

DSC00796.JPG

zapatero a lavoro!

Il terzo giorno decidiamo di scalare il monte che sovrasta il viaggio di Toro Toro per cercare una migliore vista del villaggio delle incredibili formazioni rocciose simili a denti aguzzi sullo sfondo. Infine il quarto giorno decidiamo di metterci nelle mani di un’altra guida per esplorare il canyon di Toro Toro. Nuovamente quella che era cominciata come una tranquilla scampagnata finisce per diventare canyoning estremo, con tanto di scalata su pareti di roccia, rovinose cadute nel fiume e rocce delle dimensioni di un comodino che si distaccano dalla parete del canyon e si schiantano rumorosamente a terra a pochi metri da noi. Insomma un’ulteriore inaspettata avventura.

DSC00870.JPG

Il Canyon (prima della discesa)

L’ultimo giorno è di riposo e visita all’ospedale locale alla ricerca, nuovamente senza successo, di un vaccino. Nell’ospedale di Toro Toro (come in tutti gli ospdali boliviani) convivono la medicina moderna con quella chiamata “medicina tradicional”: il curandero, il signore dalle fattezze più indigene che abbiamo fin’ora mai visto, con indosso un colorato gilet siede nel suo studio, i cui scaffali ricolmi di erbe di vario genere emanano un forte e non ben identificato odore.

Torniamo a Cochabamba, solo per una notte prima di prendere l’ennesimo bus per la città de La Paz. Il viaggio di otto ore è per la prima volta interamente su una strada asfaltata, che lusso, che goduria!

A poche decine di chilometri, il gigantesco monte Illimani (6462 metri) ruba la scena a tutto il paesaggio circonstante.

DSC00899.JPG

La Paz, una città che avevo pensato inizialmente di evitare, si rivela una piacevole sorpresa. La città più popolosa della Bolvia conta in realtà solo un milione di abitanti, ma la sua conformazione la fa sembrare senza fine: la città nasce in una stretta valle e si estende negli anni fino ad arroccarsi sulle aspre colline circostanti in maniera irregolare e caotica. Oggigiorno La Paz forma un tutt’uno con El Alto, città fondata dalla minoranza indigena degli Aymara. Fino a qualche anno fa la vita di chi viveva nella zona alta della città era un vero inferno: nelle ore di punta ci volevano fino a due ore di bus per sfidare il traffico folle e raggiungere le zone centrali della città. Oggi bastano tre Bolivianos (40 centesimi) e pochi minuti grazie al teleferico, un sistema di “ovovia” all’avanguardia con varie linee di differenti colori (ad oggi ne esistono tre, ma altrettante sono in costruzione) proprio come le linee della metro.

DSC00952.JPG

il teleferico rosso e l’immensità della paz

E’ sorprendente come a La Paz convivano il moderno e l’antico: il teleferico, i grattaceli, la zona delle banche e degli uffici, una vasta scelta di ristoranti per tutti i gusti e tutte le tasche affiancati da realtà come il mercado de las brujas (il mercato delle streghe), una piccola zona nel quartiere centrale pullulante di negozi di esoterismo, magia e medicina tradizionale. I feti di lama mummificati la fanno da padrone, da bruciare insieme ad altri oggetti di dubbia provenienza per portare “buena suerte”. Ogni volta che si costruisce una casa in Bolivia, un feto di lama è posto nelle fondamenta per portare appunto felicità e fortuna ai suoi abitanti. E poi ci sono semi ed erbe di vario genere, corna di capretto e boccette dal contenuto ignoto per curare tutti i mali, dai calcoli renali all’impotenza e ovviamente eliminare il malocchio una volta per tutte. Un luogo a dir poco interessante ma anche un pò rivoltante.

DSC00917.JPG

A la Paz si trova anche il carcere di San Pedro, il primo e unico carcere autogestito del mondo. Qui circa 3000 detenuti vivono con le loro famiglie in totale autonomia. Una vera e propria città dentro la città. Non ci sono guardie ne grate all’interno, e gli occupanti devono lavorare per pagare l’affitto delle loro celle. Esistono celle in cui vivono decine di persone ammassate (le più economiche) e celle molto più care, veri e propri appartamenti con tutte le comodità e i lussi immaginabili. All’interno di questa prigione viene prodotta e trafficata la cocaina più pura della Bolivia. Avrei voluto vedere con i miei occhi questa assurda realtà e fino a qualche anno fa era possibile trovare qualche “guida” per un giro in questa prigione, purtroppo qualche tour è finito in una sparatoria e oggi l’accesso ai turisti è proibito. Se volete sapere di più su questa prigione vi consiglio caldamente la lettura del libro “the marcing powder” di Rusty Young che narra la storia vera di un inglese pazzo che si è affittato una cella nel carcere di San Pedro e ne ha viste delle belle!

Ed eccoci qui alla fine di un nuovo capitolo. Nel prossimo ed ultimo capitolo boliviano si parlerà del lungo e periglioso viaggio dalle Ande alla giungla.

Stay tuned!

 

Cile…di tutto un pò

Con un pò di amarezza abbandoniamo la Carretera Austral per dirigerci sull’isola di Chiloè. Da una parte c’e’ anche la speranza di rivedere il sole dopo quasi 10 giorni di pioggia ininterrotta.

Chiloè è un luogo molto particolare. Un’isola costellata di piccoli villaggi, principlamente dediti alla pesca. Quest’ isola si è autosostentata per decenni.  Oggigiorno la popolazione è formata da un mix di autoctoni, indigeni e gente di Santiago (un sacco di gente) che ha deciso di scappare  dalla vita nella caotica metropoli per rifugiarsi in questo tranquillo angolo di paradiso.

SONY DSC

Il porticciolo di Dalcahue

 

Da qualche anno ormai si specula sulla costruzione di un ponte che unirebbe l’isola alla terraferma. Se per gli emigrati da Santiago questo significherebbe la rovina di Chiloè e della sua autenticità, agli isolani doc non dispiacerebbe affatto. Sull’isola mancano infatti strutture ospedaliere e purtroppo mi viene raccontato che in alcuni casi ci è scappato il morto.

SONY DSC

C’è polemica!

Ponte o non ponte le cose stanno decisamente cambiando a Chiloè. Il 2016 in particolare non e’ stato un anno fortunato per l’isola:

Nel Marzo 2016 a causa del surriscaldamento degli oceani un’alga rossa contenente una neurotossina  mortale ha proliferato per centinaia di chilometri sulle cose della Patagonia e di Chiloè. L’alga ha avvelenato il pesce mettendo in ginocchio i pescatori dell’isola. A peggiorare la situazione ci si è messa di mezzo l’industria dell’allevamento del salmone che (secondo alcuni con il consenso del governo cileno) ha riversato nell’oceano tonnellate e tonnellate di salmoni marci infestati dall’alga innescando una vera e propria catastrofe naturale. Molti isolani che avevano abbandonato la pesca autosostenibile a favore dell’industria dell’allevamento del salmone, si sono ritrovati senza un lavoro. Una crisi senza precedenti.

A peggiorare la situazione il 25 Dicembre si è ripetuto un evento che aveva raso praticamente al suolo l’isola già negli anni ’60. Un terremoto devastante dalla magnitudo 8,3. Subito dopo scatta l’allarme tsunami, l’isola viene quasi completamente evacuata. Il 26 Dicembre, mi raccontano, non è rimasto un singolo turista sull’isola. Capite bene che per una comunità che vive praticamente solo di pesca e del turismo questo significa un’ulteriore catastrofe.

Effettivamente non troviamo molti turisti sull’isola. Non vediamo altri “mochilleros”. Abbiamo fatto l’autostop in lungo e in largo sull’isola con un tempo medio di attesa 5 minuti.

Sull’isola ho finalmente provato le mie prime empanadas cilene, che differiscono da quelle argentine per essere molto più grandi (ed economiche) e molto più fritte.

Diciamoci la verità la cucina cilena è generale decisamente pesantuccia. Il piatto principale è come in argentina la carne alla brace, con particolare preferenza al cordero (l’agnello). Nei supermercati cileni (quelli belli grandi) nel reparto freezer trovi un agnello intero appeso, già pulito e pronto per essere messo “al palo”. Poi c’e’ una quantità di roba fritta e rifritta come le sopaipillas, le papas rellenas e le empanadas in tutte le salse. Si consumano enormi quantità i bibite gassate, gassose e succhi di frutta. La frutta e la verdura sono costose e difficili da reperire e sì, la vita del vegetariano è dura. C’è una somma ignoranza alimentare e il cileno medio è decisamente…. grasso! Leggendo alcune statistiche scopro che ben il sessantacinque percento della popolazione cilena è in sovrappeso. Un dato allarmante aggravato dal fatto che la percentuale è alta anche tra i più piccoli (quasi un terzo è in sovrappeso). Il governo cileno ha recentemente trovato una “geniale” soluzione al problema: degli appiccichini neri che avvertono il consumatore che le loro patatine fritte sono alte in sodio e grassi saturati.

fat-chile

Le famose etichette risolutive

E la volete sapere una cosa? Ogni singolo cibo confezionato in vendita nei supermercati cileni ha almeno uno di questi dannati adesivi neri a parte, la rara frutta e verdura. Se il governo crede che i cileni cambieranno le loro pessime abitudini alimentari grazie a questi adesivi….beh auguroni!

Continuando il viaggio verso nord accettiamo il passaggio da una versione cilena di Snoop Dog e il suo socio in affari haitiano, una coppia decisamente strana….non si capisce esattamente che business vogliano aprire a Chiloè. Snoop si dimentica che siamo diretti a Puerto Montt, manca le due uscite per la città e ci lascia in mezzo alla dannata autostrada. Per fortuna c’è sempre un’anima buona disposta a raccattarci dalla strada.

Puerto Montt è una città, la prima vera città in cui ci troviamo dopo settimane di mistico isolamento tra la Patagonia e Chiloè. E’ un vero e proprio shock vedere traffico, gente, palazzi enormi e sentire casino dopo tanto tempo. Oltretutto Puerto Montt è una città notevolmente brutta. Una subitanea nostalgia mi invade. Dove sono finiti i lussureggianti boschi patagonici? Dov’è il silenzio?

Passiamo da Puerto Varas, una cittadina decisamente più ridente, prima di addentrarci nelle verdeggianti regioni dei laghi e dei fiumi ( un tempo regione unica, oggi decima e quattordicesima regione) caratterizzate appunto da laghi scintillanti, pascoli e tanti tanti vulcan alcuni attivi altri no. Uno dei più pittoreschi dei vulcani è il vulcano Osorno, del quale tentiamo l’ascesa alla sommità arrivandoci molto vicino.

dsc03413.jpg

Pascoli a perdita d’occhio e il maestoso volcano Osorno in lontananza

L’autostop continua, fluido. Con la differenza rispetto alla Patagonia che non incontriamo un singolo altro “backpacker”. Ci addentriamo nella regione al massimo facendo l’autostop su stradine secondarie sterrate. Tempi di attesa ai minimi storici. Una vera pacchia.

DSC03404.JPG

Vista dalla sommità del vulcano Osorno

Qui la gente, principalmente autoctoni e qualche turista di Santiago, esprime molta curiosità nei confronti dei pochi viaggiatori zaino in spalla che incontra, e nei campeggi spesso ci accade di essere letteralmente bombardati di domande ed essere invitati a bere con numerose famiglie cilene. Mi piace.

Certo è anche vero che la famigliola tipo in vacanza ( in media una decina di persone) una volta montate diciotto tende, tirato fuori dalla macchina una quantità incredibile di cibo e alcool, tira fuori altoparlanti dolby surround e comincia a suonare reggaeton a palla fino alle quattro del mattino. E’ una gara a chi mette il reggaeton a volume più alto. Ancora mi chiedo come siamo potuti passare dagli Inti-Illimani a questa spazzatura? Qualcuno me lo può spiegare? Dov’è finita la musica popolare cilena? Mah..

Abbondanza di vulcani significa una miriade di bagni termali. E cosi ci concediamo un piccolo lusso ( e un’occasione per una doccia a gratis) nelle meravigliose e celeberrime Termas Geometricas. Guardate cosa sono e rosicatene.

E cosi ridendo e scherzando, e attraversando a piedi il parco Nacional Villarica, arriviamo a Pucòn, ultima tappa nel sud del Chile.

DSC03457.JPG

l’attivissimo vulcano Villarica

Da Pucòn accettiamo un passaggio da un simpatico hippie di nome Dallas che con la sua Mercedes del 1981, dopo un lungo viaggio di quasi 12 ore, e vari rattoppi della macchina “on the go”ci fa arrivare sani e salvi a Santiago de Chile. Durante il viaggio notiamo la gravità di un’emergenza di cui avevamo sentito parlare al notiziario: una serie di incendi scatenati per causa dolosa, che tra il Gennaio e il Febbraio 2017 hanno bruciato quasi 600.000 ettari di foresta nelle regioni centrali. Il governo Cileno ha ricevuto svariati aiuti internazionali per poter arginare questa distruzione a cui il paese non aveva mai fatto fronte prima d’ora.

Effettivamente durante 700 chilometri percorsi tra Pucòn e Santiago siamo praticamente sempre stati circondati da una cortina di fumo e da un acre odore di bruciato. Spesso in lontananza ma a volte anche a bordo strada abbiamo potuto vedere gli incendi con i nostri occhi.

A Santiago siamo accolti e ospitati a casa di amici e per la prima volta dopo settimane ci tratteniamo nello stesso luogo per più dei soliti due-tre giorni, crogiolandoci nel lusso di dormire in un letto vero!

Purtroppo Santiago è bruttina e fa veramente troppo caldo. Decidiamo quindi di raggiungere la costiera Valparaiso per trovare un pò di ristoro dal caldo. Valparaiso con le sue casette colorate arroccate sulle colline, il mare, le poesie di Pablo Neruda pitturate sui muri e tanta incredibile “street art” ha tutto il potenziale per essere il luogo più hippy e bohemien del Cile. Purtroppo però la quantità di spazzatura e di sudiciumaio che la invade la rovina parecchio.

DSC03506.JPG

Street art psichedelica in “Valpo”

Lascio Valparadiso con l’amaro in bocca solo per rendermi conto che quello dei rifiuti non è un problema circoscritto solo alla suddetta città. Facendo una breve ricerca apprendo che in effetti il Cile si aggiudica il secondo posto ( dopo la Turchia) in termini di quantità di spazzatura prodotta, più di un chilo pro-capite al giorno.  Percorrendo quasi 500 chilometri lungo la costa tra Valparadiso e la Serena posso constatare con i miei occhi l’entità del problema: c’è letteralmente spazzatura dappertutto, la parola “rifiuti speciali” non esiste, per non parlare del riciclo. Mi viene spiegato dai locali che in questa area costiera il problema è particolarmente grave a causa del turismo. Durante i mesi estivi le piccole località marittime si ritrovano a ricevere migliaia di turisti, principalmente provenienti dalla regione di Santiago, e tutta la conseguente montagna di spazzatura prodotta.

Dalla Serena ci dirigiamo nuovamente verso l’entroterra per esplorare la Valle de Elqui, zona famosa per un particolare tipo d’uva, utilizzata per la produzione della bevanda superalcolica nazionale: Il Pisco.

Il Pisco sta al Cile come il Fernet sta all’Argentina. il comune denominatore è però sempre lo stesso: la Coca Cola. Il “Piscola”( Pisco + Cola) è il mix alcolico preferito dai Cileni se ne beve veramente a litri e non stento a crederlo: una bottiglia di Pisco vale quanto una decente bottiglia di vino (l’equivalente di 5 euro).

La vallata ha un’atmosfera magica: una striscia di verde incastonata tra brulle montagne rossastre, un panorama quasi marziano.

DSC03568.JPG

Valle de Elqui

La vallata è il punto di inizio per un altro avventuroso “border crossing” attraverso il Passo Agua Negra, il confine andino tra Cile e Argentina più alto, ben 4800 metri. Accettiamo un passaggio da dei minatori (che lavorano a 5000 metri di altura, chapeau!) che ci lasciano giusto alla gendarmeria cilena, la quale ci informa che non sarà possibile stampare i nostri passaporti, fino a quando non troveremo una macchina che ci porti dall’altra parte. E così comincia la sorprendentemente lunga attesa (quasi sei ore) su un cucuzzolo di una montagna spazzato dal vento. Traffico ce n’è eccome, ma sono tutte macchine argentine stracariche di bambini e bagagli. Eh sì, perchè dovete sapere che agli argentini, grazie ai loro prezzi inaccessibili, (specialmente di vestiti e prodotti di elettronica), conviene andare in vacanza in Cile e, con l’occasione, fare anche shopping sfrenato. Mai visto macchine tanto stracariche di roba.

Dopo sei lunghe ore passate mendicando un passaggio ad ogni singolo veicolo, una simpaticissima coppia di ragazzi argentini (che grazie a Dio non aveva pargoli appresso) ha pietà di noi e ci fa salire.

Cominciamo l’ascesa verso quota 4800 in un paesaggio spettacolare

DSC03631.JPG

l’inizio dell’ascesa

DSC03636.JPG

on the Road

E cosi quindici ore dopo la nostra partenza dalla Valle De Elqui arriviamo finalmente, stremati e coperti di polvere al controllo di frontiera argentino, dove siamo sottoposti ad una vera e propria perquisizione (gli argentini devono pagare una tassa molto salata su tutto quello che comprano in Cile). Abbiamo dovuto svuotare la macchina, hanno guardato in ogni singola borsa o pertugio della macchina, hanno persino controllato i cellulari dei ragazzi per vedere se fossero nuovi o no. Io sono rimasta in disparte a bocca aperta, pensando a 1984 e alla psico polizia, troppo stremata per fare domande o obiezioni, sono però riuscita con successo a far entrare illegalmente due kiwi cileni.

Basta, con questo concludo questo sconclusionato e allucinato capitolo-collage

Nel prossimo capitolo parlerò del mio ritorno in Argentina e dell’esplorazione delle regioni del Nord.

Hasta la vista!